09/01/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Su Gaza, i buoni rapporti tra Turchia e Israele si sono fatti improvvisamente difficili. Ma dietro le quinte la cooperazione continua, dall'economia agli armamenti

scritto per noi da
Alessandro Ursic

 

I turchi dovrebbero essere i migliori amici degli israeliani nel Medio Oriente, ma a giudicare dalle ultime due settimane non si direbbe. Ankara ha condannato senza mezze misure le operazioni militari dello stato ebraico contro Gaza. Il premier Recep Tayyip Erdogan ha parlato di "atti disumani" di Israele, che causeranno la sua autodistruzione; ha accusato il ministro della difesa israeliano Ehud Barak e il ministro degli esteri Tzipi Livni - la cui prevista visita ad Ankara è stata annullata dai turchi - di "lasciare una macchia oscura sull'umanità"; ha detto che il suo omologo Ehud Olmert "ha tradito me e l'onore della Turchia". Il presidente Abdullah Gul, da parte sua, ha definito quelle israeliane "atrocità". E anche la popolazione turca ribolle di rabbia: a Istanbul, 200mila persone sono scese in piazza per protestare contro i bombardamenti su Gaza, e in altre città turche la scena è stata la stessa. E ad Ankara, un incontro di basket tra una squadra turca e una israeliana è stato sospeso a causa dei lanci di oggetti del pubblico contro i giocatori avversari, al grido di "Israele assassino".

Un'immagine della manifestazione di Istanbul a sostegno di GazaLa Turchia si è offerta comunque di contribuire a un'eventuale missione internazionale di peacekeeping. Erdogan ha fatto la spola tra i Paesi arabi, nel tentativo di mediare un cessate il fuoco. Ma ha anche detto apertamente di sostenere Hamas, e di voler portare le posizioni del gruppo islamico al Consiglio di sicurezza dell'Onu, dove Ankara ha appena preso possesso di uno dei seggi non permanenti. Tutto ciò rappresenta un cambio di politica da parte della Turchia, che nel 1949 fu il primo Stato musulmano a riconoscere Israele? Wolfango Piccoli, un analista dell'Eurasia Group che segue da anni il Paese ponte tra Europa e Medio Oriente, non la pensa così.

Come vanno interpretate le dichiarazioni di Erdogan?
"Sono state pronunciate solo per tenere buona l'opinione pubblica turca, per una serie di motivi. La manifestazione di Istanbul è stata la più grossa mai organizzata in Turchia, e il 29 marzo il partito di governo Akp avrà un esame importante nelle elezioni municipali. Erdogan ha giocato la carta Israele perché sa che la maggioranza dell'elettorato non è a favore dello stato ebraico e sostiene la causa palestinese".

Un ragazzo di Gaza davanti alla sua casa distruttaMa la sua rabbia, specialmente contro Olmert, sembrava genuina...

"E' probabile che Erdogan sia personalmente deluso da Olmert. Solo quattro giorni prima dell'inizio degli attacchi contro Gaza, il premier israeliano era in Turchia e secondo la stampa nazionale avrebbe promesso a Erdogan che Israele non avrebbe intrapreso operazioni militari contro Hamas. Inoltre, la Turchia è attiva da tempo in uno sforzo di mediazione tra Israele e la Siria".

Il rifiuto di incontrare Tzipi Livni ad Ankara è anch'esso una presa di posizione di facciata?
"Sì. Ricevere la Livni nella capitale avrebbe creato enormi complicazioni per la sicurezza, vista la tensione e il risentimento popolare contro Israele. Dietro le quinte, i contatti tra i rispettivi staff non si sono interrotti".

Negli ultimi anni la Turchia si è avvicinata all'Iran, specie con un accordo sulla fornitura di gas naturale. I buoni rapporti con Teheran possono avere un peso nella crisi attuale?
"I turchi non avevano scelta, perché l'Iran è l'unico Paese che può costituire un'alternativa alla Russia nella fornitura di gas. E' un accordo molto pragmatico, e che comunque sta andando incontro a varie difficoltà pratiche nella sua attuazione. Ma la Turchia non ha in mente nessun ripensamento strategico del suo ruolo nella regione. E' sicuramente più attiva diplomaticamente che in passato, ma rimane un'alleata dell'Occidente e di Israele".

L'incontro tra Erdogan e Olmert del 22 dicembre, ad AnkaraChe legami ci sono tra i due Paesi?
"C'è una marea di progetti in fase di studio. Solo due mesi fa sono stati firmati accordi per la costruzione di un gasdotto che andrà dalla costa mediterranea della Turchia a Israele. Ci sono piani per lo sviluppo del sud-est turco, con l'aiuto israeliano. Per non parlare dei rapporti militari: dal 1996 è attivo un accordo di cooperazione strategica: Israele ha aiutato i turchi negli attacchi contro il Pkk nel nord dell'Iraq, fornendo droni di ricognizione. Aerei militari Phantom turchi sono stati modernizzati dalle industrie israeliane, ci sono esercitazioni congiunte sia navali sia aeree. Non sono cose che vengono buttate all'aria da alcune dichiarazioni di Erdogan".

Non c'è la possibilità che, magari sotto la pressione dell'opinione pubblica, prima o poi la Turchia si rivolga ad altri, come i russi, per la fornitura di armi?
"No, la Turchia fa parte della Nato ed è dotata di armamenti di standard Nato: forniture militari americane che vengono sviluppate meglio dagli israeliani. D'altronde, quando la Turchia ha avuto difficoltà nel comprare armi da altri Paesi occidentali, critici per le violazioni dei diritti umani da parte di Ankara, Israele non si è mai fatto troppi scrupoli nel vendere comunque forniture militari ai turchi".

Gli Stati Uniti si sono fatti sentire, dopo le dichiarazioni di Erdogan e Gul?
"No, e d'altronde i turchi hanno bisogno della lobby ebraica negli Usa, per contrastare la lobby armena sulla questione del genocidio durante la Prima guerra mondiale, negli ultimi anni dell'Impero ottomano. Al Congresso, la lobby israeliana si è sempre opposta alle richieste degli armeni-americani. E Ankara non ha nessuna intenzione di disfarsi di questo sostegno".