16/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



A due anni dall'indipendenza, nella piccola Repubblica e' crisi umanitaria

BambiniNel villaggio di Oecusse, a Timor Est, un gruppo di donne discute su come si possano migliorare i servizi medici della zona. Hanno partorito 14 figli e solo sette sono sopravvissuti. Il posto di soccorso più vicino è a due ore di cammino, l’ospedale a quattro. Due anni dopo la proclamazione dell’indipendenza (20 maggio 2002), l’isola dove vivono quasi 800mila abitanti è il Paese più povero del Sud Est Asiatico, una terra isolata e ancora contesa per le risorse di petrolio e gas naturale nascoste nei suoi fondali: il gigante australiano ne divora i due terzi e ottiene da queste ricavi dieci volte superiori a quelli della piccola Repubblica. A denunciarlo è l’organizzazione Oxfam Community Aid Abroad: “Alla battaglia per l’indipendenza dall’Indonesia è seguito un nuovo calvario: il conflitto con Sidney per stabilire i confini marittimi. Lo sfruttamento delle risorse di petrolio e gas è la sola opportunità per il Paese di combattere l’estrema povertà che colpisce il 41 per cento della popolazione”.

Il nuovo Stato del presidente Xanana Gusmao, leader della lotta al colonialismo (portoghese per secoli e indonesiano dal ’75 al 2002) ha le casse vuote e non è quindi in grado di avviare con le sue sole forze un programma di ricostruzione e riduzione della miseria. Le ricchezze sottomarine costituiscono l’unica speranza di sviluppo, contando che gli aiuti stranieri, con l’Australia, tra l’altro, al primo posto fra i donatori, sono destinati a diminuire anno dopo anno. L’isolamento è una minaccia imminente. Anche le forze Onu hanno ridotto drasticamente la loro presenza a 700 uomini delle forze di sicurezza.

Cartina In questi giochi economici e politici nell’Oriente più lontano, ritorna la storia della giungla, dell’animale più grosso che ingoia il più debole. L’Australia cerca di prolungare i negoziati in corso sulle acque e, di fatto, li boicotta. Le possibilità di un’equa mediazione ci sarebbero, se si risolvesse la disputa all’interno del Tribunale internazionale sulla convenzione della legge del mare (Itclos) o della Corte internazionale di giustizia (Icj). “In questo caso – dichiara Oxfam – la maggior parte delle risorse andrebbero a Timor Est. Ma Sidney, fiutando l’affare, due mesi prima del 20 maggio 2002 si oppose all’intervento degli organismi indipendenti. “Per noi, venti anni di negoziazione non sono concepibili”, dichiara il primo ministro timorense Alkatiri. “Timor Est perde un milione di dollari al giorno a causa dello sfruttamento illegale dei fondali da parte australiana”.

Ecco l’eredità di secoli di colonialismo e della repressione dell’Esercito indonesiano contro i timorensi che seguì il referendum per l’indipendenza del ’99 e provocò la morte di 200mila persone e l’esodo di altre 500mila. In questo Paese giovanissimo - il 45 per cento degli abitanti hanno meno di 15 anni - 12 bambini su 100 muoiono prima dei cinque anni e circa la metà dei sopravvissuti sono sottopeso. Gli adulti, in gran parte vivono fino ai 57 anni e non sanno leggere e scrivere. Nelle campagne, gli abitanti soffrono la fame e campano allevando qualche animale; mentre in città il 43 per cento delle persone non trova lavoro. “Procurare un’educazione e future opportunità di impiego - a una popolazione così giovane - è essenziale per lo sviluppo e la stabilità politica e sociale di Timor Est”, continuano gli operatori di Oxfam.

Distruzione 1999 Nel villaggio rurale di Buneo l’Ong ha avviato un programma di sviluppo che ha salvato la vita a diverse persone. “I bambini erano malnutriti e soffrivano di dissenteria acuta e di altre malattie facilmente guaribili con la dovuta assistenza. Le donne e i piccoli dovevano camminare per tre chilometri prima di raggiungere una fonte d’acqua. Oxfam ha fatto costruire un condotto che porta l’acqua depurata in casa. Le famiglie la usano per bere e lavarsi, ma anche per irrigare gli orti”.

In questo disastro umanitario la popolazione timorense ha sempre meno fiducia nel sistema. Ce lo spiega Julian King, corrispondente della Reuters e di alcune televisioni australiane, che a Timor Est lavora dai tempi delle lotte per l’indipendenza. “Il problema più importante è la perdita di rappresentanza sociale nell’arena politica”, dichiara King a Peacereporter. “Questa è una società decentralizzata con decine di linguaggi diversi, costumi e leggi locali. Il sistema politico che era stato scelto dal basso è stato rimpiazzato da una quasi-dittatura imposta dall’alto. Poche persone controllano la polizia. Laddove venivano eletti amministratori e capi villaggio locali, oggi ci sono funzionari scelti dal governo centrale”.

King conferma che la mancanza di servizi sociali provoca effetti devastanti. “Moltissime persone non hanno i soldi per pagare le scuole ai figli”, continua il giornalista. “Quando si ammalano, aspettano di morire a casa perché le strutture mediche sono insufficienti, troppo lontane dai villaggi e loro non hanno i soldi per pagare cure e medicine”.

E proprio attorno a King è nato un giallo: il reporter, fino a qualche giorno fa, stava investigando sulla spartizione delle acque territoriali tra Australia e Timor Est. Ma “il 6 maggio la polizia timorense mi arrestò per due giorni”, racconta l’uomo. “All’inizio mi dissero che il mio visto non era valido, poi fecero irruzione nella casa dove vivo con una famiglia del posto. L’ispettore Jorge Montero disse di aver trovato una scatola di proiettili in camera mia. Ma la signora Jacinta Ribeiro, che si trovava lì durante il raid, rivelò che Montero tirò fuori i proiettili dalle sue tasche”.

La questione è controversa. Il primo ministro accusa il giornalista australiano di voler “destabilizzare le istituzioni dello Stato e di aver preso parte all’incendio della sua casa durante le sollevazioni popolari del dicembre 2002”. Mentre Reporters sans frontières, l’organizzazione che monitora la libertà d’espressione in tutto il mondo, accusa: “La minaccia di espulsione e di perseguimento giudiziario rivolta a King - un giornalista indipendente - è il primo attentato alla libertà di stampa, da quando Timor Est ottenne l’indipendenza”.

Nel Mar di Timor sono in gioco interessi enormi, tanto che anche Oxfam invita alla trasparenza e propone alla società civile di controllare attraverso agenzie autogestite la contabilità delle riserve. “Ci sono molti esempi di Paesi ricchi di petrolio e minerali, dove i benefici ricavati da queste risorse hanno riguardato minimamente la popolazione. La sfida per Timor è di fuggire alla tendenza comune ad alcuni Paesi poveri che al contempo hanno introiti ingenti dalle industrie estrattive e soffrono disastri economici e politici. In Angola e Nigeria, per esempio, i ricavi delle esportazioni hanno finanziato gli apparati burocratici statali e alzato i tassi d’interesse. La corsa alle risorse può incoraggiare la corruzione e corrodere la fiducia pubblica nelle istituzioni”.

Francesca Lancini 
Categoria: Diritti
Luogo: Timor Est