07/01/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



Michel Warschawski, 60 anni, giornalista, scrittore, è una delle ‘voci contro’ della società israeliana.

dal nostro inviato

 

Michel Warschawski, 60 anni, giornalista, scrittore, è una delle ‘voci contro' della società israeliana. Nel 1982, quando l'esercito israeliano in Libano permise il massacro dei palestinesi dei campi profughi di Sabra e Chatila da parte delle milizie cristiano-maronite, Warschawski fu tra i fondatori del movimento Yesh Gvul, che portò in piazza l'indignazione di 400mila israeliani nei confronti del loro governo. Poco dopo, nel 1984, fondò l'Alternative Information Center (Aic), per combattere dall'interno la disinformazione della società civile israeliana nei confronti dei palestinesi.

Subito dopo l'attacco di terra del 3 gennaio scorso, parlando dell'operazione Piombo Fuso, Andrè Glucksmann ha scritto che non c'è proporzione possibile nella lotta tra palestinesi e israeliani, condannando quanti avevano definito sproporzionata la reazione israeliana al lancio dei razzi dalla Striscia. Secondo Glucksmann, la sproporzione esiste solo perché i palestinesi hanno armi primitive. Si tratta, per l'intellettuale francese, comunque di legittima difesa. Ma qual è, nella società israeliana attuale, il concetto di legittima difesa?

Larga parte dell'opinione pubblica israeliana ed europea ritiene questa operazione una legittima difesa. Per me questo è un vero non-sense. Un grave errore, prima di tutto, ma in fondo un non-sense. Israele occupa Gaza e la Cisgiordania da 42 anni. Questo è un fatto. Ogni azione contro questa occupazione è un'iniziativa di autodifesa, non il contrario. Il resto è una voluta manipolazione, che riesce bene, però, al punto che a volte sembra di parlare di un problema di sei mesi, un anno o due anni fa. Non si può invece prescindere dalla continuità di questa occupazione. Quello che accade da un anno a questa parte è l'assedio totale e disumano di Gaza. Un territorio e un popolo allo stremo, che sopravvive solo grazie ai famosi tunnel dall'Egitto e agli aiuti umanitari della comunità internazionale. Di quale dannata autodifesa parla Israele? L'esercito israeliano affama, aggredisce e riduce allo stremo una popolazione di un milione e mezzo di persone. Solo piccoli settori della società israeliana reagiscono a tutto questo, chiamando le cose con il loro nome: Israele è l'aggressore e Israele è l'occupante. Il resto è menzogna e il signor Glucksmann è un vero esperto in mistificazioni strumentali, capace di chiamare notte il giorno e viceversa. Mistificazioni delle quali sono vittime anche gli stessi cittadini di Sderot e delle altre città israeliane sotto il tiro dei razzi dalla Striscia. Vengono usati, in modo davvero cinico, dal governo israeliano. Le vittime che ci sono state in questi giorni non possono essere comparate con quello che accade a Gaza. Non per il numero, perché ogni vita ha valore. Ma perché il governo d'Israele si sta assumendo una responsabilità enorme nel rendersi colpevole di questo attacco indiscriminato contro i civili a Gaza. L'atto scellerato di chi lancia i razzi non può essere paragonato alla pianificata aggressione di massa verso la popolazione palestinese nella Striscia.

I cittadini di Sderot come i coloni, utili solo quando servono politicamente?

Assolutamente sì. Quelle città, per il governo, sono niente di più di una ‘periferia'. Questo rapporto tra centro e periferia è un elemento centrale nella storia di questo Paese, ma è un elemento spesso misconosciuto. La classe media discendente degli ebrei dell'Europa centrale, che è la vera classe dirigente del Paese, vive a Tel Aviv, ad Haifa o altrove. Nel nord, nel sud e nei Territori Occupati si è dato vita, all'epoca della nascita d'Israele e anche dopo, a una vera a propria colonizzazione. I coloni e gli immigrati non di ceto elevato sono stati utilizzati come scudi umani, da frapporre tra la vita degli israeliani agiati e i palestinesi. I cittadini israeliani della ‘periferia' pagano il prezzo della politica del centro, diventando bersagli della rabbia degli arabi. Ma entrambi sono vittime degli interessi di Tel Aviv.

Quanto hanno pesato sul governo, nella scelta di iniziare questo attacco, le prossime elezioni in Israele in febbraio?

Nella decisione di commettere questo crimine le elezioni hanno avuto una parte determinante. Dopo il fallimento della campagna del Libano del 2006, la competizione tra i principali leader politici israeliani per le prossime elezioni è tutta basata sulla retorica della violenza nei confronti dei palestinesi. Tzipi Livni, Barak, Olmert e Netanyahu si combattono sul campo della capacità di aggressione verso i palestinesi. Tutti sono concentrati sulla possibilità di dimostrare di poter essere più brutali del loro avversario. L'attacco a Gaza è una parte fondamentale della campagna elettorale. L'aspetto più inquietante, però, è che questo atteggiamento viene premiato dall'opinione pubblica israeliana. Barak, ministro della Difesa e architetto di questo attacco, si vanta di aver recuperato cinque punti percentuali dall'inizio dell'operazione Piombo Fuso. Questo significa, ed è orribile, accettare una proporzionalità tra il numero delle vittime palestinesi e il successo elettorale.

Dov'è finita la sinistra in Israele? Il partito Meretz, nelle prime ore dell'attacco, ha chiesto la fine dei bombardamenti, ma ha tenuto a precisare che ritiene questa comunque un'operazione di legittima difesa.

La sinistra israeliana si muove ormai in un vecchio scenario. Ogni volta che c'è stata una grande operazione militare, nella storia di Israele, è stata pronta a sostenere le decisioni del governo. In modo automatico, come il cane di Pavlov. Sempre. E' accaduto durante la prima e la seconda campagna in Libano, è accaduto durante le operazioni a Gaza e in Cisgiordania. La sinistra istituzionale in Israele ha sempre accettato il pensiero unico dell'autodifesa del Paese. Salvo poi essere pronta a condannare i massacri, ma sempre a cose fatte, quando era ormai troppo tardi. Non sono affatto stupito della posizione di Meretz, perché è sempre la stessa. Patetica e prevedibile. Quando, anche questa volta, siamo scesi in piazza per manifestare contro questa aggressione, i militanti e alcuni dirigenti del Meretz erano al nostro fianco, ma sempre a titolo personale. Che contraddizione è mai questa? Un comportamento che ha messo in crisi tutta la sinistra, non a caso Meretz è in crisi profonda, come lo stesso movimento pacifista Peace Now, ormai un fantasma. La mancanza di fermezza e di chiarezza nei confronti delle decisioni dei governi israeliani hanno finito per precipitare la sinistra israeliana in una crisi profonda. Adesso la sinistra in questo Paese è una minoranza insignificante per le decisioni che contano.

Cosa pensa delle manifestazioni dei giorni scorsi della minoranza degli arabi-israeliani? All'inizio della Seconda Intifada, nel 2000, uno degli elementi nuovi rispetto al passato fu proprio il coinvolgimento della minoranza araba della società israeliana nella lotta dei palestinesi. Una tensione forte all'interno della società israeliana. Crede che si ripeterà quella mobilitazione, anche se tra gli arabi-israeliani Hamas non gode certo di estimatori?

Il problema non è, in questo momento, nei rapporti tra Hamas e gli arabi-israeliani. I civili sentono l'aggressione a Gaza contro altri civili come un'offesa all'umanità. Questa non è una guerra tra Israele e Hamas, ma un'aggressione dell'esercito israeliano alla popolazione civile di Gaza. Quando bombardi il centro di una delle città con la più alta densità abitativa al mondo commetti un crimine, non combatti una guerra. E questo è quello che sentono gli arabi-israeliani. Sono rimasto colpito dal numero delle loro manifestazioni in questi giorni, dall'intensità delle loro proteste. Il livello delle mobilitazioni contro questa aggressione è molto alto, almeno se paragonato a quello di altre occasioni. Ho la sensazione che questa operazione lascerà profonde ferite nella società israeliana, e non solo, con conseguenze gravi e imprevedibili al momento. Anche altrove, per esempio in Europa, la gente è indignata. Rispetto al passato non sembrano reggere le scuse ‘strategiche'. Non c'è un obiettivo da raggiungere, non c'è una battaglia da vincere. Questo è solo un brutale e inutile massacro... L'ennesimo atto di una sciagurata tragedia.

Il conflitto israelo-palestinese, rispetto ad altri, si è sempre caratterizzato per il contributo dato al dibattito da intellettuali come lei. Due grandi figure, in questo senso, come il poeta Mahmoud Darwish e Edward Said, sono scomparse. Vede, tra i palestinesi e gli israeliani, delle nuove voci che possano contribuire all'abbandono della violenza?

No, non ne vedo. La crisi dell'impegno tra gli intellettuali non riguarda certo solo Israele e Palestina. E' un fenomeno mondiale, molto grave. Eccezion fatta per i tre scrittori israeliani Yehoshua, Oz e Grossman (che voi italiani amate molto), diventati a loro volta ripetitori del pensiero unico, non ci sono personaggi di alto profilo nella cultura, voci contro che possano contribuire a rendere la violenza uno strumento superato. In questo periodo storico mancano le grandi voci della coscienza, le voci della morale. Non ci sono in giro Jean-Paul Sartre e Bertrand Russel. Non ci sono veri intellettuali, ma abbondano i vestali ‘culturali' dell'interesse nazionale. Sia in Israele che in Palestina ci sono giovani intellettuali molto in gamba, ma non hanno lo spessore e la profondità di certe voci del passato. Come dicevo, però, questo non accade solo in Israele o nel mondo arabo. Accade ovunque, anche in Occidente. C'è una crisi di coscienza generale nelle società, e la cultura è espressione di quelle stesse società. C'è un gran silenzio attorno a tutti noi.

Christian Elia