stampa
invia
“Sono loro i terroristi della scuola di Beslan: ingusceti e ceceni! Noi siamo
amici dei russi, non possiamo sopravvivere senza la Russia, e se loro ci abbandonano
adesso, quelli là ci stermineranno”. A parlare è un anziano osseto, Artur Dzgoyev,
77 anni. Sono in molti in Ossezia del Nord a pensarla come lui dopo il massacro
dei bambini della scuola. In questa repubblica russa soffia da giorni un preoccupante
vento di odio nazionalista che sta facendo riaffiorare vecchi rancori mai sopiti
tra la maggioranza osseta, cristiana ortodossa e filo-russa, e la minoranza caucasica
degli ingusceti e dei ceceni, entrambi di stirpe veinakh e entrambi di religione islamica.
Il risentimento degli osseti verso i membri della comunità ingusceta e cecena
esistente in Ossezia del Nord ha assunto toni feroci. La popolazione civile ha
organizzato dei veri e propri pogrom contro i villaggi ingusceti del distretto di Prigorodny, dove dodici anni fa
i combattimenti tra osseti e ingusceti causarono oltre ottocento morti. Nei giorni
scorsi centinaia di giovani osseti armati di spranghe e bastoni hanno tentato
di assaltare e dare alle fiamme le abitazioni inguscete. Solo l’intervento della
polizia ha evitato il peggio. Incidenti ci sono stati lungo tutto il confine con
l’Inguscezia e pure alla periferia della capitale Vladikavkaz, dove vivono molti
ingusceti.
Ma ancor più preoccupante di queste violente reazioni popolari sono alcune decisioni
prese dai locali amministratori pubblici. Gli studenti universitari di origine
ingusceta e cecena che frequentano l’Università di Stato di Vladikavkaz, il giorno
dopo la sanguinosa conclusione del sequestro di Beslan si sono visti impedire
l’accesso alle aule universitarie da parte del preside, che ha chiesto loro di
non frequentare più le lezioni. Un provvedimento, ha spiegato, preso per “tutelare
la loro stessa incolumità”. Stessa spiegazione ufficiale dietro alla decisione
delle autorità sanitarie ossete, che ieri hanno forzatamente dimesso dagli ospedali
di tutto il te rritorio la totalità dei pazienti ingusceti e ceceni. “Per garantire la loro
stessa sicurezza”, hanno detto.
Chissà se in Ossezia del Nord è circolata la notizia delle manifestazioni di
solidarietà alle vittime di Beslan fatte negli ultimi giorni dalla popolazione
di Grozny, in Cecenia. L’8 settembre centinaia di persone hanno manifestato in
Piazza Neftyanika scandendo slogan e mostrando cartelli di condanna al terrorismo
e di solidarietà ai parenti delle vittime all’intera popolazione osseta. Fin dal
giorno del massacro, centinaia di residenti della capitale cecena, soprattutto
giovani, hanno fatto la fila alla clinica universitaria di Grozny per donare il
proprio sangue a favore dei bambini feriti di Beslan. E gli alunni delle scuole
della città stanno raccogliendo giocattoli e libri da mandare ai loro coetanei
osseti sopravvissuti al massacro.
No, queste cose non verranno mai dette dai giornali e dalle televisioni ossete,
tutte controllate dal Cremlino, che sull’odio anti-ceceno basa il suo consenso
popolare e che ora sull’odio anti-inguisceto fa leva per distrarre l’attenzione
della furiosa popolazione locale dalle responsabilità russe nella tragedia della
scuola.
Come non verrà mai detto ai russi che molto probabilmente non sono state due
terroriste suicide cecene a far esplodere i due aerei di linea lo scorso 24 agosto
sui cieli di Mosca. Una, Amanat Nagayeva, di cui era stato trovato il passaporto
tra i rottami degli aerei, è in realtà viva e vegeta e vende giocattoli a Rostov,
sul Don. Il passaporto rinvenuto era un falso. Fatto e messo lì da chi? L’altra,
Satsita Dzhebirkhanova, sembra non sia mai salita su quel Tupolev perché era stata
arrestata pochi giorni prima a un chek-point russo al confine tra la Cecenia e
l’Azerbaijan e da allora non se ne è saputo più nulla. Sorgono a questo punto
legittimi dubbi anche sull’autenticità del passaporto di una presunta kamikaze
cecena, rinvenuto sul luogo dell’attentato a una stazione della metropolitana
di Mosca una settimana dopo.
Proprio in questi giorni ricorre il quinto anniversario della serie di tragici
attentati agli appartamenti di Buinaksk, Mosca e Volgodonsk che, tra il 4 e il 16 settembre 1999 causarono la morte di oltre trecento persone.
Dalle successive indagini emerse il pesante coinvolgimento dei servizi segreti russi (Fsb) , che quantomeno fornirono l’esplos ivo, l’hexogen: lo stesso utilizzato per far saltare in aria i due Tupolev il
mese scorso.
Intanto in Cecenia, come prevedibile, è scattata la rappresaglia militare russa:
una serie di massicce ‘operazioni speciali’ di rastrellamento condotte a tappeto
in tutti i villaggi, distretto per distretto. Il primo preso di mira è quello
di Shali, una ventina di chilometri a sud-est di Grozny, alle pendici del Caucaso.
In questa zona, considerata una roccaforte della guerriglia indipendentista, da
quattro giorni l’esercito russo e le milizie cecene ‘unioniste’, con la copertura
aerea dei caccia e degli elicotteri russi, stanno passando al setaccio tutti i
villaggi, con il solito seguito di violenze e terrore contro la popolazione civile.
Sembra che l’obiettivo sia addirittura la cattura dei due leader indipendentisti,
l’ex presidente Aslan Maskhadov e l’integralista Shamil Basayev.
Enrico Piovesana