09/01/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



La crisi è arrivata anche a Dubai e ha già causato la perdita di 4000 posti di lavoro. Crisi strutturale o riflesso di quella occidentale?

 
                                                                                    Scritto per noi da Elisabetta Norzi


“Dubai is finished” dice qualcuno. Tra gli “expat”, gli stranieri provenienti da tutto il mondo che raggiungono l’80% degli abitanti di Dubai, non si parla d’altro: la crisi è arrivata, con qualche mese di ritardo, anche qui.

La paura comune a tutti, in una città che per crescere ha avuto bisogno di cervelli e manodopera provenienti da oltre 100 paesi diversi, è quella di perdere il lavoro. Non è ancora chiaro quanto la crisi sia strutturale e quanto invece il riflesso di quella dell’Occidente. Sta di fatto che, nell’emirato che basa la sua ricchezza sul turismo e sugli investimenti immobiliari, per la prima volta qualcosa sta scricchiolando. Hotel, ristoranti e centri commerciali non sono mai stati vuoti come in questo periodo e molte delle gru che costruiscono torri e grattacieli nella New Dubai si stanno fermando. Dal governo arrivano rassicurazioni, ma ogni giorno vengono tagliati posti di lavoro, a tutti i livelli: ingegneri e architetti occidentali, impiegati e operai edili indiani, pakistani o afgani.


Alcune stime dell'agenzia di rating Moody's dicono che l’emirato di Dubai ha un debito di 50 miliardi di dollari, mentre la Dubai Holding parla di 70 miliardi. Mohammad Alabbar, presidente del Consiglio finanziario consultivo creato dal governo per fare fronte alla crisi economica mondiale e presidente dell'impero immobiliare Emaar, attraverso agenzie e quotidiani ha invece dichiarato che il debito ammonta a 10 miliardi di dollari e che non c’è da preoccuparsi: i beni sovrani sarebbero oltre 90 miliardi, senza contare le infrastrutture. I soldi chiesti in prestito da Dubai, ha precisato ancora Alabbar, non erano finalizzati alla coperture di spese, ma al finanziamento di progetti di sviluppo infrastrutturale.
Uno studio dell’Investor Sentiment Survey della società mondiale di consulenza immobiliare Jones Lang LaSalle sottolinea come la possibilità di bancarotta dell’emirato sia estremamente remota: alle spalle c’è Abu Dhabi, capitale degli Emirati e del petrolio, che interverrebbe in caso di necessità. Secondo la ricerca, inoltre, è normale che un mercato con una crescita del 100% e oltre subisca un rallentamento e una decrescita: “Oggi Dubai è per un investimento a medio termine, l'era degli speculatori è finita. Il mercato immobiliare della città entrerà, come è giusto che sia, nella sua fase di maturità e di stabilità”.


La crisi, però, pesa già sulle spalle di quasi quattromila persone rimaste senza lavoro. I numeri sono allarmanti e si tratta di stime per difetto, poiché dati ufficiali complessivi non sono stati diffusi: nell’ultimo mese solo la Nakheel, società di costruzioni di proprietà del governo, ha dichiarato 500 tagli e ha sospeso ogni nuovo progetto. La Al Shafar General Contracting, tra le più grandi imprese di costruzioni della città, secondo il sito internet  Al Arabiya  ha licenziato il 10% dei dipendenti, a tutti i livelli: su un totale di 18mila lavoratori, sono rimaste senza lavoro 1800 persone. Il Dubai Properties Group, invece, secondo le testimonianze di alcuni dipendenti che hanno perso il posto, ha mandato via oltre 600 dipendenti. Per il momento i tagli sono principalmente tra gli ingegneri, gli architetti, gli impiegati e gli sviluppatori immobiliari.
Il lavoro regge meglio, invece, tra gli operai: “I cantieri cominciati, anche se stanno rallentando, devono essere terminati  – dice un operaio pakistano che lavora alla costruzione di un grattacielo a Dubai Marina -. Tutti questi nuovi edifici non possono rimanere a metà. Non so cosa succederà, per ora i tagli sono stati fatti tra i lavoratori che guadagnano di più. Noi prendiamo solamente 1000 dirham al mese, circa 200 euro”. Quasi tutte le imprese di costruzioni hanno però fermato o rimandato i nuovi progetti, compresi i più noti come la Palma, le isole a forma di mondo e persino il grattacielo di 800 metri, il più alto del mondo, nella business city. La conseguenza, chiaramente, sarà una diminuzione della richiesta di manodopera, compresa quella non qualificata che arriva in prevalenza dall’India, dal Pakistan, dal Bangladesh, dall’Afganistan.


Per chi viene licenziato non c’è nessuna forma di tutela: alcuni lavoratori hanno raccontato che le società li obbligano a dare le dimissioni. Chi non lo fa, non riceve la lettera di raccomandazione del datore di lavoro, indispensabile a Dubai per trovare un altro posto. “Questa città si è espansa troppo velocemente e tutti pensavano potesse essere immune dalla crisi – racconta Pramod, taxista indiano che lavora 12 ore al giorno con un auto che divide con un collega - . Io almeno sono fortunato, il mio lavoro è sicuro. Molti miei connazionali che lavoravano nelle costruzioni, soprattutto impiegati, hanno perso il lavoro, non so come faranno a mantenere ancora le loro famiglie”. Per trovare una nuova occupazione c’è tempo un mese, poi l’alternativa è una sola: tornare a casa e ricominciare tutto da capo.

Categoria: Economia
Luogo: Emirati Arabi Uniti