14/02/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



A dodici giorni dalle elezioni, i risultati ufficiali aprono la giostra dei ricorsi
Sono passati ormai dodici giorni dalla storica Elettore irachenoconsultazione in Iraq, giorni scanditi dagli attentati contro sciiti e forze della polizia irachena. Nell’attesa della dichiarazione ufficiale dei risultati hanno tenuto banco le voci galvanizzate dei favoriti, i preparativi delle ipotetiche alleanze nell’Assemblea Nazionale e le polemiche sulle irregolarità che avrebbero minato la credibilità del voto in diverse aree del Paese. Solo giovedì, la commissione elettorale aveva annunciato la necessità di ricontare i voti contenuti in 300 urne a causa di “discrepanze nei dati”, specificando che l’operazione avrebbe ritardato anche l’annuncio dei risultati definitivi. Infine, nel tardo pomeriggio di domenica l’annuncio ufficiale: vincono gli sciiti di Sistani col 48,2 % di voti, ma non raggiungono la maggioranza assoluta. Al secondo posto si colloca l’Alleanza curda con il 25,7 % seguiti dal partito del premier ad interim Allawi con il 13,9 %. Un risultato peggiore delle aspettative quello della lista del presidente Ghazi al Yawar che ha raccolto un misero 1,8 %. Anche la giostra di ipotesi sull’affluenza alle urne ha trovato infine una versione ufficiale: alle urne si sono recati il 58,3 % degli iracheni aventi diritto. Adesso ci sono tre giorni di tempo per affrontare i numerosi ricorsi annunciati un po’ da tutti gli schieramenti, prima di varare l’Assemblea Nazionale.
 
Conferme e proteste. All’interno dell’United Iraqi Alliance, la coalizione dell’Ayatollah Ali al Sistani, ha visto il vantaggio del filo iraniano Concilio Supremo per la Rivoluzione Islamica (SCIRI) sull’altra formazione sciita, il Daawa, storicamente più radicato in Iraq. Il sentore di questo risultato aveva già spinto l’illuminato marjia sciita a proporre una legislazione islamica per il futuro del paese.
Uno dei ricorsi che verrà esaminato riguarda proprio l’AUI: un caso, scoperto dalla commissione elettorale, di frode per gonfiare il successo sciita a Kerbala, dove le schede elettorali sono state modificate per apporvi la scritta: “La Margiaya (la comunità dei leader sciiti ) chiede agli iracheni di votare per l’AUI”; nella zona erano stati allestiti 200 seggi, ognuno per circa 2000 persone. Notizie di frodi erano giunte anche da Mosul, dove secondo stime della commissione, a 18 mila persone sarebbe stato impedito di votare dalla mancanza di sicurezza; inoltre gruppi armati avrebbero sequestrato le urne riempiendole con voti falsi. La stessa IECI nei controlli a Mosul avrebbe trovato un 50% delle urne compromesse.
 
Giallo al nord. La situazione dei ricorsi sarà probabilmente più complicata nelle province del nord, dove le coalizioni curde hanno raggiunto la maggioranza assoluta. Anche qui si sono segnalate pesanti irregolarità nelle elezioni e si sa per certo che trecento urne con la scritta “Batal”, illegale, custodite dalla commissione vengono proprio dal nord. Martedì un convoglio di ufficiali curdi che si dirigeva da Kirkuk a Baghdad è stato attaccato in un imboscata. Fonti del Kurdish Democratic Party hanno detto che trasportavano documenti sui reclami elettorali di Kirkuk. Il risultato nella città petrolifera di Kirkuk è stato complicato dalla decisione di permettere il voto anche ai curdi scacciati da Saddam negli anni ’80 per arabizzare la città. Questo ha provocato grandi proteste, in particolare da parte delle comunità araba e turkmena (ma anche dai partiti sciiti) che temevano di perdere il controllo della città. Nel giorno delle elezioni in effetti pare che migliaia di curdi si siano recati a Kirkuk dalle province circostanti; nel villaggio di Rahim Awar a fronte di una popolazione di duemila persone si sono raccolte 76 mila schede elettorali, mentre in quello di Shan che conta 50 abitazioni, i votanti sono stati 9800.
 
Oleodotto in fiamme a KirkukKirkuk. I leader curdi hanno dunque atteso pazientemente che la loro scomoda vittoria venisse ufficializzata, e  non nascondono che useranno il potere acquisito per spingere da Baghdad le leve di un futuro stato federale curdo e puntare alla presidenza del paese con Jalal Talabani. Masud Bazani, capo del KDP, già sabato dichiarava che “Nessuno potrà farci abbandonare Kirkuk” e che “Queste elezioni hanno mostrato la vera identità di Kirkuk”. L’idea di Kirkuk capitale di un territorio curdo indipendente nel nord dell’Iraq oltre a tenere in stallo l’esito delle elezioni del 30 gennaio, minaccia di diventare un incubo per il Governo turco ed è come una scossa elettrica per i 12 milioni di curdi che in Turchia ci vivono. Già alla vigilia della consultazione il capo dell’esercito turco, il Generale Ilker Basburg, dichiarava che “una vittoria curda a Kirkuk presenterebbe un importante problema per la sicurezza della Turchia”. Sabato il Wall Street Journal riportava che la Turchia ha iniziato a dislocare truppe al confine iracheno per facilitare un intervento militare nel caso in cui i curdi prendessero i controllo di Kirkuk ai danni della popolazione turkmena. Dalla scorsa notte sono iniziate delle azioni di sabotaggio contro gli oleodotti cittadini, e questa mattina gli stessi sono stati coinvolti in tre nuovi attentati.

Naoki Tomasini

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