22/12/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



L'Unione Africana al lavoro per rimpiazzare i contingenti etiopi in partenza

scritto per noi da
Matteo Fagotto

 



Il tempo stringe, ma a pochi giorni dall'"ora x" l'Unione Africana (Ua) si trova ancora con le spalle al muro. L'Etiopia ha confermato che, entro la fine dell'anno, i suoi soldati si ritireranno dalla Somalia, lasciando così il governo di transizione locale (Tfg) in balia dei militanti islamici che tentano di rovesciarlo da ormai due anni. L'Ua, presente a Mogadiscio e Baidoa con un contingente di 3.200 uomini, lotta contro il tempo per trovare una soluzione al problema. Dall'Onu e dall'Unione Europea (Ue), almeno per il momento, non arriveranno aiuti concreti.

Un soldato dell'Amisom soccorre un civile a MogadiscioLa questione somala, assieme a quella congolese, ha occupato gran parte della riunione del Consiglio per la Pace e la Sicurezza dell'Ua, riunitosi ieri nella capitale etiope Addis Abeba. Alla fine della giornata di ieri, i delegati dei Paesi africani non avevano trovato di meglio che lanciare un appello ai padroni di casa, chiedendo all'Etiopia di rimandare il ritiro delle proprie truppe. Ma il governo etiope ha respinto la richiesta, sottolineando come l'impegno sia stato preso di fronte al Parlamento. L'Ua è alla ricerca di volenterosi disposti a mandare i propri uomini nel pantano somalo, ma l'impresa non sembra facile: finora nulla si muove, se si eccettua la disponibilità di Nigeria, Burundi e Uganda a inviare dei contingenti supplementari (si parla di 850 uomini in più cadauno) a condizione che l'Onu rilevi presto la missione (cosa che al Palazzo di Vetro non hanno intenzione di fare). Per questo l'Ua ha deciso solamente di prolungare la missione somala di due mesi, e a condizione che la comunità internazionale la sostenga almeno dal punto di vista economico.

E' anche vero che, al di là dell'assistenza umanitaria ai civili, i "berretti verdi" dell'Ua non sono riusciti a fare molto. Anzi, col passare del tempo e con il crescere dell'insorgenza, i contingenti dell'Amisom (questo il nome della missione) si sono trovati sempre più in difficoltà, tanto da subire attacchi anche nei pressi dell'aeroporto di Mogadiscio, dove è installata la loro base operativa. Non che il Tfg sia riuscito a fare molto di più: esercito e polizia locali, mal equipaggiati e peggio addestrati, non riescono a contrastare l'avanzata delle ex-Corti islamiche, che sono arrivate a controllare quasi tutta la Somalia ad eccezione delle aree di Baidoa e Mogadiscio. Incuranti del pericolo, le autorità somale preferiscono beccarsi tra di loro, vanificando qualsiasi possibilità di azione: la personale guerra tra il presidente Abdullahi Yusuf e il premier Nur Hassan Hussein ha coinvolto anche il Parlamento, che si è schierato con quest'ultimo e avviato una procedura di messa in stato d'accusa per il primo. La scorsa settimana, Yusuf aveva tentato di licenziare Hussein, guadagnandosi solo il biasimo di deputati, alleati e mediatori di pace.

Poliziotti somaliNonostante la gravità della situazione, Onu e Ue non sembrano interessate ad assumere un ruolo più incisivo nella crisi. Le Nazioni Unite molto difficilmente invieranno una missione di pace nel Paese, anche perché, come ha ammesso il Segretario Generale Ban Ki-moon, non c'è alcuna pace da salvare in Somalia. I colloqui di pace tra il governo e l'opposizione islamica non riguardano l'ala più radicale degli insorti, intenzionati a far cadere il Tfg con le armi. Onu e Ue preferiscono così concentrarsi nella lotta alla pirateria, valutando l'opportunità di lanciare operazioni via terra se necessario, ma senza impegnarsi stabilmente su di un territorio che ha visto gli Usa e l'Onu uscire sconfitti ed umiliati nel 1993. Intanto, la popolazione civile continua a subire le peggiori conseguenze del conflitto: più di un milione di sfollati e decine di migliaia di vittime solo nell'ultimo anno. Tanto che l'emergenza somala è stata classificata come la peggiore al mondo dall'organizzazione Medici Senza Frontiere.

Matteo Fagotto

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