16/02/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



I curdi tornano a Kirkuk, per votare e restare. L'opinione di Kamal e Zana
Durante le elezioni del 30 gennaio un gran numero di curdi si sono recati a Kirkuk per riconquistare la città da cui erano stati scacciati da Saddam, uno dei centri storicamente più legati all’identità e alle aspirazioni di quel popolo. Abbiamo cercato di cogliere il punto di vista curdo attraverso le impressioni di Kamal e Zana, un fisioterapista e una avvocatessa originari di Kirkuk, che oggi vivono a Suleymania. Due tra le migliaia di curdi iracheni che nella storica giornata hanno scelto di andare a votare proprio lì.
 
Curdi festeggiano la caduta di Saddam
Mi confermate che centinaia di curdi iracheni hanno deciso di votare proprio a Kirkuk per ritornare nella città da cui erano stati scacciati? È vero che molti di loro lo hanno fatto con l’intenzione di ristabilircisi?
Kamal: È la verità, sono uno di quelli che hanno votato a Kirkuk, insieme ad altre migliaia di persone. Venivano da tutto il Kurdistan, o meglio, tornavano dopo essere state sfollate dalla politica Saddam che puntava ad arabizzare l’importante centro petrolifero. Nel mio caso, lasciai Kirkuk nel 1963.
Per cominciare, la maggior parte delle persone si sono limitate a recarsi in città per votare, ma l’intenzione di tutti è quella di ritornarci a vivere. Quando la sicurezza sarà sotto controllo saremo in grado di tornare a prendere possesso delle nostre proprietà confiscate, nel corso di decenni, dal regime di Saddam.
 
Chiesa caldea a KirkukStando alle cifre, si direbbe che I curdi possano tornare in breve ad essere la maggioranza a Kirkuk: come sono i rapporti con la comunità Turcomanna che oggi è prevalente?
Credi che la situazione potrebbe degenerare in scontri per il controllo della zona o che si raggiungeranno dei compromessi politici?
Kamal: il nesso tra i due popoli è molto antico e i rapporti anche oggi sono buoni, diciamo per il 90% dei casi. I nostri geni sono mischiati da anni di matrimoni, come quello di mio fratello la cui moglie è turcomanna.
Per queste ragioni sono convinto che non si sia disposti a combattere gli uni contro gli altri.
I problemi che ci sono vengono soprattutto dall’esterno, la Turchia ha ammonito i curdi dall’occupare Kirkuk. Qui si sostiene che Ankara abbia mandato 900 militari turchi con il solo scopo di fare spionaggio e creare problemi sponsorizzando azioni terroriste in città; sono ormai diversi i leader curdi uccisi a Kirkuk.
 
Ma allora che cosa potrebbe accadere se la Turchia cercasse di utilizzare la polizia irachena per sventare la minaccia curda? Ne nascerebbe uno scontro tra polizia irachena e milizie peshmerga?
Kamal: No, non ci sono peshmerga a Kirkuk. Piuttosto è la stessa polizia irachena che in larga parte è composta da curdi originari di Kirkuk, questo è un fatto di cui la Turchia dovrebbe tenere conto.
 
Donna al voto a Kirkuk
Credi dunque che Kirkuk diventerà la capitale di una futura regione federale curda? Che speranze nutri per il futuro della tua gente in Iraq?
Zana: Credo che non diventerà capitale federale di alcuna regione perché Kirkuk è per noi la città della fratellanza di tutti i popoli che vi hanno vissuto. Spero piuttosto che possa diventare un simbolo concreto di questa fratellanza. La cosa più importante per me è però che venga attuato l’Articolo N.58 della Legislazione Amministrativa Irachena, che prevede il diritto di ritorno alle proprie abitazioni per tutte le persone sfollate al tempo di Saddam; una decisione che vale tanto per i turcomanni quanto per i curdi. Tutto quello che voglio per la mia gente è la possibilità di vivere in pace, senza dover lottare per avere una propria nazione e per affermare la propria specificità di uomini e donne curdi.
Kamal: Penso che non sia molto importante che Kirkuk diventi o meno capitale, quello che conta è che ritorni a fare parte del Kurdistan come la città curda che storicamente è sempre stata. Vorrei che si potesse vivere assieme come iracheni, senza discriminazioni di idioma o religione. Con la garanzia della  democrazia e il rispetto dei diritti umani.
Continua

Naoki Tomasini

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