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Nel villaggio di Oecusse, a Timor Est, un gruppo di donne discute su
come si possano migliorare i servizi medici della zona. Hanno partorito
14 figli e solo sette sono sopravvissuti. Il posto di soccorso più
vicino è a due ore di cammino, l’ospedale a quattro. Due anni dopo la
proclamazione dell’indipendenza (20 maggio 2002), l’isola dove vivono
quasi 800mila abitanti è il Paese più povero del Sud Est Asiatico, una
terra isolata e ancora contesa per le risorse di petrolio e gas
naturale nascoste nei suoi fondali: il gigante australiano ne divora i
due terzi e ottiene da queste ricavi dieci volte superiori a quelli
della piccola Repubblica. A denunciarlo è l’organizzazione Oxfam
Community Aid Abroad: “Alla battaglia per l’indipendenza dall’Indonesia
è seguito un nuovo calvario: il conflitto con Sidney per stabilire i
confini marittimi. Lo sfruttamento delle risorse di petrolio e gas è la
sola opportunità per il Paese di combattere l’estrema povertà
che colpisce il 41 per cento della popolazione”.
Il nuovo Stato del presidente Xanana Gusmao, leader della lotta al
colonialismo (portoghese per secoli e indonesiano dal ’75 al 2002) ha
le casse vuote e non è quindi in grado di avviare con le sue sole forze
un programma di ricostruzione e riduzione della miseria. Le ricchezze
sottomarine costituiscono l’unica speranza di sviluppo, contando che
gli aiuti stranieri, con l’Australia, tra l’altro, al primo posto fra i
donatori, sono destinati a diminuire anno dopo anno. L’isolamento è una
minaccia imminente. Anche le forze Onu hanno ridotto drasticamente la
loro presenza a 700 uomini delle forze di sicurezza.
In questi giochi economici e politici nell’Oriente più lontano, ritorna
la storia della giungla, dell’animale più grosso che ingoia il più
debole. L’Australia cerca di prolungare i negoziati in corso sulle
acque e, di fatto, li boicotta. Le possibilità di un’equa mediazione ci
sarebbero, se si risolvesse la disputa all’interno del Tribunale
internazionale sulla convenzione della legge del mare (Itclos) o della
Corte internazionale di giustizia (Icj). “In questo caso – dichiara
Oxfam – la maggior parte delle risorse andrebbero a Timor Est. Ma
Sidney, fiutando l’affare, due mesi prima del 20 maggio 2002 si oppose
all’intervento degli organismi indipendenti. “Per noi, venti anni di
negoziazione non sono concepibili”, dichiara il primo ministro
timorense Alkatiri. “Timor Est perde un milione di dollari al giorno a
causa dello sfruttamento illegale dei fondali da parte australiana”.
Ecco l’eredità di secoli di colonialismo e della repressione
dell’Esercito indonesiano contro i timorensi che seguì il referendum
per l’indipendenza del ’99 e provocò la morte di 200mila persone e
l’esodo di altre 500mila. In questo Paese giovanissimo - il 45 per
cento degli abitanti hanno meno di 15 anni - 12 bambini su 100 muoiono
prima dei cinque anni e circa la metà dei sopravvissuti sono sottopeso.
Gli adulti, in gran parte vivono fino ai 57 anni e non sanno leggere e
scrivere. Nelle campagne, gli abitanti soffrono la fame e campano
allevando qualche animale; mentre in città il 43 per cento delle
persone non trova lavoro. “Procurare un’educazione e future opportunità
di impiego - a una popolazione così giovane - è essenziale per lo
sviluppo e la stabilità politica e sociale di Timor Est”, continuano
gli operatori di Oxfam.
Nel villaggio rurale di Buneo l’Ong ha avviato un programma di sviluppo
che ha salvato la vita a diverse persone. “I bambini erano malnutriti e
soffrivano di dissenteria acuta e di altre malattie facilmente
guaribili con la dovuta assistenza. Le donne e i piccoli dovevano
camminare per tre chilometri prima di raggiungere una fonte d’acqua.
Oxfam ha fatto costruire un condotto che porta l’acqua depurata in
casa. Le famiglie la usano per bere e lavarsi, ma anche per irrigare
gli orti”.
In questo disastro umanitario la popolazione timorense ha sempre meno
fiducia nel sistema. Ce lo spiega Julian King, corrispondente della
Reuters e di alcune televisioni australiane, che a Timor Est lavora dai
tempi delle lotte per l’indipendenza. “Il problema più importante è la
perdita di rappresentanza sociale nell’arena politica”, dichiara King a
Peacereporter. “Questa è una società decentralizzata con decine di
linguaggi diversi, costumi e leggi locali. Il sistema politico che era
stato scelto dal basso è stato rimpiazzato da una quasi-dittatura
imposta dall’alto. Poche persone controllano la polizia. Laddove
venivano eletti amministratori e capi villaggio locali, oggi ci sono
funzionari scelti dal governo centrale”.
King conferma che la mancanza di servizi sociali provoca effetti
devastanti. “Moltissime persone non hanno i soldi per pagare le scuole
ai figli”, continua il giornalista. “Quando si ammalano, aspettano di
morire a casa perché le strutture mediche sono insufficienti, troppo
lontane dai villaggi e loro non hanno i soldi per pagare cure e
medicine”.
E proprio attorno a King è nato un giallo: il reporter, fino a qualche
giorno fa, stava investigando sulla spartizione delle acque
territoriali tra Australia e Timor Est. Ma “il 6 maggio la polizia
timorense mi arrestò per due giorni”, racconta l’uomo. “All’inizio mi
dissero che il mio visto non era valido, poi fecero irruzione nella
casa dove vivo con una famiglia del posto. L’ispettore Jorge Montero
disse di aver trovato una scatola di proiettili in camera mia. Ma la
signora Jacinta Ribeiro, che si trovava lì durante il raid, rivelò che
Montero tirò fuori i proiettili dalle sue tasche”.
La questione è controversa. Il primo ministro accusa il giornalista
australiano di voler “destabilizzare le istituzioni dello Stato e di
aver preso parte all’incendio della sua casa durante le sollevazioni
popolari del dicembre 2002”. Mentre Reporters sans frontières,
l’organizzazione che monitora la libertà d’espressione in tutto il
mondo, accusa: “La minaccia di espulsione e di perseguimento
giudiziario rivolta a King - un giornalista indipendente - è il primo
attentato alla libertà di stampa, da quando Timor Est ottenne
l’indipendenza”.
Nel Mar di Timor sono in gioco interessi enormi, tanto che anche Oxfam
invita alla trasparenza e propone alla società civile di controllare
attraverso agenzie autogestite la contabilità delle riserve. “Ci sono
molti esempi di Paesi ricchi di petrolio e minerali, dove i benefici
ricavati da queste risorse hanno riguardato minimamente la popolazione.
La sfida per Timor è di fuggire alla tendenza comune ad alcuni Paesi
poveri che al contempo hanno introiti ingenti dalle industrie
estrattive e soffrono disastri economici e politici. In Angola e
Nigeria, per esempio, i ricavi delle esportazioni hanno finanziato gli
apparati burocratici statali e alzato i tassi d’interesse. La corsa
alle risorse può incoraggiare la corruzione e corrodere la fiducia
pubblica nelle istituzioni”.