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Ci sono luoghi che occupano più spazio tra le pagine dei quotidiani che sulle carte geografiche. Sono animati da ideali e pregiudizi, oltre che da persone in carne e ossa, che sopravvivono, sospese tra la desolazione frontaliera e il clamore delle news. Sderot è così. Un posto di confine a ridosso della Striscia di Gaza, un paese senza vita, oggi noto alle cronache perché bersaglio dei razzi Qassam, sparati dai miliziani palestinesi.
Basso e muscoloso, lunghi capelli rossi legati dietro la nuca, Noham Bedein si considera un attivista. Si prodiga per fare conoscere al mondo le sofferenze della popolazione di Sderot, il piccolo villaggio nel sud di Israele, a una manciata di chilometri dalla Striscia di Gaza, dove si è trasferito da un anno e mezzo. Ha studiato comunicazione al college di Sderot e ha deciso di mettere in pratica i suoi studi per spiegare al mondo cosa si prova a vivere sotto la minaccia dei razzi. "In qualunque punto della città ti trovi - spiega - qualsiasi cosa tu stia facendo, quando suona la sirena del Codice Rosso sai di avere solo venti secondi per metterti al riparo prima di sentire un'esplosione. Ho fissa in mente l'immagine di quel padre in un parco con i suoi due figli che non sapeva quale proteggere per primo. E il ricordo dei momenti immediatamente successivi, quando tutti si attaccano al telefono per sapere se amici e parenti stanno bene".
Il potenziale letale dei razzi provenienti dalla Striscia non è elevato, non è nemmeno paragonabile con l'efficacia delle munizioni che l'artiglieria di Tsahal, l'esercito israeliano, spara verso i sobborghi di Gaza. Ma Noham spiega che, proprio per questa ragione, la tragedia degli abitanti di Sderot non viene compresa. "I media vogliono solo sangue -dice- qui abbiano un numero di vittime relativamente basso, una dozzina dal 2001, ma ogni persona che abita qui ha avuto delle perdite o almeno dei traumi. Il nostro problema è questo: come si fa a comunicare la sofferenza psicologica?. Il fatto grave qui è che non esiste altro posto al mondo dove la popolazione civile viene presa di mira da razzi, che vengono sparati da aree che sono a loro volta abitate al 97 percento da civili". Il lancio dei razzi Qassam verso il sud di Israele e Sderot in particolare viene usato dal governo israeliano come pretesto per colpire le zone di Gaza da cui sono partiti. Eppure, secondo Noham, anche questo si ritorce contro la sua gente: "Quando viene colpito un quartiere di Gaza muoiono tanti civili e tutti i media se ne occupano. È più facile parlare delle vittime palestinesi che raccontare le storie umane della gente che vive qui. É questo lo scopo dei Qassam, colpire sì, ma anche traumatizzare".
Quando un razzo viene sparato, il suo rumore viene colto da una sonda attaccata ad un pallone aerostatico che volteggia sopra il confine con la Striscia di Gaza. Il sistema dirama l'allarme, la sirena suona il Codice Rosso, e 20 secondi dopo c'è lo schianto. I primi razzi sono caduti su questa zona periferica di Israele nel 2001, da allora ne sono stati sparati oltre 8mila, 4mila dei quali solo negli ultimi tre anni, dal 2005, quando le colonie della Striscia vennero sgomberate da Sharon. I razzi Qassam prendono il nome da un "pioniere" della resistenza palestinese, Ezzedeen Al Qassam, ucciso nel 1933 a Jenin. Sono una via di mezzo tra un missile e un fuoco artificiale, hanno una breve gittata, nessun contenuto esplosivo e una scarsissima precisione balistica. É quasi impossibile prevedere dove cadranno, vengono sparati puntando verso il territorio israeliano, ma in passato sono caduti anche su abitazioni palestinesi. Noham cerca di spiegare come, a dispetto della relativa pericolosità dei razzi, la dimensione della minaccia sia molto estesa: "Sderot ha poco meno di 20mila abitanti, ma i razzi colpiscono tutto il Negev occidentale, che di abitanti ne conta 45mila. I nuovi Qassam e i Kathyusha che sono stati sparati recentemente hanno inoltre dimostrato di poter raggiungere anche la città di Ashkelon, il che porta il numero delle persone minacciate a 250mila. E Hamas non smette di perfezionare le sue armi, così presto sarà in grado di colpire anche Ashdod, a 30 chilometri dalla Striscia. A quel punto gli israeliani minacciati saranno mezzo milione. Israele celebra questo mese i suoi sessant'anni di vita e si trova nella situazione senza precedenti di essere vulnerabile al fuoco dei razzi, sia da sud, dalla Striscia di Gaza, che da nord, al confine con il Libano, dove anche Hezbollah si sta riarmando".
Fino a un paio di anni fa gli abitanti di questa città lamentavano il disinteresse del governo e dei media verso di loro, ma oggi Sderot è diventato un simbolo del diritto, o della pretesa, di Israele a vivere una vita normale, anche a pochi chilometri da un territorio dove vivono un milione e mezzo di palestinesi in condizioni di indigenza. "Viviamo fianco a fianco con 20mila miliziani di Hamas, ma anche di Hezbollah e Al Qaeda. Ogni professionista del terrorismo oggi vive nella Striscia di Gaza, dove ogni giorno entrano tonnellate di munizioni ed esplosivi". Dall'impeto oratorio di Noham si capisce che per lui vivere a Sderot è una missione eroica, ma a giudicare dall'espressione delle persone che camminano sole per la strada, passo lento e sguardo vitreo, questa vocazione non sembra essere molto condivisa. Per le strade di Sderot si incontrano in prevalenza russi ed etiopi, la comunità è stata fondata nel 1951 da immigrati ebrei provenienti da paesi del nordafrica come il Marocco. "Sderot è un doppio vantaggio per il governo israeliano" spiega Dimitri, giornalista del quotidiano conservatore israeliano Jerusalem Post. "Primo perché è un luogo dove mandare gli immigrati di seconda classe, come appunto gli etiopi e i più poveri tra quelli provenienti dalle ex repubbliche sovietiche, per presidiare il territorio. Secondo perché gli attacchi dei palestinesi contro di loro sono un'ottima ragione per perseguire l'escalation militare e un pretesto per definire i bombardamenti sulla Striscia di Gaza, ritorsioni contro Hamas". Noham però non è affatto di questa opinione, e replica: "La città è un simbolo perché si trova vicino al confine con il nemico, ma il fatto che sia qui fin dal '51 dimostra che non è stata costruita in questo luogo per quello. È vero che qui vivono i cosiddetti cittadini di serie B, ma bisogna capire che Israele è un paese piccolo, quello che accade qui, accade a poco più di un'ora da Tel Aviv. I razzi sono una minaccia all'intera nazione".
Un baluardo della resistenza israeliana oppure un'esca per i miliziani palestinesi? Sderot è una questione di orizzonti, ma prescindendo dalle ideologie e dalle questioni strategiche, il paese reale è l'insieme delle persone che lo abitano. Di fronte a questo scenario, quello che viene da chiedersi è: perchè i cittadini di Sderot non se ne vanno a cercare una vita normale altrove? Le spiegazioni sono due: una vale per gli immigrati che sono venuti qui negli ultimi decenni, l'altra per la gente come Noham. Per i primi si tratta di un problema economico, sono venuti qui per godere di agevolazioni fiscali e prezzi inferiori alle grandi città, ma da quando i razzi sono iniziati a cadere il valore dei loro immobili è crollato del 50 percento. Sono bloccati prima di tutto perché non riescono a vendere o ad affittare le loro case: "Chi vuoi che se lo compri oggi un appartamento a Sderot?" Si inserisce nella conversazione un signore di origini russe, uno dei pochi che sembra comprendere l'inglese in questa cittadina. "Nel condominio dove vivo -continua- ogni giorno al calar del sole ci chiudiamo nella tromba delle scale o nelle stanze blindate senza finestre. Credi che non ce ne andremmo se potessimo permettercelo?". La maggior parte degli abitanti di Sderot è dunque vittima di una situazione che non ha scelto. Per alcuni altri, invece, si tratta di difendere l'interesse nazionale: "Il nostro é il punto di vista sionista" spiega Noham, parlando di quanti sono venuti a vivere a Sderot per un progetto preciso. "Ci sono alcune decine di famiglie che vivono qui, anche a costo di mettere a rischio le vite dei loro bambini, perchè hanno capito che, se oggi abbandoniamo questa cittadina, tra poco tempo i razzi inizieranno a cadere sulla successiva, e così via".
Le persone che vivono a Sderot per sostenere il sionismo, tuttavia, sono un'esigua minoranza. Vivono al confine del territorio israeliano con lo stesso spirito dei coloni che costruiscono avamposti nel cuore della Cisgiordania, in mezzo ai villaggi palestinesi, perchè ritengono di avere un diritto su quella terra e, comunque sia, i mezzi e il dovere di difendere la presenza ebraica in quelle aree. "Loro (gli arabi, ndr.) vogliono cacciarci via, mentre noi vogliamo restare, la storia è tutta qui" dichiara sprezzante un uomo che, passando in bicicletta, coglie alcuni frammenti del discorso e ci tiene a dire la sua. "Non ha alcuna importanza se abbiamo il diritto di abitare questa terra oppure no. Siamo qui e non abbiamo un altro posto dove andare. Prima di arrivare in Israele ero un clandestino in Gran Bretagna, poi sono venuto nell'unico paese dove posso essere accettato. Ho comprato casa a Sderot e, economicamente, non potrei vivere altrove. Vivo nella paura, ma Tel Aviv costa il triplo, se vivessi lì morirei a causa delle banche, non dei Qassam. Almeno da quelli hai 20 secondi per fuggire, mentre con le banche israeliane non hai il tempo di metterti al riparo, ti pignorano la casa e in un attimo ti ritrovi per strada".
La riflessione sul significato di quel che accade a Sderot deve tornare allora indietro di due passi: ci sono 20mila persone che vivono una condizione di disagio permanente per contribuire, volenti o nolenti, al progetto sionista. Che cosa fa il governo centrale per aiutarli? Secondo molti di loro quasi nulla. I rifugi anti-razzo che si trovano in ogni angolo della città, vicino ai parchi, alle fermate dei bus, nelle scuole e nei condomini, sono stati costruiti a spese della municipalità e di donatori privati. Anche le strutture che sostengono le vittime dei razzi sono pagate dalla stessa comunità. "Il governo non ci dà soldi e nemmeno la politica ci considera", si lamenta Noham, che punta il dito contro Nazioni Unite e Usa, colpevoli secondo lui di "impedire a Israele di fare quel che è giusto: colpire i terroristi di Gaza". Durante la sua ultima visita in Israele il presidente Usa, George W. Bush, non si è recato a Sderot, ma negli ultimi mesi i politici di primo piano che hanno visitato questo luogo di frontiera sono stati numerosi, da John Mc Cain fino a Jimmy Carter. Visite che formalmente dovrebbero esprimere solidarietà con la popolazione, ma, nel disilluso mondo della real politik, servono ad accreditarsi verso il proprio elettorato all'estero come un amico di Israele e della causa sionista. Il luogo di pellegrinaggio principale per le rappresentanze politiche in visita a Sderot è la centrale di polizia, dove sono accatastati i resti di alcune centinaia di razzi caduti attorno all'abitato. Nel cortile interno c'è un istruttore tarchiato, stretto nella t-shirt dell'esercito, che istruisce le reclute sulle armi del nemico: "Quelli sono dei Qassam di tipo I -spiega - mentre questo che vedete ora è un Qassam IV, lungo quasi due metri e con una gittata maggiore. Lì potete vedere un razzo Quds, la versione artigianale dei razzi Grad di fabbricazione sovietica, e quest'altro invece si chiama Arafat. Si riesce anche a capire chi li ha lanciati, perchè prima di sparare i miliziani ci scrivono sopra il nome del loro gruppo con gessetti colorati". In tutti i casi si tratta di tubi di metallo arrugginito che, non essendo dotati di carica esplosiva, si sono accartocciati dopo l'impatto. I soldati non sembrano particolarmente suggestionati, ma si guardano bene dal mostrare sollievo: a Sderot i Qassam sono una cosa seria: non si scherza. A quel punto fà il suo ingresso nel cortile un deputato britannico del Labour Party che, colto dalla suggestione del luogo, inizia a farsi fotografare accanto alle cataste di razzi, assumendo una posa solenne, come durante l'inno nazionale.
Mentre i visitatori stranieri si intrattengono maneggiando quei tubi torti e sfrangiati, gli abitanti del villaggio compiono un diverso pellegrinaggio. Ogni giorno decine di persone bussano alla porta del Trauma Center, la struttura dove si offre sostegno psicologico ai cittadini stressati, esauriti, traumatizzati e depressi. La sala d'aspetto è spoglia, all'interno passeggia una giovanissima guardia armata e sulle seggiole attendono, occhi a terra, un paio di donne sulla cinquantina. Sopra le loro teste un televisore manda le immagini delle sedute di terapia collettiva, dove altre donne come loro danzano con in vita le cinture a sonagli che si usano per la danza del ventre. Sul loro viso vissuto, la voglia di concedersi all'illusione dell'infanzia, almeno per un po'. La direttrice del centro è la dottoressa Adriana Katz, immigrata dall'Italia alla fine degli anni '80, e oggi impegnata a lenire le sofferenze degli abitanti di Sderot. La donna non si fà illusioni e senza esitazione dice: "Questo è un paese di morti viventi. La gente di qui non è afflitta dalla nota sindrome Ptsd, Disordine da Stress Post Traumatico. I sintomi sono gli stessi: insonnia, ansia, apatia, dolori psicosomatici, ma è il post che non arriva mai. Qui la tensione non si esaurisce, uno può anche trarre sollievo dalla cura, ma non si può pensare a un recupero psicologico se dovrà continuare a vivere con le orecchie tese alle sirene". Racconta che i pazienti del centro sono aumentati esponenzialmente dal 2005, alcuni hanno davvero bisogno di cure, altri solo di sentirsi meno abbandonati. "Tra le vittime più paradossali di questa situazione" rivela, "ci sono alcuni pazienti palestinesi: si tratta di persone che hanno collaborato con Israele e non possono più vivere a Gaza. Come premio per il tradimento della loro gente, hanno ricevuto la residenza a Sderot, così si trovano a vivere in una comunità che li esclude, minacciati dai razzi sparati dai miliziani palestinesi. Per loro il trauma è doppio: si rivolgono al nostro centro sia quando cadono dei razzi su Sderot, che quando l'esericito israeliano bombarda i quartieri di Gaza dove ancora vivono i loro familiari".
Eppure la dottoressa Katz si sente vicina anche alla popolazione palestinese di Gaza. Con cui, ricorda, un tempo c'erano rapporti di scambio commerciale e anche relazioni umane. Oggi non è più così. Oltre la recinzione al confine, gli abitanti di Sderot vedono migliaia di terroristi che si fanno scudo dei civili, mentre dall'altra parte, nei quartieri di Gaza city, si vive troppo male per provare empatia per la miseria degli israeliani costretti a Sderot. Anche Julia e Naj dicono di comprendere la sofferenza che spinge i palestinesi a lanciare i razzi. Sono due studentesse sulla ventina, una è di origini russe, l'altra marocchine, ma entrambe si sentono israeliane e basta. "Non è una cosa bella essere assuefatte agli allarmi, ma chi non si abitua impazzisce" spiegano, mentre salgono su un autobus. "Il pericolo c'è -dice Julia- ma qui il vero problema è la mancanza di lavoro e di opportunità per i giovani". "Ci sentiamo abbandonati -l'interrompe Naj- perché i politici vengono qui solo per farsi vedere, ma poi non fanno l'unica cosa che potrebbe metterci al sicuro: una pace vera con i palestinesi". Le due ragazze sono dirette ad Ashkelon, la città sulla costa che, secondo i media internazionali, sarebbe entrata nel raggio di azione dei razzi palestinesi. In questo caso la minaccia non si chiama Qassam, ma Kathyusha, i razzi usati anche da Hezbollah in Libano. Il primo è caduto sulla città nell'ottobre 2007, seguito nei mesi scorsi da alcuni altri che non hanno causato vittime ma solo feriti leggeri e persone sotto choc. Ad Ashkelon, però, il senso di oppressione e minaccia che affligge la gente di Sderot non è arrivato. Gli allarmismi non hanno ancora portato a costruire rifugi anti-razzo a ogni angolo di strada. Non se ne vede traccia. Le mamme giocano nei parchi con i figli e le coppiette si bagnano nell'acqua ancora fredda del Mediterraneo. Uno scenario da località di vacanze quale effettimamente è, anche se, spiega un venditore di bibite accanto alla spiaggia: "il turismo risentirà certamente di questa minaccia di cui parlano i giornali".
Lungo il litorale, a sud della città verso il confine con la Striscia, c'è una base militare. Un avamposto dell'esercito contro la minaccia dei razzi? Non esattamente. È il Centro per la Ricreazione e il Riposo dei Soldati, che dopo un anno di missioni di combattimento vengono a riposare ad Ashkelon, in quella che sarebbe la nuova frontiera del terrorismo palestinese. In costume da bagno e infradito, passeggiano sul letto di conchiglie della battiggia, tra il rumore delle onde e quello delle loro risate. Loro non sembrano molto stressati.
Naoki Tomasini