05/01/2009versione stampabilestampainvia paginainvia



In questa situazione parlare di numeri sarebbe riduttivo, dice il Palestinian Medical Relief

''I numeri, in questo momento, lasciano il tempo che trovano. La situazione è così grave che parlare di numeri sarebbe, comunque, riduttivo''. Aid, responsabile del Palestinian Medical Relief a Gaza, la principale organizzazione sanitria della Striscia, risponde al telefono tra un'emergenza e un'altra.

''Le vittime sono più di 500, ma non so dire quante'', spiega Aid. ''tenete conto che hanno continuato a bombardare per tutta la notte e ancora al mattino. Dall'aria e dal mare. Mentre continuano le sparatorie in strada. Ci sono mucchi immensi di macerie e le ambul;anze fanno fatica a girare - continua il responsabile del medical Relief - Non abbiamo idea di quanta gente possa essere sepolta sotto i detriti degli edifici pubblici colpiti che collassano trascinando con loro tutto quello che c'è attorno. I feriti almeno tremila. Negli ospedali manca tutto, compresa l'elettricità per quasi tutto il giorno, ma il problema di base sono gli stessi letti. La capacita; di ricezione ospedaliera nlla Striscia, in condizioni di normalità, è di circa 500 letti. Fate voi stessi la comparazione con il numero dei feriti e tirate le conseguenze''. La comunicazione s'interrompe brutalmente, torna il torpore che avvolge Gerusalemme in questa calda mattina di gennaio. Da qui la Guerra sembra lontana mille miglia. Nei vicoli della città vecchia la vita scorre come ogni giorno, solo qualche negozio chiuso perché i proprietari hanno avuto qualche problma a passare i check-point dell'esercito israeliano in Cisgiordania. Per il resto, però, tutto procede come nulla fosse. Un gruppo di pellegrini porta una croce per le stazioni della via Dolorosa, i commercianti salutano in spagnolo, inglese e italiano sperando in un cliente, poliziotti e militari israeliani si aggirano numerosi ma non c'è una tensione particolare.

L'unico segno di una qualche indignazione palestinese è alla Porta di Damasco, dove uno sparuto gruppo di donne manifesta gridando slogan contro Israele e portando in braccio un bambolotto avvolto in un sudario, simbolo di tutte le vittime innocenti di Gaza. Tutt'attorno a loro la gelida indifferenza di passanti frettolosi, sotto lo sgurdo indiffernte delle forze dell'ordine israeliane. ''Questo caffé ve lo offre il signore di quell tavolo nell'angolo'', annuncia sorridendo il padrone di una cafeteria in Città Vecchia. ''Vuole festeggiare la cattura di due soldati israeliani a Gaza''. Questa è l'unica notizia che sembra scuotere davvero i presenti, ma le vittime dell'operazione Piombo Fuso non sanno che farsene di una notizia non confermata da nessuno. Ma davvero i palestinesi in Cisgiordania, pur dichiarandosi solidali con la popolazione civile di Gaza, non muovono un dito? Davvero, per tutti, qusta è una Guerra tra l'esercito israeliano e Hamas, dalla quale Fatah si è tirata fuori?

''Non è vero affatto, questo è l'ennesimo attacco a tutti i palestinesi'', commenta Wajdi, un ragazzo di 26 anni che sa quell che dice. Wajdi, a Ramallah, la capitale dell'Autorità palestinese, sa quello che dice. In città è una specie di celebrità, nonostante la giovane età, dopo gli otto anni passati in carcere e per essere stato uno dei pretoriani di Arfat, assediato con il suo capo nella Muqata (il quarter generale del rais) A Ramallah nel 2002. Ma Arafat non c'è più, Fatah adesso è guidata da Abu Mazen, considerato poco più che un collaborazionista. ''Queste sono le stronzate che scrivete in Occidente. Fatah ha tanti problemi. Uno di questi è sicuramente la corruzione interna, un'altro è una leadership poco carismatica - racconta Wajdi, che ha la faccia da ragazzo che canta nel coro della domenca più che da guerrigliero - il vero grande leader, Marwan Barghouti, è chiuso in carcere. Ma Fatah non ha perso l'appoggio popolare. Abbiamo perso le elezioni, è vero, ma perché l'elettorato era deluso, smarrito. Il partito si sta rinnovando, con grande impegno, vedrete che le cose cambieranno''.

Forse cambieranno in futuro, ma per adesso la sensazione è che Hamas si accrediterà come l'unica forza che combatte l'esercito israeliano, sacrificando I suoi 'martiri' in prima linea. Che prezzo pagherà Fatah per la moderazione di queste ore? ''I palestinesi hanno memoria e non potrebbero mai accusarci di non aver lottato'', risponde Wajdi. ''Per noi, per la nostra storia, parla il numero dei nostri martiri. Per anni ci siamo battuti con forza, ma non è servito a nulla. E' Hamas che non ha imparato nulla dalla sua storia. Adesso gioca con la pelle dei civili a Gaza, ma non si rende conto che l'Iran e la Siria, prima o poi, abbandoneranno Hamas al loro destino. Questo, sia chiaro, non autorizza quello che sta accadendo. Il massacro di civili innocenti da parte dei militari israeliani è inaccettabile, ma da voi nessuno ha mai dato la stessa importanza ai morti plestinesi e ai morti israeliani. Fatah sta cercando di porre fine al massacro. Mazen ha invitato la popolazione a stare unita, a manifestare portando solo bandiere palestinesi e non di partito. Nei giorni scorsi c'è stata una manifestazione della popolazione davanti al Parlamento dell'Autorità Palestinese e i membri di Fatah e quelli di Hamas sono usciti assieme, tenednosi sottobraccio, per dimostrare al popolo che siamo uniti. Ma i problemi ci sono, inutile negarlo. Domani c'è una riunione importante, si sta trattando per l'unità. Per capirci, però, a Gaza Hamas ha rifiutato l'aiuto offerto dai nostril militanti. Sono loro che ci tagliano fuori, supportati da al-Jazeera e dai media che li appoggiano. Fatah non ha qusti mezzi e sembra che sia sparita dalla scena. Ma non è così, Fatah non saprirà mai''.

Quante possibilità ci sono che raccogliate l'invito alla Terza Intifada lancviato dal leader di Hamas in esilio, Meshaal? ''Per noi conta solo la parola di Mazen'', risponde Wajdi. ''Se il presidente ci dice di lottare lotteremo. Ma chiedo io a Meshaal dove si trova? A Damasco, al sicuro con la sua famiglia. E' facile così. L'unità si fa in due e Hamas deve smetterla di lottare per interessi che non siano solo quelli di palestinesi. Io, a causa del pestaggio subito durante l'ultimo arresto, ho quasi perso il braccio destro. Ho solo ventisei anni, ma sono stanco di tutto questo. Pagherei per avere una vita normale. Ma se continua questo massacro e Mazen ce lo chiede riprenderemo le armi, perché Fatah ha sempre fatto il suo dovere. E non ci tireremo indietro neanche questa volta''.

Christian Elia

Categoria: Guerra, Profughi
Luogo: Israele - Palestina