stampa
invia
Quale giustizia deve essere fatta riguardo a Saddam Hussein? Saddam
Hussein deve essere processato nel rispetto delle regole internazionali
sull’equo processo. E’ un prigioniero di guerra in quanto capo delle
forze armate irachene e quindi va trattato nel rispetto delle
Convenzioni di Ginevra.
Cosa prevedono queste regole? Saddam ha diritto ad avere immediato
accesso ai delegati del Comitato Internazionale della Croce Rossa e a
un processo equo, ovvero in cui siano garantite l’indipendenza e
l’imparzialità del tribunale. Quindi deve avere una difesa e i sospetti
nei suoi confronti devono essere perseguiti solo sulla base delle prove
che sono poste a suo carico. Ci devono essere più fasi di giudizio. Non
si deve ricorrere alla pena di morte e ad altre forme inumane e
degradanti di punizione anche allo scopo di estorcere informazioni. Non
ha diritto, invece, a nessun tipo di clausola di amnistia o di perdono,
o legata al fatto che era un capo di Stato. Per questo tipo di crimini
non è concessa nessuna immunità dal diritto internazionale. In più,
alle vittime e ai loro famigliari devono essere riconosciute delle
forme di risarcimento per gli abusi che hanno sofferto.
Un risarcimento per le vittime irachene? Sì. In Iraq alcune
associazioni irachene per i diritti umani hanno presentato una
richiesta al Ministero di Grazia e Giustizia e a quello per i Diritti
Umani del governo provvisorio. Però, al momento, non si possono fare
previsioni precise sulla concessione di forme di ricompensa o di
indennizzo.
Cosa pensa del Tribunale iracheno istituito il 10 dicembre scorso?
Siamo perplessi, ma in attesa di conoscerne nei dettagli lo statuto. A
prima vista ci sembra preoccupante che questo tribunale sia nato quasi
dal nulla. Non c’è stata, infatti, alcuna forma di consultazione con le
organizzazioni per i diritti e di intervento della comunità
internazionale. Avevamo chiesto l’istituzione di un comitato di esperti
per studiare come funziona il sistema penale iracheno. Volevamo che si
facessero delle proposte da discutere con la società civile irachena in
merito ai crimini commessi nel passato. Questo tribunale è nato con
alcuni rischi: il diritto penale iracheno prevede per diversi reati la
condanna capitale. Crediamo che un Tribunale che voglia intervenire in
modo efficace e coerente sui diritti umani non possa a sua volta
commettere violazioni e, quindi, applicare la pena di morte.
A quando risale il codice penale iracheno? E’il codice civile iracheno
che era in vigore durante il regime di Saddam Hussein. Non è stato
modificato. Il diritto internazionale, in realtà, non consente alla
potenza occupante di modificare in maniera autonoma il codice penale,
se non per le parti palesemente in contrasto con le regole
internazionali sui diritti umani. Come, per esempio, l’applicazione
della pena di morte.
Le forze Usa stanno rispettando i diritti umani in questa cattura? Sono
valutazioni che non sono in grado di fare. Le informazioni su com’è
avvenuta la cattura sono state assolutamente frammentarie.
Cosa pensa dell’uso mediatico delle immagini che è stato fatto?
Dobbiamo ancora valutare la situazione. L’esposizione pubblica dei
prigionieri di guerra è una questione controversa che abbiamo sollevato
già durante la guerra. Per esempio, riguardo a quei prigionieri
iracheni mostrati in televisione con delle forme di pressione da parte
dei soldati americani. Durante tutto il conflitto ci sono stati casi di
violazioni delle norme sulla condotta militare sia da parte degli Usa
che degli iracheni. Nel caso di Saddam, però, parliamo di una persona
conosciuta.
Gli Stati Uniti, in particolare, non riconoscono il tribunale
internazionale permanente per i crimini di guerra… E’ una posizione che
abbiamo criticato in tante circostanze. Non può essere giustificata.
Gli Stati Uniti hanno lanciato un’offensiva globale contro l’idea di
giustizia internazionale, firmando una serie di accordi bilaterali di
impunità. L’hanno fatto minacciando di ritirare i sostegni militari ed
economici ai paesi che hanno aderito al Trattato di Roma. Inoltre,
hanno insistito due volte con il Consiglio di Sicurezza dell’Onu per
far approvare una risoluzione che impedisse il trasferimento alla Corte
Penale Internazionale del personale impegnato in operazione di
peacekeeping. Sono comportamenti inaccettabili per un qualsiasi governo
che vuole giocare un ruolo positivo nella tutela dei diritti umani. Non
possono esistere delle cittadinanze che garantiscono l’impunità. Tra
l’altro, essendo la Corte complementare ai tribunali nazionali, gli
Stati Uniti non avrebbero nulla da temere, perché la loro magistratura
avrebbe un diritto di priorità rispetto a questa sugli abusi commessi
da cittadini americani.
Oggi sta testimoniando il generale Usa Wesley Clark nel processo a
Milosevic. E’ un processo importante perché finalmente si è affermata
l’idea nella comunità internazionale che neanche i capi di stato sono
immuni dalla prosecuzione. Ma rimangono ancora impuniti illustri
responsabili, c’è ancora molta strada da fare per rendere giustizia
alle vittime delle stragi dei Balcani.
E’ una situazione che dovrebbe ripetersi per Saddam? Saddam è stato
responsabile di più di trent’anni di orrori in Iraq. La sua cattura è
una notizia importante e un processo costituirebbe un passo nella
pacificazione di un paese che ha vissuto guerre e imbarghi. Le
possibilità di fare giustizia sono diverse. Per esempio si potrebbe
fare ricorso a un tribunale regionale con giudici iracheni e stranieri
sulla base di una giurisdizione specifica. Quello che importa è che
adesso vengano garantiti a Saddam i diritti, per segnare la differenza
tra giustizia e vendetta. Solo così si potrebbe fare giustizia,
restituire verità alle vittime delle sue azioni e aprire i processi a
tutti gli esponenti del governo iracheno che hanno avuto un ruolo
diretto nelle violazioni.