Brasile, Iran e la dottrina Bush. Intervento di Gabriele Garibaldi
Il rilancio della tecnologia nucleare con la Nuclear Posture Review (sviluppo
di armi nucleari a basso potenziale da impiegare sul campo di battaglia, ad esempio
per la distruzione di bunker sotterranei) e la parallela messa sotto accusa dell’Iran
per star sviluppando il suo programma nucleare (l’Iran sta producendo uranio arricchito,
che può esser usato a scopi sia civili che militari –questa è la dualità della
tecnologia nucleare, che concerne qualsiasi Paese ne sia in possesso) hanno valso
alla amministrazione Bush accuse di ipocrisia.
Gli Stati Uniti, cioè, dovrebbero rivolgere la loro attenzione anche ad altri
Paesi, se ritengono che lo sviluppo del nucleare in sé da parte di chi non lo
possiede rappresenti una minaccia globale.
Tra questi c’è il Brasile, il quale sta portando avanti il suo programma di arricchimento
dell’uranio. Membro del Trattato di Non-Proliferazione nucleare (Npt) il Brasile
sostiene di avere il diritto di compiere tale operazione per usare l’uranio arricchito
per scopi civili nei reattori nucleari.
Il Brasile ha realizzato quanto l’Iran sta cercando di fare, ma gli Stati Uniti
non gli hanno chiesto di smantellare il suo programma nucleare e non lo hanno
neppure criticato per la sua riluttanza ad aprire le porte agli ispettori della
Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.
Da più di otto mesi la Aiea chiede al Brasile -sesto al mondo per il possesso
di riserve di minerale di uranio- di aprire le porte ai suoi ispettori secondo
gli obblighi prescritti dal trattato Npt, ma finora si è trovata di fronte ai
"no" ed alle restrizioni imposte da Brasilia, la quale adduce la motivazione di
voler conservare la segretezza circa le nuove tecnologie sviluppate per le centrifughe
nucleari. Non è un atteggiamento molto rispettoso degli ispettori dell’agenzia
Onu, considerati alla stregua di agenti dello spionaggio industriale internazionale.
La Aiea però non demorde e chiede il pieno accesso ai siti nucleari per certificare
che il Brasile -conformemente alle norme del trattato Npt di cui è membro- sta
arricchendo l’uranio limitatamente ai bassi livelli sufficienti per l’impiego
a scopi civili, piuttosto che agli alti livelli che possono procurare materiale
utilizzabile nella costruzione di bombe nucleari. Ciò che la Aiea teme non è che
il Brasile voglia dotarsi di ordigni atomici, ma che la tecnologia da esso sviluppata
possa esser rivenduta o possa in qualsiasi modo passare ad altri paesi.
Verso la fine di settembre -quando gli Stati Uniti hanno cominciato ad alzare
la pressione sul programma nucleare iraniano- non si registrava ancora alcun passo
avanti nelle trattative con la Aiea circa le modalità delle ispezioni e venivano
contraddette tutte le precedenti dichiarazioni circa l’imminenza di un accordo
con Brasilia. Nonostante ciò, il segretario di stato statunitense Colin Powell,
non ha censurato la condotta del governo di Lula, limitandosi a dichiarare che
gli Stati Uniti sono fiduciosi circa un futuro accordo tra il Brasile e la Aiea,
e che il rifiuto alla ispezione dell’impianto nucleare di Resende non significa
per Washington la volontà brasiliana di costruire ordigni atomici. "We know for
sure Brazil is not thinking about nuclear weapons. That is not a concern of ours",
ha dichiarato Powell durante una visita di due giorni in Brasile, animata dall’obiettivo
di rafforzare i legami con l’importante attore regionale.
Quasi sicuramente il Brasile persegue fini esclusivamente civili, non ha intenzione
di dotarsi di armi nucleari -sebbene alcuni esperti sospettino il contrario, come
Victoria Samson del "Center for Defense Information" di Washington- e i suoi "no"
alle ispezioni Aiea derivano soltanto dalla volontà di proteggere quella tecnologia
che i portaparola dichiarano esser superiore a quella di altri paesi –oppure,
più probabilmente, illeciti commessi in passato. Ciò non toglie, però, che l’indulgenza
espressa nei suoi confronti da Powell contrasta con l’impegno dichiarato dall’amministrazione
Bush l’11 febbraio 2004 a proposito del contenimento della proliferazione nucleare
internazionale (non degli Stati Uniti!) e, in particolare, con l’intransigenza
"preventiva" manifestata nei confronti dell’Iran.
Dal confronto tra il caso Brasile e il caso Iran, insomma, si comprende come
per l’amministrazione americana neoconservatrice lo sviluppo della tecnologia
nucleare (e la possibile proliferazione di ordigni atomici) non sia un pericolo
in sé da combattere applicando restrizioni che coinvolgono tutti (Stati Uniti
compresi, i quali -non a caso- non hanno ratificato il "Comprehensive Test Ban
Treaty" che proibisce nuovi test atomici) ma solo se cade nelle mani (a suo giudizio)
"sbagliate".
Per "falchi" come Robert Joseph (esperto di controproliferazione presso il National
Security Council), Douglas Feith (sottosegretario alla difesa), John Bolton (sottosegretario
di stato) e Stephen Cambone (primo vice-sottosegretario alla difesa), le armi
nucleari di per sé non sono un problema, lo sono i "bad guys" che le possiedono.
Rigettando la fondamentale premessa del trattato NPT, questi ufficiali non cercano
di creare un equo regime globale che svaluti le armi nucleari e crei le condizioni
per la loro eventuale eliminazione, ma piuttosto si pongono l’obiettivo di estirpare
"i cattivi" o le loro armi, lasciando allo stesso tempo i "good guys" liberi da
costrizioni alle loro attività nucleari.
Non rappresentano, allora, un pericolo i programmi nucleari degli alleati -Pakistan,
India, Israele e Brasile- sui quali gli Stati Uniti non stanno facendo pressione
perché chiudano i programmi di arricchimento dell’uranio ed eliminino le testate
nucleari –neppure dopo che la scoperta della vendita di "know-how" all’Iran, alla
Libia ed alla Corea del Nord da parte del Pakistan ha dimostrato come anche gli
alleati possano rappresentare una seria minaccia.
Il discorso di Bush dell’11 febbraio 2004 (dichiarazione di intenti sul rafforzamento
dei controlli riguardo la diffusione di materiale e tecnologia nucleare, senza
alcuna menzione alla riduzione del numero di armamenti e al congelamento dei programmi
nucleari da parte dell’America e dei suoi alleati) aveva già suscitato commenti
a caldo circa l’esistenza di una legge "dei due pesi e due misure" nella condotta
degli Usa, la quale ha trovato conferma nella diversità di atteggiamento tenuto
nei mesi seguenti nei confronti del programma nucleare brasiliano e iraniano.
Gli Stati Uniti non vedono, in conclusione, il pericolo nell’esistenza in sé
delle armi nucleari, ma nel tipo di Paesi che ne sono o possono entrarne in possesso.
Così la questione della non-proliferazione perde senso in sé e per sé come questione
universale, per esser coniugata sulla base della logica dualista "amico-nemico"
della "dottrina Bush" a seconda dell’interesse nazionale statunitense in gioco.
Partendo da questa premessa, si comprende la particolare attenzione che gli Usa
hanno dedicato al programma nucleare iraniano alla vigilia della presentazione
a Vienna il 13 settembre 2004 del rapporto della Agenzia Internazionale per l’Energia
Atomica. Nonostante questo dichiari che l’Iran non sta perseguendo un programma
di armamento nucleare (non è stata trovata alcuna "smoking gun" –espressione che
ricorda la farsa delle armi di distruzione di massa irachene) gli Stati Uniti
non sono della stessa opinione e spingono perché il caso Iran sia portato di fronte
al Consiglio di Sicurezza Onu perché siano decise misure punitive.
Per la linea più morbida sono invece i "tre grandi" della diplomazia europea
–Gran Bretagna, Francia e Germania- per i quali tale strada è percorribile solo
dopo che l’Iran avrà disatteso le direttive della Aiea sulla sospensione della
produzione di uranio arricchito (la Gran Bretagna è, però, più vicina alla posizione
degli Usa, perché oscilla tra la richiesta di sospensione e quella di azzeramento
della produzione di materiale utilizzabile in reattori nucleari da parte dell’Iran).
La richiesta degli Stati Uniti (e della Gran Bretagna) va oltre quanto disposto
dal Trattato di Non-Proliferazione nucleare (Npt), che non proibisce a un Paese
di produrre combustile nucleare (uranio arricchito) ma gli impone di sottoporsi
ai controlli della Aiea. Per gli Usa, però, il problema è che l’Iran ha evaso
le ispezioni in passato ed ora non dà più garanzie di credibilità. Siccome essi
"credono" –e la cosa è plausibile, ma non è questo il punto- che l’Iran voglia
costruire una bomba atomica, il Consiglio di Sicurezza Onu (fuori dai meccanismi
di controllo del trattato Npt) dovrebbe chiedere all’Iran di fermare il suo programma
di arricchimento dell’uranio come unico modo per ristabilire la fiducia nelle
sue intenzioni pacifiche.
L’intransigenza americana, però, mal si concilia con la sua sostanziale disapplicazione
del trattato Npt e in generale con tutta la linea della sua politica nucleare,
che, oltre alle iniziative e mancanze già menzionate, ha visto anche il ritiro
dallo Start II e la sua sostituzione con il meno vincolante Sort (Strategic Offensive
Reduction Treaty) firmato a Mosca il 24 maggio 2002. La doppia politica nucleare
dell’amministrazione Bush, insomma, come ha fatto notare il senatore Kerry nel
corso dell’ultima campagna presidenziale, non è esattamente la politica che più
di ogni altra saprà incoraggiare le altre nazioni ad attenersi alle condizioni
del trattato di non proliferazione. I lavori della conferenza di revisione del
trattato Npt che si apriranno presso le Nazioni Unite a New York nel prossimo
maggio 2005 saranno una importante occasione di discussione al riguardo.
Gabriele Garibaldi*