23/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Le terribili condizioni di lavoro per chi cerca futuro in Malaysia

EmigrantiStupri, lavori forzati, salari da fame. Ogni anno migliaia di lavoratori del Sud Est Asiatico arrivano in Malaysia, tra i Paesi asiatici con la maggiore crescita economica, in cerca di un futuro migliore, ma quello che trovano sono solo abusi di ogni genere. Oltre l’80 per cento degli immigrati sono indonesiani e una gran parte fanno i domestici. Secondo un recente rapporto di Human Rights Watch sono loro le vittime delle più gravi violazioni contro gli immigrati. Nelle case della middle class malaysiana gli inservienti lavorano senza alcuna tutela: la legge sull’impiego, il datato Malaysia’s Employment Act del 1955, non considera neppure la categoria. Per loro, quindi, non sono previsti sussidi di maternità, ferie, orari di lavoro, pensioni.

“Quando la signora portava i figli dalla nonna, il marito cercava di rimanere a casa. Abusò di me molte volte. Ogni giorno per tre mesi. E mi picchiava perché cercavo di fermarlo”. A parlare è Susanti Premono, giovane domestica di vent’anni. Dalla fine degli anni ’70 a oggi sono sempre di più le donne migranti in Asia. Nel 2002 in Indonesia rappresentavano addirittura il 76 per cento dei lavoratori illegali. “Ogni giorno la signora si arrabbiava”, racconta a HRW Ani Rukmoto, ventidue anni. “Mi colpiva con un bastone di legno e altri oggetti. Mi schiaffeggiava e quando stavo cucinando, mi colpiva sulla testa con gli arnesi da cucina. Avevo lividi su tutto il corpo, sul volto, sulle anche. Non sono mai andata da un medico. Mi curavo da sola. La donna mi diceva: ‘Quando ti picchio, cerca di non perdere coscienza. Altrimenti scaverò un buco e ti getterò dentro, così nessuno si accorgerà. Poi mi insultava”.

Minacciate e controllate in ogni movimento, le domestiche non riescono quasi mai ad aver accesso a cure mediche dopo essere state stuprate o picchiate: “Mi chiudevano in casa e mi ordinavano di non parlare coi vicini”, spiega un’altra ragazza. “Non potevo usare il telefono o scrivere lettere”. Molte ragazze incontrate dall’organizzazione umanitaria sono visibilmente indebolite: le famiglie non davano loro da mangiare e le facevano lavorare fino a diciotto ore al giorno, per sette giorni la settimana.

Attualmente in Malaysia lavorano due milioni di indonesiani. Quasi sempre sono la povertà e il bisogno di mandare i guadagni nel Paese d’ origine a spingerli all’esodo. Ma spesso anche questi pochi soldi – un domestico riceve circa 0.25 dollari all’ora – si rivelano un’illusione: in Malaysia esiste un contratto standard che consente al datore di lavoro di rilasciare lo stipendio anche dopo due anni dall’assunzione.

Nella maggior parte dei casi l’inferno per gli immigrati inizia prima di partire. In Indonesia le agenzie di collocamento li ricattano estorcendo loro somme di danaro in cambio di un impiego e li spediscono all’estero nei “training centre”, centri di accoglienza più simili a carceri. “C’erano quasi settecento persone”, dice un’indonesiana raccontando la sua esperienza in un training centre. “Erano tutte donne e alcune erano impazzite. Aspettavano da sei mesi un lavoro. La maggior parte volevano lasciare il centro, ma per farlo avrebbero dovuto pagare un milione di rupie (122 dollari). Non potevamo uscire e così tante scappavano scavalcando le mura di recinzione. Ma le vie d’uscita erano tutte sorvegliate da guardie che punivano chi cercava di fuggire e chiamavano subito gli agenti in Indonesia”.

I governi non sono di certo dalla parte dei lavoratori. In Malaysia è emblematico il caso di Irene Fernandez, avvocato dei lavoratori immigrati. La donna, fondatrice dell’organizzazione umanitaria Tenaganita, fu arrestata nel ’95 per aver pubblicato il rapporto “Abusi, torture e trattamenti disumani contro i lavoratori immigrati nei campi di detenzione”. Dopo il più lungo processo della storia malaysiana, nell’ottobre 2003 fu condannata a un anno di prigione.

A partire dal ‘97 i lavoratori asiatici, fino ad allora diretti soprattutto in Medio Oriente, si recano in Malaysia ma anche a Singapore, in Giappone, a Hong Kong e nella Corea del Sud. Il flusso irregolare di indonesiani in territorio malaysiano è il più grande al mondo dopo quello dei messicani negli Stati Uniti.


Francesca Lancini

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