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“A causa dell’invasione cinese ho perso mia nonna e il mio fratello
maggiore. Sono morti di fame. I miei genitori, invece, sono riusciti a
scappare. Hanno seguito il Dalai Lama nella fuga in India. Sono nata
lì, in esilio. Vorrei tanto tornare indietro, ma il governo cinese non
me lo consente. Io il Tibet non l’ho mai visto”, così parla Gyari Dolma
incurante della pioggia che le bagna il viso e cade su tutti i
manifestanti tibetani riuniti vicino al consolato cinese di Milano. E’
il 10 marzo e Gyari, vicepresidente del parlamento tibetano in esilio,
è venuta dall’India per gridare qui in occidente “libertà e giustizia”
per la sua terra.
Oggi è il quarantacinquesimo anniversario dell’insurrezione popolare di
Lhasa: in quel giorno, dopo dieci anni di occupazione cinese, i
tibetani della capitale diedero inizio alla prima e unica rivolta
nazionale. Più di 87mila civili furono uccisi dall’Esercito della
Repubblica Popolare. Mentre circa 100mila chiesero asilo politico in
India, insieme al Dalai Lama, massima autorità spirituale del buddhismo
tibetano.
“Ma la mia storia è comune a quelle di molte altre famiglie tibetane”,
insiste Gyari con voce roca e un inglese perfetto. Dietro le bandiere a
strisce rosso, giallo e blu, Lama Tashi, nato in Tibet cinque giorni
dopo la storica sollevazione, recupera ricordi altrettanto tristi:
“Appartenevo a una grande e nobile famiglia. Mio nonno fu ucciso dai
cinesi nel ’59 con altre 200mila persone. Tutti gli uomini illustri
vennero ammazzati”. Tashi abbassa lo sguardo e con la bandiera si copre
le spalle. Poi continua: “Dopo un anno mia madre e mio padre presero in
braccio i loro due bambini – oggi in tutto siamo sei fratelli, io sono
il secondogenito – e corsero per tutta la notte cercando di non farsi
catturare dai soldati cinesi. La loro fuga durò venti giorni.
Camminarono senza mai fermarsi per poi trovare rifugio in Nepal”.
Tashi Tsering Lama, oggi presidente della comunità tibetana in Italia,
ha un destino simile a quello di molti rifugiati: è entrato in
monastero nel sud dell’India ancora bambino. Sorridendo racconta:
“Avevo sette anni quando decisi di vivere tra i monaci. Studiai la
filosofia buddhista per 25 anni. Sì, ero davvero piccolo, ma
determinato. Insistetti moltissimo affinché i miei genitori
approvassero la mia scelta”. Tashi crescendo è diventato un pittore di
grande fama. I suoi thangka, tessuti dipinti o ricamati, colorano i
monasteri buddhisti più importanti dell’India. Dal ’94 il Lama vive in
Italia alla Casa del Tibet di Votigno, dove coordina un progetto di
aiuti ai profughi tibetani e di adozioni a distanza.
Le persecuzioni cinesi contro i tibetani continuano da mezzo secolo.
Sterilizzazione forzata delle donne, carcerazioni sommarie e condanne a
morte degli oppositori al regime, sono solo alcune delle violazioni dei
diritti umani perpetrate dalle forze d’occupazione.
Attualmente sono stanziati nella regione circa 50mila soldati della
Repubblica Popolare. Il dialogo con Pechino appare lontano, il Dalai
Lama così parla in questo giorno di commemorazione: “Spero che l’anno
in corso possa vedere un significativo cambiamento delle nostre
relazioni con il governo cinese. Come nel 1954, quando incontrai il
presidente Mao Tse Tung, sono determinato a non lasciare alcunché di
intentato per trovare una soluzione di pace”.
Il religioso spiega che il processo di apertura alla democrazia della
Cina deve avvenire “in modo dolce. La comunità internazionale è sempre
più cosciente che quello del Tibet è un problema di natura politica
profonda che va risolto con le trattative. Credo, inoltre, che il
miglioramento dei rapporti tra Cina e India, i Paesi più popolosi del
mondo, sia fondamentale per la stabilità in Asia e nel resto del
mondo”. E poi aggiunge: “In Cina è in atto un cambiamento profondo.
Affinché avvenga senza confusione e violenza, è essenziale un’esatta
conoscenza della realtà dei fatti da parte del grande pubblico. E
quindi più libertà d’informazione. Come potrebbe altrimenti esserci
stabilità?”. In Cina oggi la libertà di espressione è ancora una
chimera: sono 130 i giornalisti in carcere, tra cui 39 internauti o,
cosiddetti, cyber dissidenti.