15/12/2003versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Marco Bertotto, Presidente di Amnesty Italia

Saddam HusseinQuale giustizia deve essere fatta riguardo a Saddam Hussein? Saddam Hussein deve essere processato nel rispetto delle regole internazionali sull’equo processo. E’ un prigioniero di guerra in quanto capo delle forze armate irachene e quindi va trattato nel rispetto delle Convenzioni di Ginevra.

Cosa prevedono queste regole? Saddam ha diritto ad avere immediato accesso ai delegati del Comitato Internazionale della Croce Rossa e a un processo equo, ovvero in cui siano garantite l’indipendenza e l’imparzialità del tribunale. Quindi deve avere una difesa e i sospetti nei suoi confronti devono essere perseguiti solo sulla base delle prove che sono poste a suo carico. Ci devono essere più fasi di giudizio. Non si deve ricorrere alla pena di morte e ad altre forme inumane e degradanti di punizione anche allo scopo di estorcere informazioni. Non ha diritto, invece, a nessun tipo di clausola di amnistia o di perdono, o legata al fatto che era un capo di Stato. Per questo tipo di crimini non è concessa nessuna immunità dal diritto internazionale. In più, alle vittime e ai loro famigliari devono essere riconosciute delle forme di risarcimento per gli abusi che hanno sofferto.

Un risarcimento per le vittime irachene? Sì. In Iraq alcune associazioni irachene per i diritti umani hanno presentato una richiesta al Ministero di Grazia e Giustizia e a quello per i Diritti Umani del governo provvisorio. Però, al momento, non si possono fare previsioni precise sulla concessione di forme di ricompensa o di indennizzo.

Cosa pensa del Tribunale iracheno istituito il 10 dicembre scorso? Siamo perplessi, ma in attesa di conoscerne nei dettagli lo statuto. A prima vista ci sembra preoccupante che questo tribunale sia nato quasi dal nulla. Non c’è stata, infatti, alcuna forma di consultazione con le organizzazioni per i diritti e di intervento della comunità internazionale. Avevamo chiesto l’istituzione di un comitato di esperti per studiare come funziona il sistema penale iracheno. Volevamo che si facessero delle proposte da discutere con la società civile irachena in merito ai crimini commessi nel passato. Questo tribunale è nato con alcuni rischi: il diritto penale iracheno prevede per diversi reati la condanna capitale. Crediamo che un Tribunale che voglia intervenire in modo efficace e coerente sui diritti umani non possa a sua volta commettere violazioni e, quindi, applicare la pena di morte.

A quando risale il codice penale iracheno? E’il codice civile iracheno che era in vigore durante il regime di Saddam Hussein. Non è stato modificato. Il diritto internazionale, in realtà, non consente alla potenza occupante di modificare in maniera autonoma il codice penale, se non per le parti palesemente in contrasto con le regole internazionali sui diritti umani. Come, per esempio, l’applicazione della pena di morte.

Le forze Usa stanno rispettando i diritti umani in questa cattura? Sono valutazioni che non sono in grado di fare. Le informazioni su com’è avvenuta la cattura sono state assolutamente frammentarie.

Cosa pensa dell’uso mediatico delle immagini che è stato fatto? Dobbiamo ancora valutare la situazione. L’esposizione pubblica dei prigionieri di guerra è una questione controversa che abbiamo sollevato già durante la guerra. Per esempio, riguardo a quei prigionieri iracheni mostrati in televisione con delle forme di pressione da parte dei soldati americani. Durante tutto il conflitto ci sono stati casi di violazioni delle norme sulla condotta militare sia da parte degli Usa che degli iracheni. Nel caso di Saddam, però, parliamo di una persona conosciuta.

Gli Stati Uniti, in particolare, non riconoscono il tribunale internazionale permanente per i crimini di guerra… E’ una posizione che abbiamo criticato in tante circostanze. Non può essere giustificata. Gli Stati Uniti hanno lanciato un’offensiva globale contro l’idea di giustizia internazionale, firmando una serie di accordi bilaterali di impunità. L’hanno fatto minacciando di ritirare i sostegni militari ed economici ai paesi che hanno aderito al Trattato di Roma. Inoltre, hanno insistito due volte con il Consiglio di Sicurezza dell’Onu per far approvare una risoluzione che impedisse il trasferimento alla Corte Penale Internazionale del personale impegnato in operazione di peacekeeping. Sono comportamenti inaccettabili per un qualsiasi governo che vuole giocare un ruolo positivo nella tutela dei diritti umani. Non possono esistere delle cittadinanze che garantiscono l’impunità. Tra l’altro, essendo la Corte complementare ai tribunali nazionali, gli Stati Uniti non avrebbero nulla da temere, perché la loro magistratura avrebbe un diritto di priorità rispetto a questa sugli abusi commessi da cittadini americani.

Oggi sta testimoniando il generale Usa Wesley Clark nel processo a Milosevic. E’ un processo importante perché finalmente si è affermata l’idea nella comunità internazionale che neanche i capi di stato sono immuni dalla prosecuzione. Ma rimangono ancora impuniti illustri responsabili, c’è ancora molta strada da fare per rendere giustizia alle vittime delle stragi dei Balcani.

E’ una situazione che dovrebbe ripetersi per Saddam? Saddam è stato responsabile di più di trent’anni di orrori in Iraq. La sua cattura è una notizia importante e un processo costituirebbe un passo nella pacificazione di un paese che ha vissuto guerre e imbarghi. Le possibilità di fare giustizia sono diverse. Per esempio si potrebbe fare ricorso a un tribunale regionale con giudici iracheni e stranieri sulla base di una giurisdizione specifica. Quello che importa è che adesso vengano garantiti a Saddam i diritti, per segnare la differenza tra giustizia e vendetta. Solo così si potrebbe fare giustizia, restituire verità alle vittime delle sue azioni e aprire i processi a tutti gli esponenti del governo iracheno che hanno avuto un ruolo diretto nelle violazioni.

Francesca Lancini

 

Categoria: Diritti, Guerra
Luogo: Iraq