29/12/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Più di 285 persone uccise e oltre 400 feriti nella Striscia di Gaza nel secondo giorno di Piombo Fuso

Più di 285 persone uccise e oltre 400 feriti. 240 obiettivi colpiti dall'aviazione israeliana nella Striscia di Gaza. Questi i numeri del secondo giorno dell'operazione denominata Piombo Fuso, mentre ancora giungono notizie di attacchi aerei nel buio.

La giornata di oggi è stata particolarmente turbolenta anche al confine meridionale della Striscia, presso il valico di Rafah chiuso da mesi, e riaperto oggi dalle autorità egiziane che attendevano i feriti palestinesi con ambulanze, ma anche tremila uomini schierati per impedire una fuga di massa. Per tutta la giornata esponenti del governo egiziano hanno però accusato Hamas di impedire il passaggio dei bisognosi di cure. Proprio al valico, nel tardo pomeriggio, un agente egiziano è morto nel corso di scontri scoppiati tra palestinesi e le guardie del Cairo. Secondo fonti locali alcune centinaia di palestinesi sarebber riusciti a passare nel territorio egiziano.

Il governo israeliano in queste ore parla soprattutto per bocca di Tzipi Livni e del ministro della Difesa Ehud Barak. La prima da Sderot, il villaggio israeliano al confine della Striscia, bersaglio dei razzi palestinesi, dichiara che "cerchiamo di evitare ogni vittima civile, non perché il mondo che ce lo chiede ma perché è un valore in cui crediamo". Mentre Barak insiste che "le operazioni militari nella Striscia potrebbero essere ampliate e approfondite secondo necessità" e mobilita seimila uomini della riserva. Forse il peggio deve ancora venire: la televisione israeliana mostra le immagini dei carri armati già a ridosso del confine, a rimarcare la minaccia di invasione terrestre, anche se la stessa Livni ha chiaramente escluso una possibile ri-occupazione del territorio, dove vivono ammassate un milione e mezzo di persone, che in queste ore vivono autentici momenti di panico collettivo. Preoccupazione anche nel sud di Israele, dove sono state allertate anche le popolazioni di Ashkelon, Ashdod e Beersheva, distanti decine di chilometri dalla Striscia. Proprio ad Ashdod oggi sono caduti tre missili di tipo Grad, molto più potenti dei razzi Qassam che anche oggi sono volati a decine verso il territorio israeliano. I tre Grad non hanno provocato danni ma la loro gittata fino a quarata chilometri è subito stata rivendicata dal braccio armato di Hamas.

"Crimini di guerra" ha accusato oggi il premio Nobel sudafricano Desmond Tutu, mentre i grandi del mondo chiedevano a Hamas di ripristinare il cessate il fuoco e a Israele di limitare le vittime civili. Nel mondo arabo, in Egitto, Libano, Giordania, Siria e nello Yemen, ma anche in diverse capitali europee, si susseguono manifestazioni in solidarietà con la popolazione di Gaza e proteste di fronte alle ambasciate israeliane. Un giovane palestinese è stato ucciso durante una protesta anche in Cisgiordania, nel villaggio di Nìlin. Il presidente Iraniano Ahmadinejad e il leader di Hezbollah Nasrallah tentano di esasperare la rabbia degli islamici, e incitano a compiere attentati. Il leader libico, Muammar Gheddafi, accusa i leader arabi di tenere "posizioni codarde, deboli e disfattiste", inutili per fermare la violenza di Israele. E in effetti il vertice della Lega Araba, convocato ieri d'urgenza e poi d'urgenza rimandato, oggi è slittato a mercoledì... o forse a venerdì. Da Ramallah invece, il presidente palestinese Abu Mazen - ricalcando le dichiarazioni di Condoleezza Rice - dichiara che "Se le fazioni palestinesi avessero continuato il dialogo, si sarebbe potuto evitare il massacro di Gaza". E lo dice dal Cairo, assieme al ministro degli esteri egiziano, Ahmed Abul Gheit, proprio mentre il governo egiziano viene accusato di avere dato il nulla osta all'attacco a sorpresa israeliano, nel corso della visita che la ministro degli Esteri di Tel Aviv, Tzipi Livni, fece a Moubarak, 48 ore prima dell'attacco a sorpresa. Proprio l'Egitto ricopre da mesi il ruolo di mediatore tra Israele e Hamas, ma anche tra Hamas e Fatah, e queste accuse rischiano di far crollare anche le ultime macerie del processo di riconciliazione interpalestinese, e del cosidetto processo di pace di Annapolis.

Secondo il quotidiano israeliano Israel ha-Yom, il nome dell'operazione sarebbe tratto da una filastrocca ebraica usata durante la festività di Hanukà, la festa delle luci, che si che si conclude oggi. La coincidenza con la festività religiosa viene addotta tra i motivi della riuscita dell'attacco, che ha colto la leadership di Hamas completamente impreparata, anche perché l'attacco è avvenuto, cosa alquanto insolita, di sabato, il giorno di riposo per gli ebrei. La stampa israeliana di oggi parla di disinformazione, segreti e menzogne per depistare il movimento islamico, dapprima con le mancate reazioni ai razzi sparati dalla Striscia dopo la fine della tregua, poi con l'autorizzazione all'ingresso nella Striscia di convogli umanitari, fino all'ordine del giorno segreto per la riunione del gabinetto di sicurezza che, lo scorso 25 dicembre, ha approvato all'unanimità l'attacco. Le sedi della sicurezza della Striscia, così come scuole e negozi, erano aperte e affollate sabato, ed è per questo che il numero delle vittime è risultato così alto. Tra loro anche decine di detenuti di Fatah, morti nel crollo delle centrali di polizia, che erano stati arrestati da Hamas nei mesi scorsi e che, accusa Abu Mazen, sono stati deliberatamente abbandonati.

Naoki Tomasini

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