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Stupri, lavori forzati, salari da fame. Ogni anno migliaia di
lavoratori del Sud Est Asiatico arrivano in Malaysia, tra i Paesi
asiatici con la maggiore crescita economica, in cerca di un futuro
migliore, ma quello che trovano sono solo abusi di ogni genere. Oltre
l’80 per cento degli immigrati sono indonesiani e una gran parte fanno
i domestici. Secondo un recente rapporto di Human Rights Watch sono
loro le vittime delle più gravi violazioni contro gli immigrati. Nelle
case della middle class malaysiana gli inservienti lavorano senza
alcuna tutela: la legge sull’impiego, il datato Malaysia’s Employment
Act del 1955, non considera neppure la categoria. Per loro, quindi, non
sono previsti sussidi di maternità, ferie, orari di lavoro, pensioni.
“Quando la signora portava i figli dalla nonna, il marito cercava di
rimanere a casa. Abusò di me molte volte. Ogni giorno per tre mesi. E
mi picchiava perché cercavo di fermarlo”. A parlare è Susanti Premono,
giovane domestica di vent’anni. Dalla fine degli anni ’70 a oggi sono
sempre di più le donne migranti in Asia. Nel 2002 in Indonesia
rappresentavano addirittura il 76 per cento dei lavoratori illegali.
“Ogni giorno la signora si arrabbiava”, racconta a HRW Ani Rukmoto,
ventidue anni. “Mi colpiva con un bastone di legno e altri oggetti. Mi
schiaffeggiava e quando stavo cucinando, mi colpiva sulla testa con gli
arnesi da cucina. Avevo lividi su tutto il corpo, sul volto, sulle
anche. Non sono mai andata da un medico. Mi curavo da sola. La donna mi
diceva: ‘Quando ti picchio, cerca di non perdere coscienza. Altrimenti
scaverò un buco e ti getterò dentro, così nessuno si accorgerà. Poi mi
insultava”.
Minacciate e controllate in ogni movimento, le domestiche non riescono
quasi mai ad aver accesso a cure mediche dopo essere state stuprate o
picchiate: “Mi chiudevano in casa e mi ordinavano di non parlare coi
vicini”, spiega un’altra ragazza. “Non potevo usare il telefono o
scrivere lettere”. Molte ragazze incontrate dall’organizzazione
umanitaria sono visibilmente indebolite: le famiglie non davano loro da
mangiare e le facevano lavorare fino a diciotto ore al giorno, per
sette giorni la settimana.
Attualmente in Malaysia lavorano due milioni di indonesiani. Quasi
sempre sono la povertà e il bisogno di mandare i guadagni nel Paese d’
origine a spingerli all’esodo. Ma spesso anche questi pochi soldi – un
domestico riceve circa 0.25 dollari all’ora – si rivelano un’illusione:
in Malaysia esiste un contratto standard che consente al datore di
lavoro di rilasciare lo stipendio anche dopo due anni dall’assunzione.
Nella maggior parte dei casi l’inferno per gli immigrati inizia prima
di partire. In Indonesia le agenzie di collocamento li ricattano
estorcendo loro somme di danaro in cambio di un impiego e li spediscono
all’estero nei “training centre”, centri di accoglienza più simili a
carceri. “C’erano quasi settecento persone”, dice un’indonesiana
raccontando la sua esperienza in un training centre. “Erano tutte donne
e alcune erano impazzite. Aspettavano da sei mesi un lavoro. La maggior
parte volevano lasciare il centro, ma per farlo avrebbero dovuto pagare
un milione di rupie (122 dollari). Non potevamo uscire e così
tante scappavano scavalcando le mura di recinzione. Ma le vie d’uscita
erano tutte sorvegliate da guardie che punivano chi cercava di fuggire
e chiamavano subito gli agenti in Indonesia”.
I governi non sono di certo dalla parte dei lavoratori. In Malaysia è
emblematico il caso di Irene Fernandez, avvocato dei lavoratori
immigrati. La donna, fondatrice dell’organizzazione umanitaria
Tenaganita, fu arrestata nel ’95 per aver pubblicato il rapporto
“Abusi, torture e trattamenti disumani contro i lavoratori immigrati
nei campi di detenzione”. Dopo il più lungo processo della storia
malaysiana, nell’ottobre 2003 fu condannata a un anno di prigione.
A partire dal ‘97 i lavoratori asiatici, fino ad allora diretti
soprattutto in Medio Oriente, si recano in Malaysia ma anche a
Singapore, in Giappone, a Hong Kong e nella Corea del Sud. Il flusso
irregolare di indonesiani in territorio malaysiano è il più grande al
mondo dopo quello dei messicani negli Stati Uniti.
Francesca Lancini