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“Al mio arrivo a Phnom Penh, venni colto da una sensazione strana,
terribile. Nessuno dei miei familiari era all’aeroporto ad accogliermi.
Più tardi, al campo, incontrai mia moglie, partita prima di me. Fingeva
di non riconoscermi. E così gli amici lasciati a Parigi solo tre mesi
prima: mi sorridevano in modo enigmatico. Erano magri, scheletrici,
vestiti di nero, coperti di piaghe. Alcuni avevano perso i denti.
Sembravano usciti dall’inferno buddista o dai campi di sterminio
nazisti”.
A parlare è Ong Thong Hoeung, 58 anni, cambogiano, sopravvissuto ai
campi di ‘rieducazione’ dei Khmer rossi. In questi giorni, Ong è a
Milano per presentare il suo libro, Ho creduto nei Khmer rossi, appena
pubblicato in Italia. Sono passati quasi trent’anni, ma ha ancora le
lacrime agli occhi quando rievoca quell'incubo:oltre tre anni di lavori
forzati, di fame, torture e umiliazioni che uccisero due milioni di
cambogiani su sette, e decimarono la classe intellettuale del Paese (in
parte richiamata dall’estero) in nome della creazione di un uomo e di
una società 'nuovi'.
Era l’aprile del 1975. Pol Pot e i Khmer rossi avevano appena preso il
potere in Cambogia, deponendo il governo filostatunitense di Lon Nol.
Per Ong Thong Hoeung, studente emigrato a Parigi, era finalmente giunto
il cambiamento politico che attendeva da anni. In Cambogia sarebbe
iniziata la costruzione di una società libera e democratica, dopo anni
di dominio straniero e di guerre: prima il colonialismo francese, poi
il colpo di stato di Lon Nol, la guerra d'Indocina, i bombardamenti dei
B52 statunitensi.
Ong decide quindi di tornare in patria. E come lui, migliaia di intellettuali
cambogiani residenti all’estero.
Ma la Cambogia in cui Ong torna, nel luglio del '76, non è il paradiso
delle cooperative agricole, né quel Paese 'nuovo' e libero propagandato
dai dirigenti dei Khmer rossi a Parigi.
E' invece un mondo irriconoscibile e inquietante, fatto di città
deserte e di uomini e donne affamati, ridotti in schiavitù. E' vietato
sorridere, avere sentimenti, essere umani. E' un Paese in cui è stata
soppressa la moneta, interrotto ogni contatto con l'esterno e gran
parte della popolazione, evacuata nelle campagne, è costretta ai lavori
forzati: zappa, semina, raccoglie letame, smantella ferrovie e villaggi
per far posto a orti e risaie.
Per creare l’uomo 'nuovo', i Khmer rossi eliminano tutto ciò che è
vecchio. Applicano il lavaggio del cervello e azzerano la memoria
collettiva, dando fuoco alle biblioteche e ai templi buddisti, e
uccidendo chi sa leggere e scrivere, o chi 'non è educabile' perchè la
cultura lo ha plasmato troppo. Distruggono istituzioni come la
famiglia, considerate un retaggio borghese. I bambini, separati dai
genitori, vengono cresciuti dall'Angkar, l'onnipresente Organizzazione,
il Partito.
Strumenti di dominio dei Khmer rossi sono la propaganda, la paura,
l’isolamento e la violenza perseguita in modo sistematico, organizzato,
senza vergogna. E infine la fame, usata per controllare, debilitare,
eliminare: come nei campi di concentramento nazisti.
"Nei cantieri - spiega Ong - il lavoro si svolgeva in silenzio. Ognuno
sorvegliava l'altro. Venivamo lasciati soli, ma l'Angkar era
onnipresente. Nessuno osava fare nulla che potesse essere intepretato
come un errore. Tutto avveniva come se ciascuno di noi fosse al tempo
stesso perseguitato e persecutore".
Oggi Ong vive in Belgio. Si è salvato insieme alla moglie e alla figlia
nata nei campi di lavoro. E’ tornato in Europa dopo che, nel dicembre
del '78 l’esercito vietnamita pose fine al regime di Pol Pot. Nel '79,
Ong riuscì a ricongiungersi alla madre e a scoprire che lei e due
sorelle erano le uniche sopravvissute della famiglia.
"Fino al '79 eravamo completamente all’oscuro di quanto era successo
nel Paese. Sotto il regime di Pol Pot, due terzi dei miei amici furono
uccisi o si suicidarono. I sopravvissuti, oggi, preferiscono tacere.
Alcuni amici mi hanno confessato di aver comperato il mio libro, non
per leggerlo, ma per lasciarlo ai figli. Chi ha vissuto l’orrore dei
Khmer rossi resta segnato a vita. Non riesce a parlarne o a liberarsi
dagli incubi o dai sensi di colpa, fortissimi. Io, ad esempio, sento di
non meritare di essere vivo. Ancora oggi, continuo a non capire come
tutto ciò sia potuto succedere".
"Ho iniziato a scrivere il libro appena uscito dal campo, all’inizio
degli anni 80", spiega Ong. "Mi sono basato sugli appunti che mia
moglie scriveva e nascondeva in fondo alla borsa. E' a lei, in gran
parte, che devo la vita. Mi ha sempre dato speranza, distogliendomi
dall'idea di suicidarmi. Lei era molto ottimista, credeva che sarebbe
sopravvissuta. Ha anche voluto un bambino a tutti i costi, contro la
mia opinione e contro quella dei Khmer rossi".
Ong sorride al ricordo, ma subito torna serio: "Purtroppo, per questi
orrori, non c'è stata ancora giustizia. Nemmeno quella di un tribunale
internazionale, visto che il genocidio di Pol Pot non appartiene solo
alla Cambogia, ma a tutta l’umanità. Oggi, nel nostro Paese le vittime
circolano accanto ai carnefici. I boia di un tempo occupano posti
importanti ai vertici dello Stato, in nome di una riconciliazione che,
come è avvenuto in Cile, impedisce ai sopravvissuti di chiudere con il
passato. E alla società cambogiana di tornare normale".