29/12/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Un anno fa iniziava il processo che, secondo molti, avrebbe portato la pace entro il 2008

 

Non si erano ancora spenti gli ultimi flash del summit di Annapolis, negli Stati Uniti, a novembre dello scorso anno, che già quasi tutti gli osservatori internazionali erano pronti a incensare il vertice tra il presidente Usa Bush, il premier israeliano Olmert e il presidente palestinese Mazen come un nuovo inizio.

Non era vero. Mai come oggi, dopo il ‘piombo fuso’ riversato sui civili palestinesi e la minaccia sempre più credibile di un attacco via terra dell’esercito israeliano, il summit di Annapolis si candida a passare alla storia come un fallimento. Come Clinton a Camp David nel 2000, anche Bush ha tentato un’uscita di scena in grande stile. Il fallimento della campagna in Afghanistan e di quella in Iraq pesano come macigni su una delle amministrazioni Usa più disastrose di sempre. Annapolis doveva essere il tentativo di trovare una soluzione al conflitto israelo – palestinese che da sessanta anni rende un rebus tutto il Medio Oriente. Ma i tre uomini che passeggiavano tra le foglie morte dei vialetti del centro nel Meryland che ospitava il summit erano tre generali senza esercito. Bush avviato verso un non rimpianto addio alla scena politica internazionale, Olmert in procinto di essere travolto dagli scandali finanziari che ne hanno segnato la morte politica e Abu Mazen considerato dai palestinesi poco più che un terrorista. Mille aspettative, solo per gli ingenui che credevano in un miracolo. Una fragile tregua, una promessa di negoziati futuri. Tutto qui. E il conto, in Medio Oriente, si paga salato.

Dopo un anno di tregua più o meno rispettata, se si esclude un embargo criminale che sta uccidendo il milione e mezzo di palestinesi prigionieri della Striscia di Gaza, le scadenze elettorali sono tornate a dettare legge, come accade nella politica dei politici e non degli ingenui. A gennaio si vota in Palestina. Un bagno di sangue potrebbe spingere la popolazione civile palestinese a votare Mazen invece di Hamas, anche solo nella speranza di vedere la fine del tunnel dell’orrore nel quale sono precipitati sempre più dopo la (legittima) vittoria di Hamas. Si vota, a febbraio, in Israele, dove la destra del Likud è in netto vantaggio nei sondaggi. Il partito Kadima della Livni e il Labour di Barak hanno fretta di dimostrare all’elettorato che non solo la destra sa massacrare i palestinesi e che anche loro sanno appagare l’ossessione securitaria della società israeliana. S’insedia, il 20 gennaio prossimo, negli Usa, Barack Obama. Bisogna mandare un messaggio a Washington: il conflitto israelo – palestinese è ancora la chiave di volta del Medio Oriente.

Il tutto passa sulla pelle dei palestinesi. Il leader politico di Hamas in esilio a Damasco, Meshaal, invoca la terza intifada. Non è questo il punto. Israele, sotto il profilo militare, non si può battere. Altri invocano la pace, ma non potrà mai venire senza giustizia. Altri ancora sperano che Obama inauguri una stagione nuova della politica estera Usa, ma chi conosce la politica Usa sa che nessun presidente statunitense può permettersi il lusso politico di rompere certi equilibri con Israele. L’unica speranza viene, paradossalmente, proprio da Annapolis. Se il summit del novembre 2007 è servito a qualcosa dovrebbe far capire che i negoziatori non si scelgono. Tutti debbono parlare con tutti, altrimenti si fa solo propaganda buona per analisti compiacenti.

Hamas è ormai una realtà della società civile palestinese e, morto Arafat, è assurdo pensare che esista un unico interlocutore capace di rappresentare tutti i palestinesi. Gli Usa devono capire che la soluzione del conflitto in Terra Santa è un vantaggio più grande di una rottura con la destra israeliana. Gli israeliani stessi devono capire che i palestinesi esistono e che non potranno essere uccisi tutti. Sembra così semplice, ma di questi tempi è la normalità a diventare rivoluzionaria.

Christian Elia

Categoria: Guerra, Politica
Luogo: Israele - Palestina