Il 10 gennaio 2001 la nostra unica figlia, Laura, fu uccisa durante la pausa
invernale del suo college. Laura stava lavorando alla
reception dell’ospedale psichiatrico della contea di Nevada, quando un paziente malato
di mente aprì il fuoco con un’arma semiautomatica e colpì Laura quattro volte,
uccidendola sul colpo. Quando ritornò la calma nella clinica e in un ristorante
adiacente, tre persone giacevano morte, altre tre erano gravemente ferite, una
comunità era sotto choc, e il mondo aveva perso una ragazza incredibile.
Laura aveva delle capacità, una gentilezza e uno spirito straordinari. Era una
studentessa eccellente, diplomata con il massimo dei voti alla
high school, e al momento della sua morte era al secondo anno di
college, nel pieno della campagna per diventare presidente del corpo studentesco. Era
estremamente organizzata, disciplinata e motivata. Insieme a queste caratteristiche,
la sua energia positiva la rendeva una leader naturale. A diciannove anni, Laura
stava già vivendo una vita per gli altri; voleva contribuire a cambiare in positivo
il mondo…Aveva possibilità illimitate e prospettive luminose. Laura si preparava
a dedicare la sua vita al servizio sociale, alla giustizia sociale, alla pace
nel mondo mediante il rispetto, la non violenza e l’eguaglianza sociale. La sua
vita era conforme alle sue convinzioni, e lei fungeva da ispirazione per chi le
era vicino.

Come quaccheri, la nostra famiglia, Laura compresa, si è sempre opposta alla
pena di morte. Subito dopo la sparatoria, mentre eravamo ancora increduli e sotto
choc, siamo rimasti fedeli ai nostri principi; e rimaniamo contrari alla pena
di morte. Mentre proseguivamo il nostro viaggio di genitori in lutto e partecipavamo
al procedimento civile e penale, abbiamo provato una vasta gamma di emozioni,
ma
non abbiamo mai esitato a condannare la pena di morte. Anzi, i nostri sentimenti
contro di essa si sono rafforzati.
Nei giorni successivi all’assassinio di Laura, cercavamo di trovare un senso
e un significato a quello che era successo. Era incomprensibile come una persona
buona e innocente come la nostra cara Laura fosse stata uccisa con un atto violento.
Commenti del tipo “Ci vuole la sedia elettrica per quel bastardo” o “Spero che
riceva quello che merita” venivano espressi in modo convinto nella nostra comunità,
ma non ci facevano stare meglio. Avevamo bisogno di ritrovare la fede nella bontà
della gente. Il sostegno e le preoccupazioni di amici ed estranei ci riscaldarono
il cuore e riaccesero la nostra fede.
La pena di morte è spesso giustificata in nome delle famiglie delle vittime.
I suoi fautori sostengono che essa porta giustizia. Tuttavia, la vera giustizia
è qualcosa che non potremo mai ottenere, perché non potremo mai riavere nostra
figlia. Secondo noi, la lunga catena dei processi, degli appelli e delle esecuzioni
ci impedirebbe solo di accettare la nostra terribile perdita. La cura al nostro
dolore deve venire da dentro, non dal destino dell’assassino.

Crediamo che l’uomo che ha ucciso nostra figlia debba rispondere di questo alla
giustizia. Non ci si può fidare di lui e lasciarlo libero nella società senza
una continua supervisione. Tuttavia, altri sentimenti nei suoi confronti gli darebbero
un controllo sulle nostre vite che noi non vogliamo concedere. Non potevamo controllare
cosa è successo a nostra figlia, ma possiamo scegliere il modo in cui rispondere.
Sappiamo cosa avrebbe voluto Laura. Abbiamo perso nostra figlia e la vita per
come la intendevamo, non abbiamo intenzione di perdere anche i nostri valori.
I familiari delle vittime contrari alla pena di morte sono spesso ignorati dalla
corte, che in questo modo perpetua il danno. Nel nostro caso, siamo stati fortunati
a trovare un procuratore distrettuale che condividesse i nostri sentimenti. Ci
ha assicurato che la pena di morte non sarebbe stata chiesta anche se si potevano
applicare le aggravanti dell’omicidio multiplo premeditato. L’assassino di nostra
figlia non è stato dichiarato colpevole per infermità mentale, ed è stato spedito
in un ospedale psichiatrico. Questo epilogo ci soddisfa completamente.
Da una pura prospettiva analitica, la pena di morte sarebbe giustificabile se
fosse un deterrente al crimine e salvasse delle vite, o se portasse a una riduzione
delle spese per lo Stato. E’ stato dimostrato che non fa niente di tutto questo.
La pena di morte, perciò, può solo essere vista come un’espressione istituzionale
della vendetta e del risarcimento. Invece di concentrarsi sull’autore dell’atto,
ci si dovrebbe chiedere cosa la pena di morte dice di noi come società. Il nostro
Paese non può permettersi la pena di morte; il costo, sia morale sia finanziario,
è troppo alto. Noi diciamo: non nel nostro nome.