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consultazione in Iraq, giorni scanditi dagli attentati contro sciiti e forze
della polizia irachena. Nell’attesa della dichiarazione ufficiale dei risultati
hanno tenuto banco le voci galvanizzate dei favoriti, i preparativi delle ipotetiche
alleanze nell’Assemblea Nazionale e le polemiche sulle irregolarità che avrebbero
minato la credibilità del voto in diverse aree del Paese. Solo giovedì, la commissione
elettorale aveva annunciato la necessità di ricontare i voti contenuti in 300
urne a causa di “discrepanze nei dati”, specificando che l’operazione avrebbe
ritardato anche l’annuncio dei risultati definitivi. Infine, nel tardo pomeriggio
di domenica l’annuncio ufficiale: vincono gli sciiti di Sistani col 48,2 % di
voti, ma non raggiungono la maggioranza assoluta. Al secondo posto si colloca
l’Alleanza curda con il 25,7 % seguiti dal partito del premier ad interim Allawi
con il 13,9 %. Un risultato peggiore delle aspettative quello della lista del
presidente Ghazi al Yawar che ha raccolto un misero 1,8 %. Anche la giostra di
ipotesi sull’affluenza alle urne ha trovato infine una versione ufficiale: alle
urne si sono recati il 58,3 % degli iracheni aventi diritto. Adesso ci sono tre
giorni di tempo per affrontare i numerosi ricorsi annunciati un po’ da tutti gli
schieramenti, prima di varare l’Assemblea Nazionale.
Conferme e proteste. All’interno dell’United Iraqi Alliance, la coalizione dell’Ayatollah Ali al
Sistani, ha visto il vantaggio del filo iraniano Concilio Supremo
per la Rivoluzione Islamica (SCIRI) sull’altra formazione sciita, il Daawa, storicamente
più radicato in Iraq. Il sentore di questo risultato aveva già spinto l’illuminato
marjia sciita a proporre una legislazione islamica per il futuro del paese.
Kirkuk. I leader curdi hanno dunque atteso pazientemente che la loro scomoda vittoria
venisse ufficializzata, e non nascondono che useranno il potere acquisito per
spingere da Baghdad le leve di un futuro stato federale curdo e puntare alla presidenza
del paese con Jalal Talabani. Masud Bazani, capo del KDP, già sabato dichiarava
che “Nessuno potrà farci abbandonare Kirkuk” e che “Queste elezioni hanno mostrato
la vera identità di Kirkuk”. L’idea di Kirkuk capitale di un territorio curdo
indipendente nel nord dell’Iraq oltre a tenere in stallo l’esito delle elezioni
del 30 gennaio, minaccia di diventare un incubo per il Governo turco ed è come
una scossa elettrica per i 12 milioni di curdi che in Turchia ci vivono. Già alla
vigilia della consultazione il capo dell’esercito turco, il Generale Ilker Basburg,
dichiarava che “una vittoria curda a Kirkuk presenterebbe un importante problema
per la sicurezza della Turchia”. Sabato il Wall Street Journal riportava che la
Turchia ha iniziato a dislocare truppe al confine iracheno per facilitare un intervento
militare nel caso in cui i curdi prendessero i controllo di Kirkuk ai danni della
popolazione turkmena. Dalla scorsa notte sono iniziate delle azioni di sabotaggio
contro gli oleodotti cittadini, e questa mattina gli stessi sono stati coinvolti
in tre nuovi attentati. Naoki Tomasini