16/07/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Parla dall'esilio il monaco buddista Thic Tri Luc

Thic Tri LucSono ancora negli occhi e nella memoria di molti i monaci che si trasformano in torce umane in Vietnam, durante la guerra. Siamo nella provincia meridionale di Can Tho, è il 1975, novembre. I comunisti del nord hanno appena preso il potere al sud e lanciato una campagna di persecuzione contro la Chiesa Buddista Unificata del Vietnam (EBUV). In segno di protesta contro i nuovi governanti, dodici persone, monaci e monache, si danno fuoco. Il conflitto tra Stati Uniti e vietcong – ormai vittoriosi - volge al termine. I reporter, in 14 anni di guerra, hanno filmato ogni genere di atrocità, ma di fronte a questo tragico spettacolo restano immobili, atterriti. Le fiamme avvolgono i religiosi, seduti nella postura della meditazione: nessun gesto di pace è stato mai così forte.

Dopo trent’anni, il Vietnam è stato unificato sotto il controllo del partito unico Comunista e i riflettori mediatici si sono spenti sul Paese. Pochi sanno che da allora i buddisti vietnamiti, maestri e fedeli, non hanno mai smesso di immolarsi, di cercare la fuga, di venire incarcerati e torturati. Emblematica è la vicenda del monaco cinquantenne Thic Tri Luc, liberato a fine giugno dopo 19 mesi di carcere. Dalla Svezia, dove ha ottenuto asilo politico, racconta: "Sono stato 30 mesi in prigione e cinque anni agli arresti domiciliari solo per aver partecipato a una missione umanitaria dell’EBUV. Era il '94 e portavamo aiuti alle vittime delle inondazioni sul Delta del Mekong. Dopo aver scontato quella pena, le autorità continuarono a tormentarmi e a privarmi dei diritti fondamentali. Non avevo scelta, così nel 2002 cercai riparo in Cambogia”.

Monaci vietnamiti Qui inizia il capitolo più buio della storia di Thic: pur avendo ottenuto lo status di rifugiato, in nome dell’articolo 14 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, il monaco viene rapito da agenti di sicurezza cambogiani e vietnamiti e rimpatriato. Per due anni è tenuto in un carcere segreto, privato di ogni contatto con il mondo esterno. Si riavranno sue notizie solo il 12 marzo 2004, quando il Tribunale Popolare di Ho Chi Minh (ex Saigon) lo condanna a venti mesi di prigione “per aver lasciato il Paese con l’intenzione di opporsi al governo del popolo”.

In realtà, la repressione del Buddismo in Vietnam, iniziò ancor prima dell’intervento Usa, al tempo della colonizzazione francese, e si caratterizzò fin da subito come un vero e proprio “genocidio culturale”. Il Buddismo influenza da duemila anni ogni aspetto della vita dei vietnamiti: religioso, culturale, politico. Fino al ’75, anno in cui il Partito Comunista Vietnamita (PCV) prese il potere, le pagode non erano solo un luogo di preghiera, ma anche delle scuole, dei centri di assistenza, un elemento attivo della società civile. L’EBUV gestiva una vasta rete di università, orfanotrofi, ospedali. I monaci erano un punto di riferimento per gli abitanti poveri e isolati delle campagne.

Il PCV tentò di ridurre l’EBUV a una istituzione senza anima. Ne circoscrisse le attività alle celebrazioni religiose e impedì ai suoi membri ogni rapporto con la comunità. Fino a quando nel ’92, fondò la versione ufficiale dell’EBUV, la Chiesa Buddista del Vietnam (EBV) a cui tutti i monaci furono costretti ad aderire. La resistenza fu durissima. Durante i funerali di un maestro, 50 bonzi entrarono in sciopero della fame e 30mila fedeli marciarono per le strade. Furono arrestati e interrogati a decine. L’operazione poliziesca si estese a tutto il Paese e durò fino al gennaio ’93. Qualche mese più tardi, a maggio, un altro discepolo dell’EBUV, si immolò contro la repressione religiosa. Le autorità fecero scomparire il corpo e dissero che si trattava di “un drogato esasperato per aver contratto l’Aids”. In poche ore, 40mila persone formarono un corteo, dando vita alla manifestazione pubblica più grande dalla fine della guerra.

In seguito, l’intervento sul Delta del Mekong a cui partecipò Thic Tri Luc, lanciò una grossissima sfida al PCV: per la prima volta l’EBUV organizzava un’operazione umanitaria su larga scala, portando beni di prima necessità alle vittime delle inondazioni: in quella catastrofe naturale morirono 400 persone e altre 500mila rimasero senza tetto. Negli anni successivi, il governo reagì isolando sempre più i buddisti. Approvò leggi di sicurezza restrittive delle libertà, confiscò i beni dei monaci e infiltrò centinaia di agenti segreti nelle pagode.

I colloqui, nel 2003, tra le autorità e l’UBCV, culminati ad aprile nell’incontro televisivo tra il monaco anziano Thich Huyen Quang e il primo ministro Phan Van Khai, hanno fatto sperare solo per poco che si potesse iniziare un processo di riconciliazione. Diversi dissidenti restano in carcere e i monaci continuano la loro lotta pacifica. “L’EBUV è profondamente vicina ai vietnamiti e legata inesorabilmente al loro destino”, spiega Thic Tri Luc, lanciando un appello: “Chiedo al governo di rispettare la libertà religiosa, i diritti dell’uomo e la democrazia. E di liberare immediatamente i prigionieri di coscienza, detenuti per l’espressione pacifica delle loro opinioni politiche. Nessuno di loro ha mai cercato di minacciare gli interessi dello Stato".

Francesca Lancini


 

Categoria: Diritti, Pace
Luogo: Vietnam
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