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Sono ancora negli occhi e nella memoria di molti i monaci che si
trasformano in torce umane in Vietnam, durante la guerra. Siamo nella
provincia meridionale di Can Tho, è il 1975, novembre. I comunisti del
nord hanno appena preso il potere al sud e lanciato una campagna di
persecuzione contro la Chiesa Buddista Unificata del Vietnam (EBUV). In
segno di protesta contro i nuovi governanti, dodici persone, monaci e
monache, si danno fuoco. Il conflitto tra Stati Uniti e vietcong –
ormai vittoriosi - volge al termine. I reporter, in 14 anni di guerra,
hanno filmato ogni genere di atrocità, ma di fronte a questo tragico
spettacolo restano immobili, atterriti. Le fiamme avvolgono i
religiosi, seduti nella postura della meditazione: nessun gesto di pace
è stato mai così forte.
Dopo trent’anni, il Vietnam è stato unificato sotto il controllo del
partito unico Comunista e i riflettori mediatici si sono spenti sul
Paese. Pochi sanno che da allora i buddisti vietnamiti, maestri e
fedeli, non hanno mai smesso di immolarsi, di cercare la fuga, di
venire incarcerati e torturati. Emblematica è la vicenda del monaco
cinquantenne Thic Tri Luc, liberato a fine giugno dopo 19 mesi di
carcere. Dalla Svezia, dove ha ottenuto asilo politico, racconta: "Sono
stato 30 mesi in prigione e cinque anni agli arresti domiciliari solo
per aver partecipato a una missione umanitaria dell’EBUV. Era il '94 e
portavamo aiuti alle vittime delle inondazioni sul Delta del Mekong.
Dopo aver scontato quella pena, le autorità continuarono a tormentarmi
e a privarmi dei diritti fondamentali. Non avevo scelta, così nel 2002
cercai riparo in Cambogia”.
Qui inizia il capitolo più buio della storia di Thic: pur avendo
ottenuto lo status di rifugiato, in nome dell’articolo 14 della
Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, il monaco viene rapito
da agenti di sicurezza cambogiani e vietnamiti e rimpatriato. Per due
anni è tenuto in un carcere segreto, privato di ogni contatto con il
mondo esterno. Si riavranno sue notizie solo il 12 marzo 2004,
quando il Tribunale Popolare di Ho Chi Minh (ex Saigon) lo condanna a
venti mesi di prigione “per aver lasciato il Paese con l’intenzione di
opporsi al governo del popolo”.
In realtà, la repressione del Buddismo in Vietnam, iniziò ancor prima
dell’intervento Usa, al tempo della colonizzazione francese, e si
caratterizzò fin da subito come un vero e proprio “genocidio
culturale”. Il Buddismo influenza da duemila anni ogni aspetto della
vita dei vietnamiti: religioso, culturale, politico. Fino al ’75, anno
in cui il Partito Comunista Vietnamita (PCV) prese il potere, le pagode
non erano solo un luogo di preghiera, ma anche delle scuole, dei centri
di assistenza, un elemento attivo della società civile. L’EBUV gestiva
una vasta rete di università, orfanotrofi, ospedali. I monaci erano un
punto di riferimento per gli abitanti poveri e isolati delle campagne.
Il PCV tentò di ridurre l’EBUV a una istituzione senza anima. Ne
circoscrisse le attività alle celebrazioni religiose e impedì ai suoi
membri ogni rapporto con la comunità. Fino a quando nel ’92, fondò la
versione ufficiale dell’EBUV, la Chiesa Buddista del Vietnam (EBV) a
cui tutti i monaci furono costretti ad aderire. La resistenza fu
durissima. Durante i funerali di un maestro, 50 bonzi entrarono in
sciopero della fame e 30mila fedeli marciarono per le strade. Furono
arrestati e interrogati a decine. L’operazione poliziesca si estese a
tutto il Paese e durò fino al gennaio ’93. Qualche mese più tardi, a
maggio, un altro discepolo dell’EBUV, si immolò contro la repressione
religiosa. Le autorità fecero scomparire il corpo e dissero che si
trattava di “un drogato esasperato per aver contratto l’Aids”. In poche
ore, 40mila persone formarono un corteo, dando vita alla manifestazione
pubblica più grande dalla fine della guerra.
In seguito, l’intervento sul Delta del Mekong a cui partecipò Thic Tri
Luc, lanciò una grossissima sfida al PCV: per la prima volta l’EBUV
organizzava un’operazione umanitaria su larga scala, portando beni di
prima necessità alle vittime delle inondazioni: in quella catastrofe
naturale morirono 400 persone e altre 500mila rimasero senza tetto.
Negli anni successivi, il governo reagì isolando sempre più i buddisti.
Approvò leggi di sicurezza restrittive delle libertà, confiscò i beni
dei monaci e infiltrò centinaia di agenti segreti nelle pagode.
I colloqui, nel 2003, tra le autorità e l’UBCV, culminati ad aprile
nell’incontro televisivo tra il monaco anziano Thich Huyen Quang e il
primo ministro Phan Van Khai, hanno fatto sperare solo per poco che si
potesse iniziare un processo di riconciliazione. Diversi dissidenti
restano in carcere e i monaci continuano la loro lotta pacifica.
“L’EBUV è profondamente vicina ai vietnamiti e legata inesorabilmente
al loro destino”, spiega Thic Tri Luc, lanciando un appello: “Chiedo al
governo di rispettare la libertà religiosa, i diritti dell’uomo e la
democrazia. E di liberare immediatamente i prigionieri di coscienza,
detenuti per l’espressione pacifica delle loro opinioni politiche.
Nessuno di loro ha mai cercato di minacciare gli interessi dello Stato".