I curdi tornano a Kirkuk, per votare e restare. L'opinione di Kamal e Zana
Durante le elezioni del 30 gennaio un gran numero di curdi si sono recati a Kirkuk
per riconquistare la città da cui erano stati scacciati da Saddam, uno dei centri
storicamente più legati all’identità e alle aspirazioni di quel popolo. Abbiamo
cercato di cogliere il punto di vista curdo attraverso le impressioni di Kamal
e Zana, un fisioterapista e una avvocatessa originari di Kirkuk, che oggi vivono
a Suleymania. Due tra le migliaia di curdi iracheni che nella storica giornata
hanno scelto di andare a votare proprio lì.
Mi confermate che centinaia di curdi iracheni hanno deciso di votare proprio
a Kirkuk per ritornare nella città da cui erano stati scacciati? È vero che molti
di loro lo hanno fatto con l’intenzione di ristabilircisi?
Kamal: È la verità, sono uno di quelli che hanno votato a Kirkuk, insieme ad altre
migliaia di persone. Venivano da tutto il Kurdistan, o meglio, tornavano dopo
essere state sfollate dalla politica Saddam che puntava ad arabizzare l’importante
centro petrolifero. Nel mio caso, lasciai Kirkuk nel 1963.
Per cominciare, la maggior parte delle persone si sono limitate a recarsi in
città per votare, ma l’intenzione di tutti è quella di ritornarci a vivere. Quando
la sicurezza sarà sotto controllo saremo in grado di tornare a prendere possesso
delle nostre proprietà confiscate, nel corso di decenni, dal regime di Saddam.
Stando alle cifre, si direbbe che I curdi possano tornare in breve ad essere
la maggioranza a Kirkuk: come sono i rapporti con la comunità Turcomanna che oggi
è prevalente?
Credi che la situazione potrebbe degenerare in scontri per il controllo della
zona o che si raggiungeranno dei compromessi politici?
Kamal: il nesso tra i due popoli è molto antico e i rapporti anche oggi sono buoni,
diciamo per il 90% dei casi. I nostri geni sono mischiati da anni di matrimoni,
come quello di mio fratello la cui moglie è turcomanna.
Per queste ragioni sono convinto che non si sia disposti a combattere gli uni
contro gli altri.
I problemi che ci sono vengono soprattutto dall’esterno, la Turchia ha ammonito
i curdi dall’occupare Kirkuk. Qui si sostiene che Ankara abbia mandato 900 militari
turchi con il solo scopo di fare spionaggio e creare problemi sponsorizzando azioni
terroriste in città; sono ormai diversi i leader curdi uccisi a Kirkuk.
Ma allora che cosa potrebbe accadere se la Turchia cercasse di utilizzare la
polizia irachena per sventare la minaccia curda? Ne nascerebbe uno scontro tra
polizia irachena e milizie peshmerga?
Kamal: No, non ci sono peshmerga a Kirkuk. Piuttosto è la stessa polizia irachena che
in larga parte è composta da curdi originari di Kirkuk, questo è un fatto di cui
la Turchia dovrebbe tenere conto.
Credi dunque che Kirkuk diventerà la capitale di una futura regione federale
curda? Che speranze nutri per il futuro della tua gente in Iraq?
Zana: Credo che non diventerà capitale federale di alcuna regione perché Kirkuk è
per noi la città della fratellanza di tutti i popoli che vi hanno vissuto. Spero
piuttosto che possa diventare un simbolo concreto di questa fratellanza. La cosa
più importante per me è però che venga attuato l’Articolo N.58 della Legislazione
Amministrativa Irachena, che prevede il diritto di ritorno alle proprie abitazioni
per tutte le persone sfollate al tempo di Saddam; una decisione che vale tanto
per i turcomanni quanto per i curdi. Tutto quello che voglio per la mia gente
è la possibilità di vivere in pace, senza dover lottare per avere una propria
nazione e per affermare la propria specificità di uomini e donne curdi.
Kamal: Penso che non sia molto importante che Kirkuk diventi o meno capitale, quello
che conta è che ritorni a fare parte del Kurdistan come la città curda che storicamente
è sempre stata. Vorrei che si potesse vivere assieme come iracheni, senza discriminazioni
di idioma o religione. Con la garanzia della democrazia e il rispetto dei diritti
umani.