10/01/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



La censura e la propaganda sono le armi con cui si combatte sul terreno della verità

La verità è sempre la prima vittima di ogni conflitto. È un luogo comune che è valso per tutto il '900 e trova conferma anche in questi anni di guerre futuristiche, in cui la propaganda e la censura giocano un ruolo sempre più importante. L'aggressione israeliana contro la Striscia di Gaza, però, evidenzia come la frattura tra i fatti e i resoconti sia sempre più grande. La verità su quel che accade è in tutto e per tutto un terreno di scontro tra Israele e Hamas, ma anche il prezzo di questo conflitto parallelo viene pagato dalla popolazione civile della Striscia. "La verità è stata raggiunta da tre nuove vittime: la decenza, la compassione e la vergogna", commenta Dimitri Reider, un giornalista israeliano piuttosto atipico.

Tra le vittime della battaglia nella Striscia dei giorni scorsi si contano un giornalista algerino e un cameraman della televisione palestinese, Ihab al Wahidi, noto per essere stato il preferito di Arafat. Altri reporter sono stati arrestati, ma soprattutto molti, molti ancora, non hanno potuto fare il proprio lavoro perché Israele ha bloccato l'accesso alla Striscia. Sabato mattina l'ex ministro dell'Informazione di quello che era il governo palestinese di unità nazionale, Mustafa Barghouti, ha condannato l'attacco israeliano che ha distrutto le Jawwhara media towers, che ospitavano 20 redazioni di tv e canali satellitari. Barghouti sostiene che questi attacchi fossero voluti, per "distruggere gli aquipaggiamenti che consentono alle immagini dei crimini israeliani nella Striscia di Gaza di raggiungere il mondo". "Aprite Gaza ai giornalisti" è anche l'appello lanciato ieri da Reporter Sans Frontieres, che definiscono la chiusura del territorio "indifendibile e pericolosa", perché si tratta di "eventi che riguardano tutti". Di "severa violazione della libertà di stampa" ha invece parlato l'Associazione per la Stampa Estera in Israele, che contesta la mancata applicazione del verdetto della Corte Suprema di Gerusalemme, che aveva affermato il diritto dei suoi membri a recarsi a Gaza. Una decisione poi bloccata dal ministero della Difesa del governo Olmert.

"L'uso della vecchia scusa dell'Area Militare Chiusa per impedire la copertura mediatica dell'occupazione della terra palestinese è una pratica che va avanti da anni" ha commentato il celebre reporter di guerra, Robert Fisk. Sull'Independent, Fisk racconta come Israele usò lo stesso sistema anche durante l'offensiva a Jenin, nel 2000, con risultati disastrosi: "Impossibilitati a controllare la verità con i propri occhi, i reporter citarono i palestinesi che parlavano di un massacro israeliano, che Israele impiegò anni a negare. Quell'attacco fu davvero un massacro, ma non della scala che si era inizialmente creduto". La stessa dinamica si starebbe ripetendo in questi giorni a Gaza, con il risultato che sono le voci palestinesi a emergere. "Gli uomini e le donne che sono sotto attacco aereo e dell'artiglieria - continua Fisk - raccontano le loro storie come non erano mai stati in grado di fare prima, senza il 'bilanciamento artificiale' che il giornalismo televisivo impone sui resoconti. Forse questa diverrà una nuova forma di copertura mediatica, ma l'altra faccia della medaglia è che a Gaza non ci sono occidentali che possano controllare i recoconti di Hamas".

A compensare l'imprecisione delle informazioni dalla Striscia, ci pensa però la stampa israeliana e, in generale, il clima ostile verso la libera informazione che si respira in Israele. "Giornalisti stranieri sono stati arrestati e a diversi forum online è stato richiesto di rimuovere le conversazioni considerate 'pericolose per la sicurezza e il morale' dall'Idf (l'esercito israeliano, ndr.)" spiega ancora Dimitri Reider, il quale cita anche un parlamentare israeliano che aveva proposto di "chiudere al Jazeera e al Arabiya, per via dell'effetto demoralizzante che hanno sulla popolazione araba-israeliana". Reider sostiene che la stampa israeliana asseconda questo clima con "secchiate di autocensura", ad esempio la notte in cui Israele distrusse la scuola dell'Unrwa, uccidendo molti bambini: "i resoconti israeliani erano dominati dalla morte di un soldato israeliano. Sfogliando i siti si trovava tutto sui suoi amici, la sua famiglia, i suoi hobby e quanto gli piaceva stare nell'esercito. Solo scendendo a fondopagina si poteva constatare che 'I Palestinesi sostengono che molti bambini sono rimasti uccisi in una scuola', con il sommario che subito sparava: 'Idf: miliziani si nascondevano nell'edificio". Israele - conclude Reider - non è la Corea del Nord. Sull'altra sponda dell'incubo ci sono certi monumenti del giornalismo, come Gideon Levy e Amira Hass, e qua e là un po' di spazio viene concesso anche alle opinioni critiche, o persino antisioniste. Ma l'effetto sul pubblico medio è sconfortante: oltre il 93 percento degli israeliani ritiene che i media siano troppo liberali e dovrebbero invece essere più leali. Oltre due terzi sostengono completamente l'intera operazione, mentre i commenti sui forum abbondano di odio genocida".

Proprio Amira Hass, la giornalista israeliana di Haaretz che fino al 2005 è vissuta a Gaza, in questi giorni ha denunciato gli editori del suo giornale, accusandoli di avere cambiato il titolo di un suo articolo in modo da distorcere il resoconto e renderlo più sensazionale. L'articolo parlava dei collaborazionisti uccisi da Hamas durante le prime ore dell'offensiva di terra. Nel titolo dell'articolo modificato, apparso sull'edizione in ebraico del quotidiano, si parlava di "Hamas che approfitta della situazione a Gaza" e di "eliminazione di Fatah". Nella versione inglese si faceva riferimento a "dozzine di collaborazionisti uccisi da Hamas", mentre la Hass aveva verificato che solo alcune tra le 40 o 80 persone uccise dai miliziani erano sospetti collaborazionisti. "Modifiche irresponsabili e non professionali" ha dichiarato all'agenzia palestinese Maan la giornalista, che conclude: "E' una scelta deliberata, dei giornalisti israeliani, dei media israeliani, dei consumatori dei media. É la decisione di non sapere".

 

Naoki Tomasini

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