13/01/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



La minaccia dei razzi palestinesi, vista dai beduini di Beersheva, nel sud di Israele

Dal nostro inviato in Israele

Nella società dell’immagine le guerre si conducono anche a colpi di fotografie. Come la stampa araba, nei giorni scorsi, non mancava di pubblicare in prima pagina le foto dei bimbi innocenti vittime dell’attacco a Gaza, la stampa israeliana rispondeva oggi con una mamma e i suoi due figli stesi per terra e stretti tra di loro. L’attimo colto dall’obiettivo raggiungeva lo scopo: rendere la tensione dell’attimo che precede lo schianto di un razzo tirato dalla Striscia di Gaza verso le città israeliane nell’arco di quaranta chilometri. Beer Sheba è una di queste.

Un’ora e mezza di autobus da Gerusalemme, terra strappata pezzo a pezzo al deserto e alle tribù beduine che l’abitavano. Prato all’inglese che avanza, come avanguardia dello sviluppo a ogni costo d’Israele, divorando i colori del deserto, le falde acquifere e le tradizioni e le terre delle popolazioni che storicamente abitavano queste lande. Solo tre cammelli, in lontananza, conservano la memoria delle carovane che attraversavano il Negev dirette verso i mercati e i porti del Mediterraneo. Ormai sono loro a sembrare fuori posto. Il giovedì, da sempre, è giorno di mercato a Beer Sheba. Da centinaia di anni le tribù beduine si davano appuntamento in città per scambiare manufatti, prodotti agricoli e informazioni. Di quella Beer Sheba non è rimasto più nulla, ingoiata dal cemento dei palazzi costruiti in serie, ma il mercato si tiene ancora. Più attrazione per turisti che fenomeno socio-commerciale. Ma resiste. Oggi, però, niente mercato. Alla stazione dei bus bisogna chidere informazioni, scegliendo con cura la persona da interrogare. “Non so nulla di nessun beduino”, risponde acida una barista. Più gentile un tassista: “Il mercato, per oggi, non si tiene. C’è la guerra. Troppa gente tutta assieme…un bersaglio facile”. L’assenza del tradizionale ritrovo beduino è, in apparenza, l’unica nota stonata in una città che vive senza tradire affanni. Non si riesce a non pensare alla macelleria di Gaza, ma la Striscia da Beer Sheba è allo stesso tempo vicina pochi chilometri e lontana anni luce. “Ieri pomeriggio due razzi, altri due di notte. Per fortuna nessun ferito”, conclude il tassista, esponendo il suo personale bollettino di guerra.

Poco lontano dal tetro edificio dell’Università Ben Gurion si trova il Teacher’s Center. Una costruzione anonima, vetro e cemento. Di solito è un complesso scolastico, ma dall’inizio dell’operazione Piombo Fuso dell’esercito israeliano nella Striscia di Gaza è stato adibito per centro di sostegno psicologico ai cittadini terrorizzati. Raquel è una psicologa, una delle dieci operatrici, tra psicologi e assistenti sociali, mobilitate dal governo per occuparsi, come spiega accendendosi una sigaretta, “delle donne e degli uomini, dei bimbi e degli anziani che soffrono questo clima di paura e che hanno delle reazioni di panico rispetto al terrore dei razzi”. Camminando per strada, però, è difficile percepire questa paura. “Molte persone, in questi giorni di tensione, restano tappati in casa – spiega la dottoressa israeliana – noi abbiamo un numero verde, pubblicizzato in tv dal governo, che loro possono chiamare per farsi aiutare. Noi parliamo con loro, li rassereniamo e se possiamo li facciamo venire qui per parlare direttamente con noi, oppure per farli giocare e distrarre nel caso dei bambini. Dall’inizio delle ostilità ci siamo occupati di 220 casi”. Il problema principale, più che un pericolo reale (la probabilità di essere colpiti da un razzo è prossima allo zero) è l’angoscia. “Quando viene avvistato un razzo suona una sirena”, spiega Raquel, “a quel punto le persone hanno pochi minuti per mettersi al riparo. Nelle case più recenti ci sono dei rifugi sotterranei sicuri, altrimenti bisogna fuggire verso il centro più vicino”.

Ma non tutti a Beer Sheba hanno un posto sicuro dove rifugiarsi. “Dormo in macchina, fuori città. E’ molto pericoloso, ma sempre meglio che dormire in questo ufficio pericolante. Se un razzo colpisce casa mia, sono perduto”. Nuri Elokbi è un cittadino israeliano, ma non come tutti gli altri. E’ beduino, discendente di una delle famiglie storiche che da sempre abitano questa zona. Nel 1979 ha fondato la Association for Support and Defense of Bedouin Rights in Israel , per combattere contro gli espropri che il governo israeliano attuava contro la sua gente. L’associazione ha sede in una cadente casa nella zona più vecchia di Beer Sheba. “Adesso qui è tutto un disastro. Fino a quando ho potuto lavorare ho speso tanti soldi per tenere viva l’associazione”, spiega Nuri, accompagnato da un vecchio amico. “Era un centro culturale e di resistenza, ma adesso non abbiamo neanche più i soldi per pagare il telefono, da otto anni. Dopo la nascita dello Stato d’Israele eravamo stati rassicurati, ho ancora i documenti che provano la proprietà di queste terre della mia e delle altre famiglie beduine. Poi sono cominciati i guai e gli espropri”, racconta Nuri, mentre prepara un tè sotto lo sguardo austero di vecchie foto che raccontano un mondo che non c’è più. “Israele aveva bisogno di terra e questa è una zona fertile. Ma perché l’hanno presa con la forza? Perché hanno voluto chiuderci in autentiche townships fatiscenti? Tanti sono andati via, sconfitti dalla forza dell’esercito israeliano. Io sono rimasto, a lottare per i miei diritti. Mi dicevo che anche io ero un cittadino d’Israele; pagavo le tasse e rispettavo le leggi. Ho combattuto in tribunale, ma alla fine ho perso tutto, mi hanno tolto ogni cosa – spiega Nuri - e oggi rischio di finire sepolto in questa casa da un razzo sparato da altri disperati come me. Perché Israele vuole che questo sia solo lo Stato degli ebrei? Per anni mi hanno detto che ci sono mille altri paesi dove andare, ma io voglio vivere dove sono nato. Da nessuna altra parte. Perché sono israeliano anche io”.

Christian Elia

 

Categoria: Guerra
Luogo: Israele - Palestina