Annullato il processo contro i soldati che sterminarono un villaggio maya. La denuncia
scritto da
David Lifodi
Alcuni giorni fa è stata scritta una delle pagine più nere della storia dei diritti
umani in Guatemala. La Corte Costituzionale ha annullato il processo contro sedici
soldati colpevoli di aver ucciso 226 abitanti del villaggio di Dos Erres, durante
gli anni della guerra civile.
L’illusione. Questo provvedimento, oltre che discutibile, ha sorpreso l'opinione pubblica,
soprattutto dopo la recente sentenza relativa al caso del villaggio di Xaman.
Nell'ottobre del 1995, infatti, l'esercito guatemalteco assassinò vecchi, donne
e bambini senza alcuna apparente giustificazione, ma per questo crimine venne
stata fatta giustizia. I colpevoli, soldati semplici e ufficiali, non rimasero
impuniti. Il processo si concluse con pene fino ai quaranta anni di carcere, tanto
che molti lo avevano giudicato un passo significativo in tema di diritti umani
nella storia di questo tormentato paese.
Ritorno alla realtà. La sconcertante decisione della Corte Costituzionale è stata presa sulla base
di una legge di amnistia che dichiara non più condannabili alcuni reati commessi
durante la guerra civile, che si è protratta dal 1960 al 1996 e che ha ritenuto
non valide le testimonianze dei sopravvissuti alla strage.
L'impunità che con questo provvedimento è stata garantita ai soldati accusati
del massacro, non solo è "scandalosa", come ha dichiarato il commissario presidenziale
per i diritti umani Frank La Rue, ma sembra un preciso avvertimento anche a tutti
coloro che si occupano di diritti umani in Guatemala. Costituisce anche un insulto
alla memoria delle vittime.
Nunca mas. Tra i morti della strage di Dos Erres c’è anche monsignor Gerardi, il vescovo
ucciso per aver pubblicato l'ampio documento di denuncia "Guatemala Nunca Mas",
nel quale la Chiesa cattolica testimoniava il genocidio delle popolazioni maya.
Questa amnistia in favore dei militari equivale a legittimare l'operazione “Tierra
asada”, vale a dire la sistematica eliminazione fisica, perpetrata dall'esercito
durante i 36 anni di guerra civile, di gran parte della popolazione guatemalteca
indigena. Il tutto scatenato anche solo dal mero sospetto di appoggio ai guerriglieri.
Come nel caso, appunto, del villaggio di Dos Erres.

E la Menchù? Per quanto il presidente Berger persegua, in linea con la sua attività di imprenditore,
una politica apertamente liberista, la partecipazione di Rigoberta Menchù al suo
governo nel ruolo di ambasciatrice per la pace con delega speciale per la questione
indigena sembrava aver aperto una speranza in tema di diritti umani. Se il quotidiano
lavoro del Premio Nobel è dedicato ai desplazados, alle comunità che hanno abbracciato
la resistenza e alla questione del risarcimento ai parenti delle vittime della
guerra civile, molti omicidi finiscono ugualmente per rimanere impuniti. Questo
perché una buona parte della nuova classe dirigente è comunque legata ai personaggi
che hanno governato il Guatemala durante il periodo nero della guerra civile.
Quindi per le popolazioni maya sono ancora tempi duri. Tutt’oggi sono costretti
a vivere in uno stato di insicurezza e nel continuo timore di subire repressioni
e ingiustizie, proprio come allora.