Il calvario di Mamdouh Habib è finito da poco, ma i ricordi dei suoi ultimi tre
anni non lo abbandoneranno presto. Arrestato nelle settimane successive agli attentati
dell’11 settembre 2001, questo 49enne australiano di origine egiziana ha trascorso
40 mesi della sua vita come detenuto e sospetto terrorista nelle carceri di quattro
diversi Paesi: Pakistan, Egitto, Afghanistan e nella base militare Usa di Guantanamo,
a Cuba. In ognuno di questi ha subito, sostiene, torture fisiche e psicologiche
di cui porta ancora i segni, sul corpo e nella mente.
Le torture. Nel corso di due interviste, concesse al New York Times e alla tv australiana Nine Network, Habib ha ripercorso la sua storia. Ha parlato di calci “che mi hanno quasi
ucciso”, scosse elettriche alla testa, interrogatori condotti da donne che per
farsi beffe della sua fede musulmana lo sporcavano con sangue mestruale. Tutte
accuse impossibili da verificare, ma in linea con molte rivelazioni contenute
in documenti ottenuti negli ultimi mesi da diverse associazioni per i diritti
umani, che denunciano le condizioni di detenzione nelle carceri per presunti terroristi
gestite dagli Usa.
Le accuse. Per l’intelligence australiana Habib, nei mesi precedenti agli attacchi alle
Torri Gemelle e al Pentagono, addestrò terroristi in due campi di al Qaida in
Afghanistan, e pochi giorni prima degli attentati telefonò alla moglie a Sydney raccontandole
che qualcosa di grosso stava per accadere negli Stati Uniti. Secondo alcuni funzionari
americani, l'uomo ha confessato di aver addestrato alcuni dei dirottatori e di
essere stato a conoscenza degli attacchi. Tuttavia non lo hanno mai incriminato.
E l’australiano ha raccontato di aver confessato solo per far smettere le torture.
“Qualunque cosa mi abbiano voluto far firmare – ha detto – ho firmato per sopravvivere”.
Incarcerato in Pakistan. Dei mesi precedenti all’11 settembre Habib non vuole parlare: lo farà quando
glielo chiederanno i giudici. Ai suoi amici australiani ha raccontato di essere
andato in Pakistan con lo scopo di trovare una buona scuola religiosa per i suoi
quattro bambini. Dopo il suo arresto ai primi di ottobre del 2001, Habib fu portato
in un carcere della capitale Islamabad, dove sostiene di essere stato interrogato
da ufficiali americani e australiani. Al suo rifiuto di collaborare, Habib fu
portato in una cella con ganci che pendevano dal muro e un barile messo di traverso
sul pavimento. Ha raccontato di essere stato ammanettato e attaccato ai ganci
per i polsi. Per scampare all’insopportabile dolore causato dal rimanere sospeso
in questo modo, Habib doveva cercare di mantenersi in equilibrio sul barile. Con
una difficoltà in più: attorno alla botte era attorcigliato un cavo elettrico.
A un certo punto dell’interrogatorio, uno dei carcerieri accese la corrente. Per
evitare la scossa, Habib fu costretto ad alzare i piedi. Dice di aver perso i
sensi dal dolore: e al suo risveglio, mentre ancora penzolava dal muro, qualcuno
lo riempì di calci “in faccia e nello stomaco”.
Dalla padella alla brace.
Dopo tre settimane di detenzione in Pakistan, Habib fu trasferito in
Egitto, uno dei Paesi a cui gli Stati Uniti delegano gli interrogatori
ai presunti terroristi. Secondo i racconti di diversi diplomatici e
funzionari della Cia, per permettersi di usare pratiche di
interrogatorio illecite negli Usa.
E l’Egitto è un Paese
che le organizzazioni per i diritti umani inseriscono nella lista di quelli che
utilizzano comunemente la tortura. In Egitto Habib rimase sei mesi. In quello
che ha descritto “il peggior giorno della mia vita”, un carceriere gli disse –
sperando di farlo parlare – che la sua famiglia era lì. Habib ci cascò. “Quando
scoprii che non era vero andai fuori di testa”. Ancora incatenato alla sedia,
cercò di scagliarsi contro quelli che lo stavano interrogando. Per punizione,
lo lasciarono penzolante dal soffitto e lo picchiarono con dei bastoni. Habib
porta ancora i lividi sulla schiena.
Verso la liberazione. Nella primavera del 2002 fu trasferito ancora. Destinazione Guantanamo, dopo
una permanenza di una sola settimana nella base militare di Bagram, in Afghanistan.
A Guantanamo Habib è rimasto per due anni e mezzo, sopportando spesso le torture
già inflittegli in precedenza. Qui, sostiene, è stato molestato da donne che per
umiliarlo lo toccavano con sangue mestruale (non si sa se finto o meno), con lo
scopo di renderlo “impuro” per la preghiera. Una pratica già emersa grazie a dei
documenti raccolti dall’American Civil Liberties Union.
Poi, lo scorso gennaio, la liberazione. Dopo averlo tenuto prigioniero per
più di tre anni senza processo, gli Stati Uniti lo hanno rilasciato per mancanza
di prove.
“Non ho mai visto il sole, non ho mai fatto una doccia, non mi hanno
mai trattato come un essere umano”, ha raccontato Habib.
“Nessuno si merita di
essere trattato così”.