13/02/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La Thailandia ha avviato a Chiangrai una massiccia campagna contro il narcotraffico

Prigioniero“Gli Akha sono un popolo pacifico. Spesso, però, per racimolare qualche soldo, spacciano stupefacenti, per lo più anfetamine - dichiara un attivista umanitario che vive nel nord della Thailandia - e per questo sono le principali vittime del Programma di disintossicazione dalla droga". Il 23 ottobre 2003 i ministeri della Salute pubblica e degli Interni thailandesi hanno avviato a Chiangrai una massiccia campagna contro la piaga del narcotraffico che affligge il Paese. Lo hanno fatto con ogni mezzo: “Il governo ha dato l’ordine di eliminare tutti gli spacciatori. In poco più di un anno - continua l’operatore - sono state uccise 3mila persone”. E molte altre sono state deportate nei detox camp, campi di disintossicazione più simili a carceri di massima sicurezza.

Ateh e Ajuuh, due uomini akha di 34 e 42 anni, fumavano oppio da molto tempo. Il 7 dicembre scorso la polizia li condusse in un campo militare con la scusa di sottoporli a un programma di disintossicazione. Si ritrovarono in un buco sotterraneo con altri tre Akha. Sopra le loro teste, i soldati rovesciavano acqua, pezzi di carbone e ceneri. La notte li fecero uscire per interrogarli. Una volta bendati li portarono in stanze diverse. Ateh racconta: “Per costringermi a parlare mi fecero l’elettroshock. Mi diedero calci sul viso e sul corpo. Sanguinavo. Poi capirono che non avrei resistito e mi gettarono di nuovo nel buco”.

Quando la seconda notte un uomo riuscì a scappare, i guardiani si vendicarono sugli altri prigionieri. “Mi bendarono e picchiarono ancora”, dice Ateh, ripensando al compagno Ajuuh morto per le ferite: “L’ho visto spegnersi, mentre mi stava seduto accanto. L’ho sentito chiamare i genitori e parlare con i figli e con la moglie. Si illudeva che potessero ascoltarlo. Anch’io credevo di non sopravvivere”. Ateh, invece, ce l’ha fatta. La mattina successiva si ritrovò in ospedale con un polmone lacerato. Ovviamente nessuno aiutò i due uomini, accusati ingiustamente di narcotraffico, a disintossicarsi.

L’operatore umanitario ha visitato le carceri: “Le persone arrestate per droga in Thailandia restano in prigione per almeno tre anni prima di essere processate. Anche se sono innocenti”.

Tutti i detenuti hanno le catene ai piedi. Spesso si ammalano di infezioni. A volte, sapendo di restare rinchiusi fino a vent’anni, impazziscono. “Come uno svizzero che ho conosciuto”, racconta l’uomo: “Si era presentato all’aeroporto di Bangkok con delle anfetamine nascoste addosso e nella borsa. Ormai è in carcere da sette anni e non è ancora stato processato. Ha perso quasi 60 chili e la ragione”.

Francesca Lancini 
Categoria: Tortura, Popoli
Luogo: Thailandia