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Nel marzo del 2008, i colloqui di pace successivi tra Israele e l'autorità palestinese di Abu Mazen erano in piena fase di sviluppo e ancora promettevano la nascita di uno Stato palestinese entro la fine del 2008. La stampa internazionale era impegnata nel lodare lo sforzo diplomatico delle due parti e l'ottimismo sembrava sopravanzare le voci critiche, prima tra tutte quella di Peace Now.
L'Ong israeliana avvertiva da mesi che il piano di pace non poteva convivere con la contiua espansione delle colonie ebraiche illegali nella Cisgiordania. Ma anche, e particolarmente, quelle attorno a Gerusalemme, la città che oggi è divisa in una parte araba e una ebraica, ma che presto potrebbe essere una metropoli israeliana con una piccola enclave araba all'interno. In quelle settimane anche la segretario di Stato Usa è intervenuta a più riprese per invitare le autorità israeliane a fermare la scellerata espansione delle colonie, senza successo. Questa ambiguità sullo status degli insediamenti ebraici ha portato anche una radicalizzazione del movimento dei coloni, che, nei mesi successivi, ha esasperato le proprie azioni, scontrandosi a più riprese con le forze armate israeliane e con i pacifisti israeliani. In quel periodo anche l'allora candidato alle presidenziali Usa Barack Obama, che oggi, da neo presidente, viene accusato di essere troppo vicino a Israele, si espresse in modo critico contro l'espansione delle colonie. Il 2009 mostrerà se il nuovo inquilino della Casa Bianca sarà in grado di far ripartire il processo di pace, soprattutto dopo gli eventi di questa settimana nella Striscia di Gaza.
23/05/2008 Le colonie ebraiche in territorio palestinese sono da anni uno dei nodi cruciali attorno a cui si concentra il pessimismo di quanti considerano impossibile un accordo di pace, senza che vengano smantellate.
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Naoki Tomasini