22/12/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Viaggio nella selva colombiana fra le colonne delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia.

Dalla nostra inviata
Stella Spinelli

Quarantasei anni, magrissimo, folti baffi neri e sguardo vigile. Schivo e sospettoso, sembra di poche parole, ma se decide di aprir bocca ha un'oratoria che incanta. Si chiama Jairo*. Il suo castigliano è corretto e fluente, fatto di pause e ricco di metafore, infarcito di dogmatismo, ma anche di esperienze di vita sudata nell'Amazzonia colombiana. Siamo nel cuore del verde Caquetà, la regione meridionale da sempre confine ultimo di civiltà e sicurezza. Da qui in poi, hic sunt leones e guerriglia. Perché è in questa immensa foresta che le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) hanno preso vita, plasmando pensieri e azioni da rivoluzionari al ritmo placido e insistente dei grandi fiumi, le arterie navigabili di una selva meta e rifugio dei fuorilegge, scrigno inespugnabile. È questa, da oltre quarant'anni, la sorgente di quella rivolta armata che mira a sovvertire il potere costituito, considerato causa imperdonabile delle ataviche ingiustizie sociali che costringono la maggior parte dei colombiani a vivere di stenti. È qui la matrice di una rivoluzione che sembra destinata a durare ancora a lungo nonostante i tentativi, veri o presunti, di trovare un accordo di pace. "Pace? - chiede divertito Jairo - vi sembriamo vicini alla pace? Guardatevi attorno". Le piccole strade sterrate che formano le vie di questo agglomerato di case in mezzo al nulla assolato e umido sono zeppe di uomini in mimetica: soldati del battaglione anti-guerriglia che da quattro anni presidiano l'area. Con un blitz militare alla Rambo, nel 2004 invasero la zona, spinsero alla ritirata le Farc e costrinsero intere comunità a sfollare. Da allora, in questo centro urbano per decenni amministrato dal marxismo insurgente si respira un'atmosfera di estrema contraddizione.

"La guerriglia sembra non esserci più, ma che non si illudano, è ovunque e comunque", ripete metodicamente Jairo, sussurrando. Siamo in zona di trincea, dunque, ma i combattimenti non si vedono. I corpo a corpo fra soldati e guerriglieri avvengono all'ombra viscida della selva, a pochi chilometri da qui, ma lontani abbastanza perché la giungla assorba rumori, odori e morte. Fra le colorate casette in legno del caserío, invece, la battaglia è d'altro tipo: è psicologica, fatta di paziente resistenza alle costanti violazioni dei più basilari diritti civili. È il braccio di ferro fra i militari governativi piombati nella vita di centinaia di famiglie contadine nate e cresciute in territorio Farc. "Hanno militarizzato le nostre vite. È dal 2004 che sopportiamo questa violenza. Ma non è così che conquisteranno le nostre menti. Non è così che espugneranno la zona. Si comportano da occupanti stranieri ed è così che li percepiamo, quindi non ci avranno mai. Solo con innovazioni sociali, coltivazioni alternative a quella della coca, che qui da sempre regna sovrana, le cose cambierebbero. Ma a nessuno dei potenti interessa che le nostre vite migliorino e quindi ci puntano addosso mitra e sguardi di odio. La nostra unica speranza continua a restare la guerriglia", sbotta ancora il piccolo uomo tutto d'un pezzo. Ragionamenti lampanti, che la dicono lunga: Jairo si è rivelato, è un uomo delle Farc. Non indossa mimetica e tanto meno il kalashnikov. La sua arma è la parola, il suo ruolo mantenere attivi appoggio, convinzione e fede nella rivoluzione. È grazie a uomini come lui che la guerriglia continua a fare proseliti nelle aree rurali di tutto il paese: "Gli infiltrati sono l'asso nella manica dell'esercito rivoluzionario più longevo del mondo", gongola il campesino tutto d'un pezzo, parlando in terza persona, quale estremo tentativo di non far saltare la sua labile copertura.

"In realtà gli assi sono due, miliziani e narcotraffico". Una voce arriva improvvisa e blocca lo sfogo del piccolo miliziano. Il fiume in piena di Jairo è deviato bruscamente dall'arrivo del giovane maggiore del battaglione anti-guerriglia, che da un mese ha il comando di tutte le operazioni dell'area. Spunta da dietro l'angolo della monumentale chiesa, scortato da un gruppo di uomini armati e composti. Due passi verso di noi e l'uomo Farc cade nel silenzio, poi con una scusa si congeda. Sguardo basso, saluta cordialmente e se ne va. Il maggiore non pare sorpreso. È così che la gente accoglie i militari: con fredda cortesia di facciata. "Lo so che qui ci odiano - spiega con tono pacato - Vengono da anni e anni di convivenza con gli altri. Per loro siamo occupanti". Ha una faccia pulita dalla pelle olivastra, occhi e capelli scuri. Il suo sguardo impostato tradisce una non naturale attitudine al comando. È amante dei libri di storia e dei film di Hollywood. A casa ha moglie e una figlia di tre anni. Cerca di tenere in mano le redini dell'assurdo villaggio, sospetta di tutto e di tutti, ha individuato infiltrati e simpatizzanti dei rivoluzionari, compreso il baffuto oratore, ma non ha nessuna prova, quindi fa buon viso a cattivo gioco. Almeno alla luce del sole. Come Jairo non ha perso occasione per elencare le malefatte dell'esercito, così il maggiore Edgar ne approfitta per snocciolare quella propaganda anti-rivoluzionaria degna del più accanito filo-uribista. "Terroristi, ecco cosa sono. Hanno fatto cose che hanno macchiato per sempre la loro stessa natura di esercito del popolo. Ed è solo grazie al controllo sul mercato della coca che sono riusciti a racimolare montagne di soldi per finanziarsi. Qui fino a pochi anni fa era un mercato di pasta di coca a cielo aperto - precisa, scandendo le parole con lenta gestualità della mano destra -. La marea di denaro facile che hanno amministrato ha inquinato le loro menti. Sono tanti i capi Farc che hanno tradito la causa dandosi alla macchia con sacchi pieni di plata revolucionaria. Sono un branco di corrotti, ormai". Un monologo che nessuno ha il coraggio di interrompere e che il Maggiore osa pronunciare solo perché tutt'intorno non c'è più anima viva, se non i suoi uomini, posizionati in mucchi sparsi.

La gente si tiene alla larga. "Non ci mischieremo mai con quelli là", è la frase che spiega un atteggiamento diffuso, dettato non solo dalla fedeltà alla causa rivoluzionaria, ancora molto radicata nel Caquetà, ma anche dal bisogno di evitare problemi. Chiunque sia sospettato dalla guerriglia di vicinanza con l'esercito rischia grosso. E i miliziani, che tutto sanno, non esitano a denunciare gli infami. L'accusa di essere un informatore equivale a una condanna: una volta pronunciata, o scappi o sei morto. "Noi siamo semplici contadini, ma abbiamo le nostre idee politiche - raccontava poco prima un anziano, tenendo banco in un capannello di concittadini riuniti sotto il porticato della sua vecchia casa - siamo comunisti, che male c'è? Questo non fa di noi dei terroristi". La situazione è profondamente complessa, nessuno spazio per schematiche conclusioni. "Siamo tutti colombiani - spiega il Maggiore, gambe larghe, mitra in spalla - eppure sembriamo provenire da pianeti differenti. Questa è la Colombia, un'accozzaglia di gruppi armati, idee divergenti, voglia di riscatto, sete di vendetta. Vivendo a contatto con questa gente provo a solidarizzare con le loro condizioni di vita misere, difficili, ma non capisco come possano pensare che un branco di delinquenti come le Farc siano la via d'uscita a tutto questo - incalza il comandante -. Solo lo Stato può portare cambiamenti sostenibili per mezzo degli investimenti sociali che ha promesso. Le Farc non sono una speranza. E che faccia tosta! Cercare il riconoscimento politico internazionale! - incalza, rassicurato dalla musica assordante sparata dagli altoparlanti della piazza che isola la conversazione -. Come possono pretendere lo status di belligeranti quando tengono sequestrati dei civili? Ah, quanto sono lontani ormai dalla loro ideologia. In queste condizioni non possono resistere, perché la gente non li appoggia più come una volta. E la manifestazione del 4 febbraio a Bogotà lo dimostra: in massa per dire basta alle Farc. Una svolta. Politicamente sono tagliati fuori e, dopo il colpo al cuore del loro stato maggiore, anche militarmente traballano". Il militare non usa toni trionfalistici, ma è soddisfatto mentre racconta l'attacco che il suo esercito ha sferrato il primo marzo all'accampamento guerrigliero, uccidendo Raul Reyes, il numero due, la faccia più nota del gruppo rivoluzionario, il loro portavoce. Pondera bene le parole con mente analitica.

"Individuarlo e ucciderlo è stata un'impresa eccezionale. Era l'ideologo più intransigente che le Farc abbiano avuto. Cercava uno scambio fra gli ostaggi e i loro camaradas prigionieri nelle carceri di Stato, ma non cedeva di un passo sulle condizioni sine qua non. Uccidere lui equivale a sbloccare la situazione. Nel bene o nel male. Può anche essere che reagiranno militarmente abbandonando ogni idea di accordo, ma dubito abbiano la forza per farlo. É più probabile, invece, che a lui succeda una persona più aperta. E comunque, dal punto di vista militare, non ha senso analizzare il blitz contro Reyes alla luce della liberazione degli ostaggi. Aver liberato sei civili da anni prigionieri è stato un gesto unilaterale delle Farc che non ha coinvolto il governo. Li hanno sequestrati loro e liberati loro. Militarmente è irrilevante: nessuna strategia distensiva, nessun cessate-il-fuoco - spiega, ascoltato a bocca aperta dal fedele scudiero, un sergente medico affabile e sorridente -. Quello contro Reyes è un grande colpo. E per noi un grande successo. Ma adesso si va avanti". Poi un accenno alla scottante questione della violazione dei confini ecuadoriani, che ha scatenato una grave crisi internazionale ora rientrata. "I primi a violarli sono i guerriglieri - glissa, mentre il sergente accenna una smorfia di approvazione, guardandosi attorno - Si rifugiano da tempo lungo il rio San Miguel, frontiera naturale con il Putumayo, ma nessuno ha gridato allo scandalo per questo. A me interessa solo il lato pratico, ossia che mai più potranno dire che non abbiamo la forza sufficiente per infliggere gravi colpi al loro Stato maggiore. Le valutazioni politiche le lascio a palazzo Narino. E se dovesse accadere che il Venezuela ci dichiarasse guerra, sarebbe peggio per i venezuelani. Noi siamo abituati da sempre a combattere, loro no. Durerebbero al massimo quattro anni".

È molto convinto della sua analisi, della forza inarrestabile del suo esercito, della fine vicina delle Farc, ma i giovani volti dei soldatini che perlustrano la zona, i loro sguardi ingenui, i sorrisi accennati abbracciati a fucili di ultima generazione, sembrano suggerire un'altra verità. Quell'apparecchiatura sofisticata, il loro addestramento made in Usa (fedele e prezioso partner di Bogotà in questa guerra colombiana), il training psicologico a cui sono stati severamente sottoposti li rendono capaci di sostenere una guerra simile? Qui non ci sono regole. E se la selva amazzonica è un vero incubo - campo visivo ridotto a un metro e mezzo, terreno sconnesso, condizioni meteorologiche pessime - se fra la fitta vegetazione ogni combattimento si trasforma in un corpo a corpo da togliere il fiato, avere la meglio nella selva urbana è anche peggio. Il sospetto è alimentato dall'incertezza, la tensione è nutrita di disagio. In questa terra, la convivenza fra soldato e contadino è improbabile, forzata e non porta a nulla. La gente non è libera in casa propria, sopporta perquisizioni e controlli ogni volta che entra e esce dal villaggio. Deve render conto di quanto riso compra e di quanto platano. Tutto quel che arriva da fuori è ispezionato. Il blocco economico è totale. Senza sgarri. E poi interrogatori continui, inseguimenti. Questa è la percezione dello Stato che si ha negli agglomerati urbani sul rio Caguán. Le poche infrastrutture che ci sono le ha pagate e costruite la guerriglia. Dal governo solo soldati e prepotenza. Nei primi 16 mesi dell'operativo militare, che rientra nel famigerato Plan Patriota adesso passato alla fase Victoria, l'esercito ha assassinato 12 persone, dato alle fiamme 23 case e minacciato molte famiglie. Bastava il sospetto per scatenare reazioni incontrollate. Adesso, grazie alle denunce fatte dai contadini a associazioni internazionali e alla chiesa cattolica, molto presente nella regione, l'esercito ha scelto un altro modus operandi: più rispetto e qualche investimento economico nel campo di educazione e salute. Che per adesso restano sulla carta, però.

"Gli investimenti sociali? Stanno arrivando", assicura il maggiore. Ma la gente resta scettica. Jairo, nel suo monologo, aveva puntato il dito anche contro questa questione: "Noi diamo un sincero benvenuto a tutto quello che è investimento sociale da parte dello Stato, perché anche questa è Colombia, anche noi paghiamo le tasse, anche noi siamo cittadini colombiani. Però, se c'è una struttura civile come il Comune messa lì per amministrare e coordinare, perché questi progetti statali stanno arrivando solo per mezzo dei militari? Qual'è il vero scopo? Forse ripulire la loro reputazione? Trasformare i carnefici in benefattori?". Incalzato su questo tema, il giovane maggiore mostra un po' di imbarazzo, ma non si tira indietro: "In effetti abbiamo fatto molti sbagli, lo ammetto. Molti miei commilitoni si sono comportati male con la gente. Hanno usato violenza, mostrato aggressività. Ma stiamo cambiando e teniamo più in conto i diritti umani. O per lo meno sappiamo cosa sono. Prima c'era molta ignoranza anche fra i militari". Poi il rumore di un elicottero spegne le sue parole. È in zona per consegnare i rifornimenti alla miriade di soldati sparsi nell'area. Il maggiore sente il richiamo del dovere. Sparisce in una nuvola di afa e mimetiche. E torniamo a essere circondati da bambini curiosi, in mutande e canottiera, e gente perplessa. "Correte correte! È arrivata la pappa", grida ridendo sonoramente Jairo, tenendo in braccio un bambino spettinato e sorridente. Paziente, ha atteso a dovuta distanza la partenza dei militari e ora si avvicina, passo sicuro: "Li vedo molto più tronfi da quando hanno ucciso Raul. Non si rendono conto che cambierà molto poco - afferma, serio, posando a terra il piccolo Luis - A livello nazionale e internazionale si crede che le Farc siano un movimento comandato da un gruppo ristretto di persone: fatte fuori quelle, fatte fuori le Farc. Ma non è così. La forza della guerriglia sta nella base e nell'obiettivo: la presa del potere per una Colombia più giusta. La lotta prosegue, nonostante la perdita di un grande capo". Abbassa lo sguardo, sospira, riprende: "Bogotà finge di non sapere che l'unica via certa per la pace è una seria politica di investimenti sociali, che pongano fine alle disuguaglianze disumane che piagano il nostro paese. Se il diritto alla salute, all'educazione, alla dignità civile di ogni colombiano venisse finalmente garantito verrebbe meno la ragion d'essere della guerriglia. Ma è una politica che non lascia spazio alle avidità e agli interessi personali, quindi mai verrà perseguita. E la guerra continuerà". Il sole amazzonico acceca, martella e impedisce di andare oltre. Le verità restano plurime, quaggiù più che mai: non rimane che ascoltare e percepire. Impossibile capire. Unica certezza, l'incerto. Unica regola, fare attenzione a come si parla e con chi: ésta es Colombia.



* Tutti i nomi usati in questo reportage sono di fantasia per motivi di sicurezza

 

Parole chiave: Farc, Colombia
Luogo: Colombia