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A 45 giorni dallo tsunami gli aiuti ai dalit, ovvero i fuoricasta o
cosiddetti ‘intoccabili’ del sistema sociale indiano, continuano a
tardare. “Nel sud colpito dal maremoto il governo si sta occupando
soprattutto dei pescatori sulle coste e solo in misura inferiore dei
dalit che vivono all’interno”, spiega dal suo ufficio, nello stato
meridionale del Tamil Nadu, J. Vincent Manoharan, segretario generale
della National Campaign on Dalit Human Rights (NCDHR). “Gli
intoccabili, che lavoravano al servizio dei pescatori o coltivavano i
campi, sono stati colpiti indirettamente dalla tragedia. Siccome le
barche sono distrutte e i terreni inondati, non hanno più lavoro e
soldi per comprarsi il cibo. Le autorità non sono ancora intervenute
per desalinizzare i campi e non è chiaro se lo faranno. A causa della
grande quantità di sale assorbita, queste terre non potranno essere
coltivate per i prossimi 2/3 anni”.
Resistenze do Ong e governo. Subito dopo la tragedia gli ‘intoccabili’, per antichissime credenze
locali che li considerano impuri, hanno dovuto raccogliere da soli i
cadaveri e sono stati cacciati dai campi per sfollati. “Tuttora il
governo e molte organizzazioni umanitarie stanno escludendo i dalit dai
soccorsi”, dichiara Lorenza Kwark, capo missione in India di Comité
catholique contre la faim et pour le dé veloppement (CCFD). “Portano
aiuto solo alle persone elencate nelle liste ufficiali. Qui i dalit non
compaiono perché al momento di fare il censimento degli sfollati non si
trovavano nei campi d’accoglienza. Molte Ong non conoscono il contesto
in cui stanno lavorando e non si pongono domande. Non si muoveranno
finchè le autorità non modificheranno la lista. Gli operatori stranieri
dovrebbero sempre collaborare con quelli locali che sono al corrente
dei problemi del territorio. Dicevo infatti che anche tra questi ultimi
c’è chi non è sensibile alla questione dei dalit ‘perché troppo
complicata’”.
Lorenza ha visitato una ventina di villaggi costieri del Tamil Nadu,
dove i fuoricasta vivono in uno stato di apartheid, cioè separati dal
resto della popolazione. “I quartieri dei pescatori sono stati
ripuliti e sono stati costruiti prefabbricati temporanei”, racconta.
“Quelli dei dalit invece sono ancora invasi dalle macerie. Le persone
vivono all’aperto, in strada, o affollano le case parzialmente
distrutte. Non hanno acqua pulita e cibo a sufficienza. Mangiano solo
zuppe di riso. In queste condizioni precarie permane il rischio di
epidemie”.
A piccoli passi. Finora la sopravvivenza dei dalit è stata affidata alle ong. Lorenza
spiega:“Stiamo facendo pressione sul governo affinchè li includa nella
lista ufficiale delle vittime e crei per loro nuovi posti di lavoro,
per esempio attraverso le grandi opere”. Vincent dell’NCHDR
aggiunge: “Per combattere questo problema millenario è importante farlo
conoscere alla comunità internazionale”. E ci sono segnali positivi: “I
Dalit – continua l’uomo – hanno cominciato a riunirsi in gruppi di
protesta. Insieme siamo andati al Social Forum di Portalegre e saremo
all’Asia Civil Society Forum (13-14 febbraio) di Bangkok, dove
parleranno i delegati di tutti i Paesi colpiti dallo tsunami”.
Anche secondo Lorenza qualcosa si sta muovendo: “Gli intoccabili
cominciano a prendere coscienza dei loro diritti e il nuovo governo
(eletto nel maggio 2004, ndr.) ha detto di voler aiutare queste
persone. Certo, c’è ancora molto da fare. L’India è grande come
l’Unione Europea e costituita da Stati con politiche ed esigenze
diverse. Ci sono forze favorevoli al cambiamento e altre conservatrici.
Si pensi che l’Ue da oltre cinquant’anni lavora per eliminare le
disuguaglianze sociali. In India sono ancora troppi coloro che
beneficiano del sistema delle caste: i dalit, oltre 240 milioni,
rappresentano un bacino vastissimo di manodopera a buon mercato che non
fa rivendicazioni perché non conosce i propri diritti. Di solito
infatti non sono istruiti e guadagnano meno di mezzo euro al giorno per
dieci ore di lavoro”.