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Oltre il cancello invalicabile del penitenziario di Manila (capitale
delle Filippine), dentro il braccio della morte. Qui si reca ogni
giorno il cappellano Robert Olaguer dal 1990, assistendo 1700
prigionieri. Tra questi ci sono Roberto Lara e Roderick Licayan, due
filippini condannati per rapimento alla pena capitale. Dovevano essere
uccisi con iniezione letale il 30 gennaio 2004. Poi l’esecuzione è
stata rinviata di trenta giorni, a lunedì 1 marzo. E ancora sospesa
dalla Corte Suprema che il 19 febbraio si è pronunciata per un nuovo
processo. Ma in quest’ultimo mese i giornali hanno parlato poco dei due
condannati. Anche la presidente Gloria Arroyo non si è più pronunciata.
La campagna elettorale, iniziata il 10 febbraio scorso e che la vede
ricandidata, ha assorbito l’attenzione e le energie dei mezzi di
comunicazione, delle autorità e dell’opinione pubblica.
Intanto, “Lara e Lycaian non possono dormire. Per loro potrebbe esserci
ancora una speranza”, spiega il religioso: “La Corte Suprema ha chiesto
che vengano processati di nuovo. Il giudice, però, sarà lo stesso che
li ha condannati”. Attraverso i giornali e via internet è impossibile
trovare informazioni sui due uomini. Il cappellano è l’unico in grado e
desideroso di dar loro un’età e un volto: “Lara ha 32 anni, Licayan uno
di più. Sono giovani uomini – la voce del prete si fa lieve – Licayan
ha compiuto gli anni qui in carcere il 5 febbraio. Vivevano nella
periferia della capitale e facevano i muratori. Lara, prima di arrivare
a Manila, lavorava in una piantagione di zucchero. Quando si è
trasferito nella metropoli ha trovato lavoro in un’impresa di
costruzioni come operaio”.
Le giornate dei due uomini trascorrono in solitudine e in un isolamento
quasi totale. Il prete prosegue nel suo racconto con voce sempre più
sottile: “Nessuno fa visita a Lara. Il fratello di Licayan, invece,
viene ogni domenica. Eppure avevano famiglia. Lara ha due bambini, la
moglie però l’ha abbandonato dopo l’arresto. Anche Licayan ha figli,
quattro, ed è stato lasciato. La consorte ha sposato un altro uomo. Le
loro madri abitano ad alcune ore di aereo. Quella di Lara era venuta a
gennaio con i due nipoti per assistere all’esecuzione del figlio.
Quando questa è stata rimandata è dovuta tornare a casa. Non poteva
permettersi di soggiornare a Manila. Lara, inoltre, per occupare il
tempo e guadagnare qualche soldo, pulisce le scarpe di alcuni
prigionieri”.
“Ma Lara e Licayan – ripete per almeno due volte il prete – non sono i
soli in attesa di morire: i condannati a morte nel penitenziario di
Mantilupa sono più di mille". Secondo altre fonti
sarebbero 168 le persone per cui la Corte ha già espresso una
sentenza definitiva. "Io mi prendo cura di loro - prosegue l'uomo
-Cerco di sviluppare la loro fede, qualsiasi essa sia. Contatto
ministri, pastori, imam che possano venire ad ascoltarli”. Il
cappellano si ferma spesso a osservare i detenuti: “Li vedo tristi,
mentre camminano nel cortile intorno all’edificio. Possono uscire dalla
cella una volta sola, la mattina. E’ l’unico momento in cui vedono la
luce del sole”. E poi con lucidità dichiara: “La maggior parte di loro
hanno commesso stupri, omicidi, furti. Credo che ce ne siano alcuni
colpevoli e altri no. I primi sono consapevoli e pentiti di quello che
hanno fatto, accettano la sentenza. I secondi rivendicano la loro
innocenza”.
Sicuramente innocente secondo il cappellano sarebbe Lara: “E’ stato
arrestato per una coincidenza infelice”, e prosegue ricostruendone il
percorso da uomo libero a condannato come peggiore dei criminali: “Lara
e la moglie vivevano in una casa di proprietà di Ghetro, responsabile
del rapimento di un uomo d’affari e della sua segretaria nel 1999. Un
giorno Ghetro offrì alla famiglia una nuova abitazione in cui
trasferirsi. Lara e i suoi cari traslocarono. Ghetro organizzò il
sequestro e portò i due ostaggi nella ex casa di Lara. Quest’ultimo,
poi, dovette tornare nella vecchia abitazione per recuperare i vestiti
dei suoi bambini. Arrivò quando era in corso il rapimento e insieme
alla polizia. Le forze dell’ordine l’hanno arrestato e una volta in
carcere l’hanno picchiato. Fu sotto tortura che Lara pronunciò il nome
di Licayan”. Un mese fa gli ideatori del crimine, catturati di recente,
hanno ammesso che Lara “non ha niente a che fare con questa faccenda”.
Mentre Licayan potrebbe avere qualche responsabilità, ma non sarebbe di
certo il mandante del sequestro.
L’opinione pubblica, probabilmente ignara di questa triste storia,
continua a essere in gran parte favorevole all’esecuzione dei due
uomini. Il religioso spiega: “sono i media a condizionarla, mostrando
continuamente immagini di tutti i crimini che vengono commessi in
questo Paese. La televisione gioca sulle emozioni delle persone. Così
che queste finiscono con il provare rabbia e sentimenti di vendetta”.
Nel corso del 2003 le Filippine sono state colpite da un’ondata di
sequestri: un centinaio in un anno. Tra gli ostaggi ci sono soprattutto
i membri della ricca minoranza cinese, sostenitrice del presidente
Gloria Arroyo. “La comunità cinese finanzia la campagna elettorale
dell’Arroyo, per questo ha fatto pressione su di lei affinché
acconsentisse a giustiziare i rapitori. Il problema è che nel mio Paese
la politica decide della vita delle persone. Per questo motivo piango
ogni giorno”, dice il prete con voce rotta da un sospiro e aggiunge:
“La mia speranza è che si arrivi all’abolizione totale della pena di
morte. Dobbiamo preservare la vita di ogni individuo, sia buono che
malvagio. I colpevoli devono essere puniti, ma non uccisi”.
Abolita nel 1987, la pena capitale è stata reintrodotta nell’arcipelago
asiatico negli ultimi mesi del ’93 e poi sospesa, ancora, con una
moratoria dal 2000 al gennaio 2004, durante la presidenza dell’Arroyo.
Nel carcere di Mantilupa i prigionieri hanno un’età media di 28 anni e
sono tutti uomini. Tra il ’99 e il 2000 sette persone sono state uccise
con iniezione letale: “Le ho viste morire tutte. Sono stato l’ultima
persona che hanno potuto guardare e con cui hanno parlato. L’ultima con
cui sono venuti in contatto. Quando andrò in Paradiso – continua il
cappellano – loro saranno i primi che rivedrò”.
Secondo Amnesty il nuovo processo a Lara e Licayan dovrebbe partire a breve
e non è chiaro quanto possa durare.