14/01/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



"Non basta vedere il danno crudele nei notiziari televisivi per mettersi nei panni del male inflitto al prossimo". Un commento dello scrittore spagnolo Juan Goytisolo su quanto sta avvenendo a Gaza in questi giorni

                                                                                                              Copyright El Pais, 13/01/2009

di Juan Goytisolo, scrittore

 

Un milione e mezzo di palestinesi patiscono l’assedio nel ghetto di Gaza, nel frattempo, i politici di Israele proclamano la loro indifferenza rispetto alle sofferenze degli assediati. Questo può solo produrre più violenza.

“Nuociamo solamente agli altri quando siamo incapaci di immaginarli” ho letto in qualche libro, non so se di Todorov o di Carlos Fuentes.
La frase si riferiva a gesta lontane, come la Conquista spagnola dell’America o le guerre coloniali europee del XIX secolo, quando le crudeltà di quelle guerre, patite da popoli “inferiori”, si rivestivano con un’aura di altruismo ed eroicità: missione evangelizzatrice o apporto delle luci della civilizzazione alla loro barbarie e arretratezza.
Già Sharon formulò così un programma d’azione: “I Palestinesi devono soffrire molto di più”.

Mi torna alla memoria la frase di Marek Halter: “Ho paura per Israele e Israele mi fa paura”.
Le cose oggi sono diverse. Che si tratti di guerre d’aggressione o di guerre di presunta difesa o anche di guerre preventive, le immagini del male che queste causano ci arrivano direttamente a domicilio. In casa nostra assistiamo alle atrocità dei bombardamenti, alla morte quasi in diretta di donne e bambini, al martellamento continuo di popolazioni terrorizzate. La vista spaventosa di rovine, cadaveri, disperazione dei simili alle vittime può tuttavia essere catturata senza che immaginiamo i sentimenti di impotenza, rabbia o dolore altrui, senza metterci nei panni di coloro che soffrono.
Il rifiuto volontario o indotto del riconoscimento del male che causiamo è spesso prodotto dell’ansia, dell’orrore verso il nostro passato, di paure ancestrali della sua reiterazione nel futuro. Uccidiamo per paura, presi in una spirale di angoscia, sfiducia e impulsi aggressivi dalla quale è difficile scappare. A causa di questo lasciamo che la forza della ragione lasci il passo alla ragione della forza. Non ci sentiamo colpevoli del male che infliggiamo in funzione di quello che potrebbe abbattersi sulle nostre teste. La logica del timore/ castigo/ timore non ha fine, ma l’angoscia e la fiducia cieca nelle propria forza sono cattive consigliere.
Scrivo ciò a proposito di Gaza. Era necessaria tale esibizione di prepotenza militare per porre fine al lancio di missili artigianali a Sderot e ad altre località israeliane vicine alla striscia? L’assedio terra, mare e aria ad un milione e mezzo di persone affamate e che gridano vendetta porta ad una risoluzione del problema di sicurezza di Israele o, più presumibilmente, lo aggrava? Era l’unica opzione a disposizione dopo il mini colpo di stato di Hamas contro la screditata Autorità Palestinese, come ripetono ogni giorno i portavoce militari e governativi dello Stato ebreo? La comunità internazionale, eccezion fatta per i falconi di Bush, pensa il contrario.

Annientare, annientare e annientare non garantisce il futuro di Israele: lo rinchiude in una mentalità assediata che a lungo termine gioca contro di lui. Seminare l’odio e la brama di vendetta rinforzano, invece, Hamas, Hezbollah e i loro mentori iraniani e siriani. Non è contraddittorio addurre la legittima difesa dello Stato giudeo contro “i lupi” che lo circondano (utilizzo la terminologia di un noto analista nordamericano) e fomentare allo stesso tempo la proliferazione infinita di questi “lupi” con una politica di asfissia e distruzione di tutte le infrastrutture civili della striscia, compreso scuole, moschee, edifici amministrativi e centri di accoglienza per rifugiati delle Nazioni Unite?

Non basta vedere il danno crudele nei notiziari televisivi per mettersi nei panni del male inflitto al prossimo: a questi centinaia di migliaia di giovani della striscia, indignati per la patetica incapacità di Abbàs e la complicità nella sua disgrazia di presunti paesi fratelli, come l’Egitto di Mubarak. Qualunque osservatore straniero verificherà l’effetto inverso della ferocia che trasforma questo ghetto infame in un autentico inferno: -dalla frase di un professore, laico, riprodotta in uno dei miei servizi su Gaza del decennio passato- “ guardi i giovani dei campi. Vivono pigiati, senza lavoro, distrazioni, possibilità di emigrare né di formare una famiglia. A poco a poco sentono che muoiono essendo vivi ed il loro cuore si trasforma in bomba. E un giorno, senza avvertire nessuno, correranno con un’arma qualsiasi ad un’operazione terrorista suicida. Non gli importa morire perché già si sentono morti”- fino a quella raccolta dal corrispondente di questo giornale lo scorso giorno 5 – “ la gente appoggia più che mai Hamas perché è arrivato un punto in cui la vita e la morte son quasi lo stesso”- i fatti confermano che il Piombo Indurito non risolve niente: dilata e complica inutilmente la già complessa e ardua risoluzione del conflitto. Confesso la mia perplessità davanti ad uno sproposito come quello che, dopo la terribile frase di Sharon- “i palestinesi devono soffrire molto di più”, formulata sette anni fa a modello di programma d’azione-, un intellettuale come Abraham Yehoshua l’accetti oggi a suo modo quando, in queste stesse pagine, affermava senza vergogna che “ la capacità di sofferenza dei palestinesi è molto più grande”. Si basa su una diagnosi scientifica, su uno psicometro in grado di misurare il dolore proprio e altrui? O non sarà piuttosto riflesso di questa incapacità di immaginare la sofferenza altrui, che siano giudei, indo americani, neri o palestinesi? Un’opportuna lettura di Todorov ci toglierebbe dai dubbi.

L’annientamento di Gaza non risponde ad una strategia ben meditata: si fonda invece su una politica opportunista di rendimento elettorale di fronte alle prossime elezioni parlamentari, a costo di far svanire le ultime illusioni di coloro che, da Oslo a Annapolis, hanno creduto nella possibilità di una soluzione dialogata, sebbene smentita anno dopo anno, sul campo, nei Territori Occupati: estensione senza freno della colonizzazione, umiliazioni giornaliere degli abitanti di Gerusalemme Est e della Cisgiordania, miseria e asfissia di Gaza, soprattutto dopo il trionfo elettorale di Hamas, giudicato come movimento terrorista dal Nordamerica e da un’Unione Europea tragicamente disunita e incapace di svolgere il ruolo di mediatore credibile che le circostanze consigliano.
Il gioco di separare il presunto Stato palestinese in due entità e frammentare il territorio cisgiordano in bantustan impensabili pregiudica soprattutto lo screditato Governo di Mahmud Abbàs. Giacché l’estremismo di una parte alimenta quello dell’altra e, con la scusa di non dialogare con i terroristi- ovviando il fatto che sono stati eletti democraticamente- l’unico “Stato democratico” della regione viola giornalmente le risoluzioni dell’ONU e disprezza olimpicamente la disapprovazione quasi unanime dell’opinione pubblica internazionale.
Mi tornano alla memoria la frase di qualcuno così poco sospettoso della parzialità anti israeliana come Marek Alter dopo la sua visita ai Territori Occupati- “ho paura per Israele e Israele mi fa paura”- e le riflessioni del mio amico Jean Daniel sul paradosso storico che Israele- creato dai padri del movimento sionista con lo scopo di costituire uno Stato come gli altri- agisce dal 1967 come uno Stato diverso dagli altri, nella misura in cui si pone deliberatamente al margine della comunità internazionale che ha riconosciuto la sua esistenza 60 anni fa.

La mancanza di immaginazione rispetto al dolore dei palestinesi – la capacità etica e, in fin dei conti, umana di mettersi al loro posto- li rinchiude in un vicolo cieco: colpire sempre e sempre più duramente i nemici, tanto quelli che si rifiutano di accettare la realtà con la sua infausta retorica e insostenibili bravate- quelle di “buttare i giudei a mare”- quanto quelli che aspirano alla pace e ad un orizzonte condivisi attraverso il ritorno alla così chiamata linea verde, secondo la risoluzione 242 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Ascolto, con speranza e sollievo, la voce dei suoi intellettuali dissidenti, di quegli uomini e donne decisi a prendere le distanze dall’unanimità clamorosa che indicano i sondaggi sul successo effimero della devastatrice operazione militare nella striscia. Sono i dissidenti laici dell’uno e dell’altro schieramento coloro che difendono il ritorno alla ragione. Il loro ancora chimerico anelo di pace si basa sulla speranza di raggiungere un giorno un accordo concreto e giusto. Semplici esseri umani vengono, immaginano e sentono il male che infliggono agli altri e che non vogliono per sé stessi. Sulla linea esemplare di Edward Said, strappato con la forza alla sua infanzia palestinese, si rifiutano di mettere radici, come gli alberi nel terreno dell’oppressione. Vogliono essere il vento e l’acqua, come tutte le cose che scorrono nella costante mutevolezza del fiume di Eraclito. Che un giorno, più presto che tardi, la storia dia loro ragione!!

                                                                                                                 Juan Goytisolo.

Categoria: Diritti, Guerra
Luogo: Israele - Palestina