12/02/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



A quasi sei anni dalla fine del conflitto Pristina aspetta ancora la normalità
Scritto per noi da Enza Petrillo
 
Povertà nelle strade di Pristina
E’ un dopoguerra ordinario quello che vive Pristina. Qualche palazzo sventrato, strade dissestate, periferie informi. Scene di quotidiana invivibilità a cui difficilmente ci si abitua e che simboleggiano lo scempio della guerra anche  in quello che  per alcuni è già tempo di pace. A quasi sei anni dalla fine dell’ultimo conflitto e dall’insediamento della missione UNMIK delle Nazioni Unite, Pristina aspetta ancora la normalità .
Smog, polvere, traffico caotico. Ma non solo. La capitale del Kosovo è una città sottratta ai suoi abitanti, un grande spazio di interdizione in cui la fanno da padrone gli uffici internazionali, le automobili blindate, i check-point presenti ad ogni angolo di strada. L’aumento della popolazione seguito al conflitto del 1999 ha moltiplicato le necessità di alloggio e la fretta della ricostruzione ha fatto il resto.
 
Viale Bill ClintonLa guerra,  si sa, è anche e soprattutto un affare per qualcuno. E qui gli speculatori non si sono fatti attendere. La città è un grande cantiere a cielo aperto. Un’edilizia accelerata, rudimentale, volgare  che amplifica la sensazione onnipresente di caos in città. Nei pressi di Obilic, sobborgo ad est della capitale, e di Gracianica, enclave serba, l’abitato precario ed auto-costruito si estende a macchia d’olio. Da queste parti il piano regolatore è una chimera, l’architettura d’urgenza una costante.
Il centro città sfoggia capillari sistemi di sicurezza. Ma oltre le telecamere e i ricorrenti controlli d’identità, la città  di chi è relegato ai margini soffoca in sacche di resistenza illegali difficilmente gestibili. Un contesto pesante che ghettizza  e esclude la popolazione locale.
L’accoglienza trionfale che ha accolto le forze Nato alla fine della guerra e che ha portato alla significativa ridefinizione della toponomastica di una delle arterie principali da Viale Lenin a Viale Bill Clinton, cede oggi il passo ad un’insofferenza diffusa nei confronti del personale internazionale presente sul territorio.
 
Uffici delle organizzazioni internazionali
Legati, tuttavia, agli statunitensi da un innamoramento parossistico, gli albanesi del Kosovo estetizzano quotidianamente  tutto ciò che rinvii anche solo simbolicamente al Made in USA. Poco distante dal quartier generale dell’UNMIK, la caffetteria Hillary caratterizzata da una dozzinale copia della Statua della Libertà  e da uno sventolio di bandiere stelle e strisce fa sfoggio di se in una delle strade più frequentate della capitale.
Un’omologazione della cultura e del gusto che cambia la geografia reale dei luoghi ma non cancella il senso di precarietà e disagio che si respira in città. Gli abitanti di Pristina avvertono sempre più drammaticamente il peso territoriale della élite internazionale presente in città.  Del resto, il dopo-guerra kosovaro è fatto anche di ciò che gli americani chiamano gated-communities, comunità chiuse. Gli internazionali, infatti, hanno scelto l’isolamento. Il resto della popolazione si trova tagliata fuori e costretta a pagare l’alto prezzo culturale, psicologico e politico del nuovo isolamento in cui è caduta. Queste persone restano puramente e semplicemente escluse  e senza che nessuno li abbia interpellati viene impedito loro di accedere alle aree comuni di un tempo.   
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Categoria: Pace, Popoli
Luogo: europa