10/01/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Il raìs egiziano prima non si muove, poi spiazza la Lega araba con il piano di pace. L'opinione di Farid Adly, direttore di Anbamed, notizie dal Mediterraneo

Il presidente palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas) era ieri sera al Cairo per incontrare il presidente egiziano, Hosni Mubarak. Per stasera è invece annunciato l'arrivo nella capitale egiziana della delegazione di Hamas che dovrebbe, il giorno successivo, informare il governo egiziano della posizione ufficiale del movimento integralista sulla proposta di cessate il fuoco franco-egiziana. Numerose sono state finora le dichiarazioni fatte da esponenti di Hamas sul piano franco-egiziano, in molti casi negative, ma fino a questo momento non è stata diffusa una posizione ufficiale.

 

Resta solo l'Egitto e il piano di Mubarak-Sarkozy. Il raìs egiziano, ambiguo sull'operazione bellica fin dall'inizio, e il presidente francese che si è dato un gran da fare per avvalorare un protagonismo di primo piano della diplomazia francese.
Il piano in tre punti, esposto sommariamenmte il sei di gennaio dal presidente egiziano di fronte alla stampa, è rimasta l'unica carta diplomatica, almeno a oggi. La soddisfazione di chi riusciva a far approvare una risoluzione Onu - l'ennesima - contava sull'astensione degli Stati Uniti, che Condoleeza Rice si è affrettata a spiegare come un sostegno proprio al piano franco egiziano. L'amministrazione Bush ha contato sulla diplomazia del Cairo per dribblare, nei giorni scorsi, le proposte dei Paesi della Lega araba.

Il sei e il sette di gennaio sono giorni particolari, se li si osserva nello svolgersi dei passi diplomatici fra Egitto, Stati Uniti e Israele. Il sei è il giorno della strage nelle scuole delle Nazioni Unite. In serata l'annuncio del piano di Mubarak e l'annuncio del gabinetto Olmert di un corridoio umanitario. Tutto nel giro di poco più di un'ora. Ancora una manciata di minuti e l'avallo del presidente dell'Anp Abu Mazen e poi il via libera entusiasta di Condoleeza Rice all'Onu. Il giorno dopo, sette di gennaio, la tregua temporale di tre ore prima di Israele e poi di Hamas. Le parti studiavano già da alcuni giorni la sostanza del piano. Ma di fronte all'invito egiziano di recarsi al Cairo, il premier Ehud Olmert ha preferito abbozzare, inviando un consigliere della Difesa. Il cessate il fuoco e il piano per una soluzione duratura, sbandierato da Nicolas Sarkozy quasi come 'cosa fatta', in realtà è ancora in fase di lavorazione. E alcuni analisti vedono in tutto questo lavorio e tempistiche diplomatiche la possibilità per Israele di portare a termine la repressione su Gaza. Che, infatti, nemmeno la risoluzione Onu è riuscita a fermare.


farid adlyFarid Adly è direttore di Anbamed."L'Egitto all'inizio dell'offensiva ha mantenuto una posizione attendista e, in un certo senso, aveva spento le speranze che si potesse giungere a una posizione unitaria dei Paesi arabi. Ha condannato l'aggressione di Israele ma poi, pubblicamente, non ha fatto nulla per bloccare l'entrata dell'esercito israeliano nella Striscia e i bombardamenti. La posizione egiziana è cambiata dopo la visita del presidente Sarkozy, quando ormai il bilancio delle vittime era già altissimo. A quel punto Mubarak ha fatto la sua proposta , in qualche modo parallela all'iniziativa della Lega Araba.
Bisogna tenere conto che fino a quel momento l'Egitto aveva tenuto un atteggiamento molto duro con i palestinesi sotto attacco, basti pensare al fatto che la sua frontiera con la Striscia era chiusa e che l'ha riaperta solo per il passaggio dei feriti. Tuttora, il Cairo impedisce a diversi medici di entrare nella Striscia di Gaza, sostenendo di non poterne garantire la sicurezza. Eppure essendo l'Egitto una potenza regionale, avrebbe potuto concordare con Israele l'incolumità di quella cinquantina di dottori che da giorni aspettavano alla frontiera di Rafah. Invece, costoro non sono mai arrivati negli ospedali della Striscia, dove ci sarebbe grande bisogno di aiuti, ma anche di medici".

"La politica egiziana - prosegue Farid Adly nella conversazione con PeaceReporter - è stata accusata da molte piazze dei Paesi arabi di essere complice, o quantomeno consenziente, con Israele. Accuse che sono state sapientemente incoraggiate dalla stampa israeliana, che ha diffuso sapientemente certe notizie (poi smentite), come i discorsi tra Mubarak, Sarkozy e Tzipi Livni, in cui il presidente egiziano avrebbe detto al ministro degli esteri israeliano che "con il cessate il fuoco non bisogna far vedere che Hamas ha vinto".

manifestazioni a Il CairoNotizie come queste hanno contribuito a infiammare le piazze arabe, anche contro il governo del Cairo. Proteste ci sono state anche in Egitto, ma non sono state di massa perché sono proibite nel Paese. L'Egitto rimane tuttavia la nazione araba più grande e quella con il maggiore potere di negoziare. Infine, la proposta Mubarak-Sarkozy è giunta poco prima della riunione del Consiglio di Sicurezza dell'Onu, un fatto che ha creato spazio per la diplomazia statunitense, che ne ha approfittato per dribblare la proposta degli altri paesi arabi. Questi ultimi proponevano una bozza di risoluzione in cui si chiedeva il cessate il fuoco immediato, rimandando a dopo tutte le trattative. Gli Usa insistono infatti a dire che non vogliono si torni alla situazione precedente all'offensiva, e ora puntano molto sull'invio di osservatori internazionali, non tra Israele e Striscia di Gaza però, ma tra il territorio palestinese e l'Egitto. Di modo che possano occuparsi loro della lotta al contrabbando".
"La proposta franco-egiziana prevede tre punti: primo, la cessazione dei combattenti, secondo, trattative per garantire la sicurezza dei confini, terzo, la riconciliazione tra i partiti palestinesi. A quel punto la diplomazia israeliana ha detto ad Hamas che non c'era alternativa a quel piano se vuole salvare la popolazione della Striscia, e ha invitato il premier israeliano Olmert, che si era detto in linea di principio favorevole, per discutere. Oggi, però, Israele ha mandato in Egitto solo un consigliere del ministro della Difesa Barak. Un modo per guadagnare qualche giorno, il tempo di terminare il lavoro sporco sul terreno. Israele non ha detto ne sì ne no. I tempi della diplomazia non sono brevi, di fatto però i tempi della morte a Gaza non aspettano. I morti sono già quasi 800".

 

Angelo Miotto

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