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I profughi del Darfur in Ciad stanno affrontando un altro pericolo: dall’inizio
di gennaio è scoppiata un’epidemia di meningite ed è in corso una campagna di
vaccinazioni per bloccare la diffusione dell’infezione. “La meningite è una malattia
mortale che, senza cura, uccide tra il 50 e l’80 per cento dei malati che la contraggono”
afferma Gianfranco De Maio, responsabile medico della sezione italiana di Medici
Senza Frontiere (Msf). “Le autorità sanitarie ciadiane ci hanno chiesto aiuto
per rispondere all’epidemia”. Senza perdere tempo, Msf sta quindi lavorando con
le autorità sanitarie locali e le società della Croce Rossa Internazionale e della
Mezzaluna Rossa per raggiungere con il vaccino 70.000 persone.
Per proteggere i bambini.
In cinque settimane sono stati registrati 17 casi (di cui nove bambini
di età pari o minore a cinque anni) e un decesso. Il malato più piccino
ha sette mesi, il più grande 55 anni. Nei campi profughi e nella città
di Adré sono stati organizzati siti di vaccinazione e gli operatori di
Msf copriranno anche le periferiche; le persone già infettate
vengono curate con terapia antibiotica. La questione delicata
rimane la protezione dei bambini più piccoli e in tempi brevi, dato che
le condizioni di sovraffollamento dei campi favoriscono la diffusione
del meningococco. “Il vaccino non è raccomandato per i bambini con meno
di due anni” ci spiega in proposito Vergagen. “Si stima che quando l’80
per cento della popolazione a rischio di infezione è vaccinata, si può
dire che l’epidemia è scongiurata (viene bloccata la diffusione del
meningococco e quindi il rischio di infezione anche dei bimbi che non
possono essere vaccinati, ndr). In generale si vaccina il gruppo di età compreso fra 2 e 15 anni, o fra 2
e 30 anni. In questo caso abbiamo vaccinato a partire dai due anni senza limiti
di età. La copertura è dunque molto importante”.
Infezioni, acqua e cibo. Il rischio rappresentato dalla meningite si aggiunge a condizioni di vita nei
campi profughi che, per quanto più sotto controllo di qualche tempo fa, non sono
certo ideali. Attualmente negli undici campi in Ciad vivono 215.000 persone. “La
situazione medica è oggi stabilizzata (la mortalità è ritornata a livelli normali),
ma vi sono ancora casi di infezione respiratoria acuta, malaria e diarrea grave”
racconta Vergagen. “I problemi maggiori riguardano la disponibilità di acqua potabile,
che in alcuni campi raggiunge solo 4-7 litri per persona al giorno (quando il
minimo, secondo alcune norme internazionali, sono 20 litri). Secondo il Programma
alimentare mondiale (Pam) vi sono anche problemi di approvvigionamento di cibo.
Quanto alle prospettive, rimangono incerte, perché legate alla situazione che
prevarrà in Darfur, per la quale non ci si attende una soluzione rapida”.
Valeria Confalonieri