09/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La testimonianza di Ong, intellettuale cambogiano che ha creduto nei khmer rossi

Ong Thong Hoeung“Al mio arrivo a Phnom Penh, venni colto da una sensazione strana, terribile. Nessuno dei miei familiari era all’aeroporto ad accogliermi. Più tardi, al campo, incontrai mia moglie, partita prima di me. Fingeva di non riconoscermi. E così gli amici lasciati a Parigi solo tre mesi prima: mi sorridevano in modo enigmatico. Erano magri, scheletrici, vestiti di nero, coperti di piaghe. Alcuni avevano perso i denti. Sembravano usciti dall’inferno buddista o dai campi di sterminio nazisti”.

A parlare è Ong Thong Hoeung, 58 anni, cambogiano, sopravvissuto ai campi di ‘rieducazione’ dei Khmer rossi. In questi giorni, Ong è a Milano per presentare il suo libro, Ho creduto nei Khmer rossi, appena pubblicato in Italia. Sono passati quasi trent’anni, ma ha ancora le lacrime agli occhi quando rievoca quell'incubo:oltre tre anni di lavori forzati, di fame, torture e umiliazioni che uccisero due milioni di cambogiani su sette, e decimarono la classe intellettuale del Paese (in parte richiamata dall’estero) in nome della creazione di un uomo e di una società 'nuovi'.

Era l’aprile del 1975. Pol Pot e i Khmer rossi avevano appena preso il potere in Cambogia, deponendo il governo filostatunitense di Lon Nol. Per Ong Thong Hoeung, studente emigrato a Parigi, era finalmente giunto il cambiamento politico che attendeva da anni. In Cambogia sarebbe iniziata la costruzione di una società libera e democratica, dopo anni di dominio straniero e di guerre: prima il colonialismo francese, poi il colpo di stato di Lon Nol, la guerra d'Indocina, i bombardamenti dei B52 statunitensi.

Ong decide quindi di tornare in patria. E come lui, migliaia di intellettuali cambogiani residenti all’estero.

Ma la Cambogia in cui Ong torna, nel luglio del '76, non è il paradiso delle cooperative agricole, né quel Paese 'nuovo' e libero propagandato dai dirigenti dei Khmer rossi a Parigi.

E' invece un mondo irriconoscibile e inquietante, fatto di città deserte e di uomini e donne affamati, ridotti in schiavitù. E' vietato sorridere, avere sentimenti, essere umani. E' un Paese in cui è stata soppressa la moneta, interrotto ogni contatto con l'esterno e gran parte della popolazione, evacuata nelle campagne, è costretta ai lavori forzati: zappa, semina, raccoglie letame, smantella ferrovie e villaggi per far posto a orti e risaie.

Per creare l’uomo 'nuovo', i Khmer rossi eliminano tutto ciò che è vecchio. Applicano il lavaggio del cervello e azzerano la memoria collettiva, dando fuoco alle biblioteche e ai templi buddisti, e uccidendo chi sa leggere e scrivere, o chi 'non è educabile' perchè la cultura lo ha plasmato troppo. Distruggono istituzioni come la famiglia, considerate un retaggio borghese. I bambini, separati dai genitori, vengono cresciuti dall'Angkar, l'onnipresente Organizzazione, il Partito.

Strumenti di dominio dei Khmer rossi sono la propaganda, la paura, l’isolamento e la violenza perseguita in modo sistematico, organizzato, senza vergogna. E infine la fame, usata per controllare, debilitare, eliminare: come nei campi di concentramento nazisti.

"Nei cantieri - spiega Ong - il lavoro si svolgeva in silenzio. Ognuno sorvegliava l'altro. Venivamo lasciati soli, ma l'Angkar era onnipresente. Nessuno osava fare nulla che potesse essere intepretato come un errore. Tutto avveniva come se ciascuno di noi fosse al tempo stesso perseguitato e persecutore".

Oggi Ong vive in Belgio. Si è salvato insieme alla moglie e alla figlia nata nei campi di lavoro. E’ tornato in Europa dopo che, nel dicembre del '78 l’esercito vietnamita pose fine al regime di Pol Pot. Nel '79, Ong riuscì a ricongiungersi alla madre e a scoprire che lei e due sorelle erano le uniche sopravvissute della famiglia.

"Fino al '79 eravamo completamente all’oscuro di quanto era successo nel Paese. Sotto il regime di Pol Pot, due terzi dei miei amici furono uccisi o si suicidarono. I sopravvissuti, oggi, preferiscono tacere. Alcuni amici mi hanno confessato di aver comperato il mio libro, non per leggerlo, ma per lasciarlo ai figli. Chi ha vissuto l’orrore dei Khmer rossi resta segnato a vita. Non riesce a parlarne o a liberarsi dagli incubi o dai sensi di colpa, fortissimi. Io, ad esempio, sento di non meritare di essere vivo. Ancora oggi, continuo a non capire come tutto ciò sia potuto succedere".

"Ho iniziato a scrivere il libro appena uscito dal campo, all’inizio degli anni 80", spiega Ong. "Mi sono basato sugli appunti che mia moglie scriveva e nascondeva in fondo alla borsa. E' a lei, in gran parte, che devo la vita. Mi ha sempre dato speranza, distogliendomi dall'idea di suicidarmi. Lei era molto ottimista, credeva che sarebbe sopravvissuta. Ha anche voluto un bambino a tutti i costi, contro la mia opinione e contro quella dei Khmer rossi".

Ong sorride al ricordo, ma subito torna serio: "Purtroppo, per questi orrori, non c'è stata ancora giustizia. Nemmeno quella di un tribunale internazionale, visto che il genocidio di Pol Pot non appartiene solo alla Cambogia, ma a tutta l’umanità. Oggi, nel nostro Paese le vittime circolano accanto ai carnefici. I boia di un tempo occupano posti importanti ai vertici dello Stato, in nome di una riconciliazione che, come è avvenuto in Cile, impedisce ai sopravvissuti di chiudere con il passato. E alla società cambogiana di tornare normale".

Paola Erba 
Categoria: Diritti
Luogo: Cambogia