04/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La regione del Mekong, in bilico tra sviluppo economico e degrado ambientale

MekongSiang Son, 47enne laotiano, lascerà a giorni la sua capanna per trasferirsi nei prefabbricati fatti costruire dal governo. Il villaggio dove è sempre vissuto con la sua famiglia, situato sulle rive del Mekong, nel Laos meridionale, verrà sommerso dal bacino idroelettrico della diga Nam Theun 2. “Sono pronto ad andarmene. Con l’assistenza del governo, forse diventerò meno povero”, dice Song all’inviato della Bbc. Nessuno può dire con certezza quale sarà il destino del contadino e di altri milioni di abitanti della regione del Mekong, in bilico tra sviluppo economico e degrado ambientale.

Gli abitanti della valle del Mekong, per lo più agricoltori e pescatori, rischiano di entrare in conflitto tra loro. L’allarme viene dalla Mekong River Commission (Mrc), commissione di cooperazione regionale creata nel ’95 per monitorare lo sviluppo di un’area tra le più ricche di risorse al mondo. Il fiume scende a Oriente per oltre 4mila chilometri, dall’altopiano tibetano fino al mare Cinese, attraversando sei Paesi (Cina, Birmania, Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam). Qui scorre acqua sufficiente a dissetare 100mila persone al giorno. Milletrecento specie di pesci nuotano nei fondali e chiazze di ogni tonalità del verde si estendono lungo le rive: sono risaie, foreste tropicali e campi di frutta e verdura. Questa ricchezza oggi è seriamente minacciata da due fattori: la corsa allo sviluppo tecnologico e la crescita demografica. Ovunque, dalla Repubblica Popolare al Laos, sono stati aperti cantieri per ponti e dighe. E la popolazione (250 milioni di abitanti in una regione grande quanto la Germania e la Francia insieme) è destinata ad aumentare dal 30 al 50 per cento entro il 2005*.

Bambino La valle del Mekong rimase intoccata fino agli anni ’90. La prima diga fu completata nel ‘93 a Man Wan (Cina). Il primo ponte venne costruito, sempre in territorio cinese, un anno più tardi. Oggi una decina di barriere di cemento interrompono il corso del fiume in diversi punti per produrre migliaia di megawatt di energia elettrica. Con le dighe sono nate le tensioni per il controllo delle acque: soprattutto quelle cinesi nell'alto Mekong non sono ben viste dagli altri Paesi del bacino, visto che consentono di mutare portata e direzione dell'acqua che arriva a valle.

Negli ultimi anni, dunque, l’habitat del “serpente dolce” è estremamente mutato: la portata d’acqua è diminuita fino a rendere difficile la navigazione e i percorsi migratori di alcuni pesci sono stati deviati. La situazione si complica durante la stagione secca (marzo-aprile), quando mesi di siccità danneggiano i raccolti e mettono a rischio la sopravvivenza della fauna ittica. All’arrivo del monsone (aprile–settembre), invece, gli straripamenti possono essere devastanti, come nel Delta (Vietnam del sud), dove il mare arriva a inondare le campagne, aumentandone il livello di salinità.

Per il futuro non si prospetta nulla di buono. I dirigenti cinesi vorrebbero rendere il Mekong navigabile per le grandi imbarcazioni, cancellando a scoppi di dinamite rapide e scogliere.

In questo contesto, possono nascere i contrasti tra agricoltori e pescatori: da una parte l’agricoltura utilizza il 90 per cento dell’acqua a disposizione, dall’altra la pesca dipende dalle piene fluviali frenate dalle dighe, fondamentali per la riproduzione dei pesci. Nelle valli del Mekong è’ in gioco la sopravvivenza di oltre 100 popolazioni: riso e pesce costituiscono l’alimento base per le famiglie dei villaggi semi-galleggianti del grande fiume. In una regione dove un terzo delle persone vive con pochi dollari al giorno “il problema – spiega la Mrc - è trovare il modo di produrre più cibo utilizzando meno acqua possibile e continuando a preservare la biodiversità”. Per questo l’organizzazione ha redatto nel 2003 il Challenge Programme, con l’obiettivo di attuare sfruttamento delle risorse e sviluppo economico sostenibili nel Mekong. E non solo: la sfida della Mrc riguarda anche altri otto bacini fluviali del cosiddetto Sud del Mondo, dal Nilo al Volta e dalle Ande al fiume Giallo.

Il ruolo della Mekong Rivers Commission, però, è controverso. L’International Rivers Network (Irn), organizzazione ambientalista no-profit con sede a Berkeley (California), ricorda che è stata proprio la Mrc insieme all’Asian Development Bank a proporre la costruzione di oltre 100 dighe negli ultimi dieci anni. “L’ecosistema del Mekong è in pericolo”, si legge nel sito dell’Irn. “Molti di questi progetti sono già stati realizzati. Una delle più grandi minacce è il piano cinese di erigere otto dighe nell’alto Mekong”. E riguardo alla Nam Teun 2 nel Laos meridionale, aggiunge: “La diga non allevierà la miseria degli abitanti della zona, anzi la accentuerà”.

*Fonte Mrc

Francesca Lancini


 

Categoria: Ambiente
Luogo: Laos