Molti lavoratori si improvvisano artisti. Per sopravvivere
Accade di camminare lungo le vie della capitale di Haiti, Port au Prince, e imbattersi in un mercato enorme, dove gli artigiani, ma in generale tanti
artisti, cercano di vendere i loro prodotti. Il problema è che non ci sono turisti
che comprano, e che gli haitiani non hanno soldi se non - pochi - per mangiare.
Tutto questo complica la loro sopravvivenza. E pensare che l’arte haitiana è fra
le migliori al mondo, sicuramente la più importante dei caraibi.
George, l’artista. “Prima lavoravo moltissimo con i turisti, è per questo che parlo tre lingue,
lo spagnolo, l’inglese e il francese, blank (espressione tipica haitiana che significa uomo bianco). Adesso però non so
cosa fare e mi sono messo a commerciare con oggetti d’artigianato, insieme ad
un mio amico.” Esordisce così George, haitiano sui quarant’anni. Lo troviamo in
piazza Italia, nella capitale haitiana Port au Prince, seduto vicino ad una bancarella
di prodotti artigianali. Insieme a lui altre persone sono in attesa di qualche
cliente a cui vendere i loro prodotti. Ma di clienti nemmeno l’ombra.
Manca anche il lavoro. Merrill, un suo amico ammette, “Qui non smuove nulla, offrimi una birra che
ne parliamo”.
Il traffico di auto e camion non dà pace, soprattutto a chi è costretto a lavorare
per strada. Fumo grigio e denso esce dagli scarichi dei vecchissimi camion che
oltrepassano il posto di blocco davanti al palazzo della Posta, dove tre caschi
blu della Minustah, la missione di stabilizzazione delle Nazioni Unite per Haiti, fanno la guardia, armati fino ai denti.
“Haiti era invasa dai turisti. Ed io mi occupavo di portarli in giro a fare acquisti,
gite. Ero una sorta di cicerone. Dopo tutto quello che è successo l’anno scorso,
con la cacciata di Aristide, il passaggio dell’uragano Jeanne, la presenza dell’Onu, qui non è arrivato più nessuno. Solo armi e violenze.” dice triste George.
“Lo vedi quel negozio
di dischi laggiù? Io lavoravo lì. Adesso non c’è nemmeno l’insegna. Nel marzo
del 2004 sono arrivati degli uomini armati e hanno preso tutto. Insieme agli oggetti
del negozio si sono portati via il mio lavoro, il mio futuro e quello dei miei
figli”.
“Adesso che il turismo è morto, l’unico modo per fare soldi è quello di accompagnare
i cileni (gli uomini della Minustah con i quali gli haitiani hanno un discreto rapporto)
a fare compere. Solo così riusciamo a racimolare qualche soldo”.
Il mercato di Port au Prince è una bolgia. Una parte molto grande è dedicata
all’arte haitiana. Fra le bamboline vudu e le bancarelle di frutta e verdura un’intera area è ricoperta di quadri dai
mille colori. “Io sono di Gonaives (una città nella zona centrale del paese, fortemente
danneggiata dal passaggio dell'uragano Jeanne)”, replica Alfred un altro uomo che ha perso il lavoro (era un commerciante) e si
è riconvertito in artista: “qui nella capitale non riesco a guadagnare abbastanza
soldi per mantenere la mia famiglia. Vedi questi sono i miei quadri, li dipingo
io. Costano molto solo perché è alto il prezzo dei colori e dei pennelli. D'altronde
io ho una moglie e ben sette figli e devo dar loro da mangiare. Prima, quando
arrivavano i turisti americani e quelli francesi, stavamo decisamente bene. Poi
è finito tutto. Speriamo che le cose vadano per il meglio in futuro.”
Haiti e l’arte. Haiti ha la più grande tradizione artistica di tutti i paesi dei caraibi. I
colori, le forme, i chiari riferimenti alla vita quotidiana, hanno fatto sì
che quest’arte divenisse famosa in tutto il mondo. Rispetto al numero di abitanti,
ad Haiti vive una grande quantità di artisti, in particolar modo di pittori, ma
anche di artigiani che lavorano il metallo o di intagliatori di legno. Le opere
rappresentate dagli artisti haitiani sono spesso assimilate all’arte naive per la semplicità dello stile e per la totale assenza di regole prospettiche.
Gli artisti haitiani hanno un modo molto singolare di ritrarre la realtà, questo
è dovuto in gran parte al legame che li unisce al vudu e al mondo degli spiriti.