Scritto per noi da Enza Petrillo
E’ un dopoguerra ordinario quello che vive Pristina. Qualche palazzo sventrato,
strade dissestate, periferie informi. Scene di quotidiana invivibilità a cui difficilmente
ci si abitua e che simboleggiano lo scempio della guerra anche in quello che
per alcuni è già tempo di pace. A quasi sei anni dalla fine dell’ultimo conflitto
e dall’insediamento della missione UNMIK delle Nazioni Unite, Pristina aspetta
ancora la normalità .
Smog, polvere, traffico caotico. Ma non solo. La capitale del Kosovo è una città
sottratta ai suoi abitanti, un grande spazio di interdizione in cui la fanno da
padrone gli uffici internazionali, le automobili blindate, i check-point presenti
ad ogni angolo di strada. L’aumento della popolazione seguito al conflitto del
1999 ha moltiplicato le necessità di alloggio e la fretta della ricostruzione
ha fatto il resto.

La guerra, si sa, è anche e soprattutto un affare per qualcuno. E qui gli speculatori
non si sono fatti attendere. La città è un grande cantiere a cielo aperto. Un’edilizia
accelerata, rudimentale, volgare che amplifica la sensazione onnipresente di
caos in città. Nei pressi di Obilic, sobborgo ad est della capitale, e di Gracianica,
enclave serba, l’abitato precario ed auto-costruito si estende a macchia d’olio.
Da queste parti il piano regolatore è una chimera, l’architettura d’urgenza una
costante.
Il centro città sfoggia capillari sistemi di sicurezza. Ma oltre le telecamere
e i ricorrenti controlli d’identità, la città di chi è relegato ai margini soffoca
in sacche di resistenza illegali difficilmente gestibili. Un contesto pesante
che ghettizza e esclude la popolazione locale.
L’accoglienza trionfale che ha accolto le forze Nato alla fine della guerra e
che ha portato alla significativa ridefinizione della toponomastica di una delle
arterie principali da Viale Lenin a Viale Bill Clinton, cede oggi il passo ad
un’insofferenza diffusa nei confronti del personale internazionale presente sul
territorio.
Legati, tuttavia, agli statunitensi da un innamoramento parossistico, gli albanesi
del Kosovo estetizzano quotidianamente tutto ciò che rinvii anche solo simbolicamente
al Made in USA. Poco distante dal quartier generale dell’UNMIK, la caffetteria Hillary caratterizzata
da una dozzinale copia della Statua della Libertà e da uno sventolio di bandiere
stelle e strisce fa sfoggio di se in una delle strade più frequentate della capitale.
Un’omologazione della cultura e del gusto che cambia la geografia reale dei luoghi
ma non cancella il senso di precarietà e disagio che si respira in città. Gli
abitanti di Pristina avvertono sempre più drammaticamente il peso territoriale
della élite internazionale presente in città. Del resto, il dopo-guerra kosovaro
è fatto anche di ciò che gli americani chiamano gated-communities, comunità chiuse. Gli internazionali, infatti, hanno scelto l’isolamento. Il resto
della popolazione si trova tagliata fuori e costretta a pagare l’alto prezzo culturale,
psicologico e politico del nuovo isolamento in cui è caduta. Queste persone restano
puramente e semplicemente escluse e senza che nessuno li abbia interpellati viene
impedito loro di accedere alle aree comuni di un tempo.