25/12/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Reportage tratto dal mensile Peacereporter di aprile 2008

È poco distante dalla cattedrale del Buen Pastor, in una via di San Sebastian, quartiere Amara.
Si scendono trenta scalini, si apre una sala da pranzo. I tavoli, a ferro di cavallo, sono tutti occupati. È il pranzo per salutare José Luis Elkoro, membro della mesa nacional di Herri Batasuna. Alubias, (fagioli) e filete, (bistecca). Con patate. È il momento del caffè. Si sentono passi affrettati sulle scale, qualche grido. Nella sala le posate di fermano a mezz'aria, entrano una decina di ertzainas, polizia autonoma basca, le divise rosse e blu, i caschi, passamontagna che lasciano solo occhi e naso visibili. Manganelli, fucili antisommossa con palla di gomma, un foglio in mano. José Luis Elkoro li deve seguire, deve andare in carcere per apologia di terrorismo, perché ha contribuito a diffondere un video dell'organizzazione armata basca Eta (Euskadi Ta Askatasuna, Paese basco e libertà). Era l'Alternativa democratica, una proposta di inizio di dialogo politico, veicolata pubblicamente da Herri Batasuna (Unità popolare). Nel ristorante uno scambio di insulti, parenti e amici costruiscono un muro umano di fronte ai poliziotti. Spintoni, tensioni, due donne schiaffeggiate con violenza. Alla fine la trattativa: José Luis potrà bere il caffè, poi però dovrà seguirli. Il rumore del cucchiaino che gira nella tazza, in un silenzio irreale, quasi un fermo immagine. Poi la pellicola riprende a girare. La detenzione, le proteste, le grida, i calci al cellulare della polizia che trasporta l'uomo in carcere a Martutene. Era il dicembre 1997. Un anno dopo José Luis fu rilasciato, in piena tregua di Eta, in uno scambio funzionale al momento politico. Al governo, allora, c'era la destra di José Maria Aznar.
Fine 2007. José Luis Elkoro ritorna in prigione, questa volta accusato di appartenenza a Eta per le sue idee politiche, socialiste e indipendentiste. Herri Batasuna non c'è più, si è trasformata in varie sigle elettorali lungo il trascorrere degli anni, fino al 2003, quando sotto il nome di Batasuna (Unità) è stata messa fuori legge per iniziativa parlamentare grazie alla Ley de partidos, voluta e scritta da due partiti, i socialisti e la destra dei popolari, per mettere alla berlina un movimento politico. Il suo arresto è drammatico. Torna in carcere con undici anni di più e, senza complimenti, il medico del carcere gli annuncia che è malato di cancro. Per questo può lasciare la cella. Frastornato.

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Camminare per le vie di San Sebastian può essere piacevole. I palazzi signorili, le strade strette del casco viejo, le taverne e i bar con i bancali ricchi di pintxos, le tapas basche per tutti i gusti, il porto e la Concha, la splendida spiaggia a forma di conchiglia che disegna la baia, con un isolotto nel mezzo. A monte splendide ville, là dove Francisco Franco passava l'estate e navigava sul suo legno privato, l'Azor. La luce di un cielo sempre mosso e del mare capace di violente mareggiate si riflette sulle finestre. Sono ampie, per catturare la luce del giorno.
Ci sono vie e posti, però, che parlano di assenze. I luoghi di attentati, i marciapiedi ripresi nelle foto con medici che cercano, invano, di rianimare vittime della violenza politica. E palazzi, appartamenti, che erano animati da una quotidiana e normale attività politica che oggi non c'è più. Un problema di maggioranze e minoranze, un conflitto politico radicato, gli estremismi della violenza armata e della repressione militare che si confrontano, ormai, da più di cinquanta anni senza un vincitore chiaro e con una vittima designata: la società civile. E dal 2003 una parte, ridotta ma significativa, della società che per esprimere le proprie idee è stata spinta nella clandestinità.

"Non diciamo il nostro nome quando chiamiamo dal cellulare". Miren, occhi scuri come i capelli, ha l'espressione di chi non riesce a capacitarsi di quello che sta accadendo. "Se devo convocare una riunione, faccio un giro di telefonate e ci diamo appuntamento per un caffè". Poi le scappa un sorriso: "Non avete idea di quanti caffè abbiamo preso in questi ultimi anni!". Miren è una portavoce di Udalbiltza, un'istituzione nata nel 1999 con un'architettura politica molto semplice: è un parlamento formato dai consiglieri comunali eletti nei Paesi baschi - in territorio spagnolo e francese - e della Navarra che si riunivano per creare in forma embrionale una sintesi 'nazionale' delle sette provincie basche rivendicate storicamente dagli indipendentisti. Udalbiltza discuteva e votava su fatti concreti: costruire una cassa comune per dedicare fondi alle realtà più depresse, coordinare lo sviluppo dell'insegnamento dell'euskera, la lingua basca, sviluppare dinamiche decisionali che scardinassero la divisione territoriale e amministrativa attuale. Dal 1999 Miren vive con una spada di Damocle sui suoi scuri capelli. Perché il giudice istruttore spagnolo Baltasar Garzón ha costruito un teorema accusatorio (processo 18/98+) secondo cui, secondo lo storico italiano Giovanni Giacopuzzi, "solo l'accettazione dello status quo costituzionale, che nega non solo l'indipendenza ma anche l'autodeterminazione, può garantire che una opzione indipendentista socialista no sia considerata parte di ETA ". In base a questo teorema sono stati chiusi quotidiani, settimanali, una radio, associazioni a favore dell'amnistia dei prigionieri politici, le organizzazioni giovanili indipendentiste, sono state criminalizzate fondazioni per la disobbedienza civile, per l'insegnamento della lingua basca, per la gestione economica e di supporto ai familiari dei prigionieri. Il processo è andato a sentenza per molti dei suoi filoni, non tutti, con pene severissime: giornalisti come Teresa Toda e Javier Salutregi - la vice direttrice e il direttore del quotidiano Egin chiuso nel luglio del 1998 - stanno scontando pene di oltre dieci anni. Nel caso di Udalbiltza, il giudice Garzón ha bloccato i fondi e sostiene che il disegno politico è funzionale, quindi parte, dell'organizzazione armata. Miren si stringe nel suo golf nero, spaesata. "Sono otto anni che aspettiamo di capire quando ci processeranno e otto di noi sono passati anche dal carcere". Sono ventidue gli imputati. Forse, forse, il processo si celebrerà a ottobre. Ma chi può dire? Nel frattempo obbligo di firma.

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La comarca Lea Artibai è al confine fra Guipuzkoa e Bizkaia. Mette insieme la parte più popolosa, sulla costa, e quella meno numerosa, delle montagne. In pochi minuti l'odore dei pini e il profumo da camino acceso si trasforma nel fragore delle onde e un sottile gusto salato sulle labbra. Ondarroa è un porto famoso, diecimila abitanti. Famoso, non fosse altro, per un ponte di Santiago Calatrava incastonato nel centro della cittadina. Nel porto, ogni notte, il traffico dei tir che trasportano pesce. Molto spesso, però, il pesce non finisce dalle reti nelle casse e dalle casse nei tir. Ma dai tir viene scaricato e poi smistato. I pescherecci baschi si spingono spesso fino nelle acque internazionali e a ridosso con l'Irlanda per poter trovare pesce. E, per evitare di annullare i profitti nel consumo di carburante del viaggio di ritorno, scaricano in porti stranieri più vicini e da lì il pesce viaggia su gomma. Pare incredibile, ma è così. Ondarroa è quasi una onomatopea: ondar, in euskera, è sabbia e aoa, bocca. E in effetti in una piccola baia poco distante dal porto una bocca di sabbia è accarezzata o fustigata dalle onde del mare. Unai è il sindaco. Anzi, dovrebbe esserlo. Le elezioni municipali del maggio scorso hanno contato con la messa fuori legge di centinaia di liste della sinistra indipendentista, erede di Herri Batasuna e di Batasuna. Il meccanismo elettorale spagnolo prevede che l'elettore possa già ricevere la scheda elettorale a casa, per poi depositarla nell'urna al momento del voto. E così la sinistra indipendentista aveva contato i suoi voti attraverso schede precompilate che finivano nel serbatoio dei voti nulli. A Ondarroa la lista annullata, quella di Acion nacionalista vasca (ANV), ha raccolto la maggioranza dei voti: duemila e duecento, primo partito, contro i mille e settecento del Partido nacioanlista vasco (Pnv). Quindi sette seggi sui tredici previsti.
Legittimi, illegali e maggioritari. Maggioranza assoluta, per di più. Ma il gioco democratico si è rotto. E con lui gli equilibri interni della vita della cittadina. I partiti nazionalisti moderati o legali si sono rifiutati, a livello centrale, di utilizzare una regola prevista dalla legge che avrebbe reso possibile la presenza dei consiglieri eletti di Anv nel consiglio comunale, con una chiamata nominale. E, alla fine, resta un grande interrogativo sul tavolo: perché chi riunisce il numero maggiore dei voti non può governare? "Abbiamo costruito una sorta di governo ombra - spiega il sindaco legittimo - ma senza soldi, senza fondi come possiamo influire su scelte come quelle urbanistiche?". Il disagio nel paesino è forte. I consiglieri comunali delle altre forze basche hanno rifiutato di insediarsi e, di fronte al vuoto in consiglio, invece che ripetere il voto la sede centrale del Partido nacionalista vasco, democristiano e conservatore, ha deciso di catapultare in quei seggi dei notabili della formazione. "Noi li chiamiamo i paracadustisti" dice Unai. "Gente che non sa nulla di Ondarroa, che vive in altre città, che non viene qui, ma celebra i consigli comunali a Bilbao". Unai ha un fare pratico, è spiccio nei modi, non ha dubbi sulle domande che riguardano cosa voglia dire essere socialisti oggi. "Non è che siamo a favore della democrazia partecipativa. Di più: da anni noi applichiamo politiche di partecipazione. Il nostro programma era molto chiaro: creare diverse commissioni di lavoro, cultura, urbanistica, educazione, immigrazione e sport, includere i cittadini nei processi decisionali. E una volta licenziati i progetti, il consiglio comunale li avrebbe dovuti assumere, semplicemente, per decreto". Impossibile. "No, è possibile, tanto è vero che è già avvenuto nelle legislature in cui qui ha governato Herri Batasuna". Poco distante da Unai, c'è Loren Arkotxa. È il presidente di Udalbiltza, quindi è sotto processo. Ed è stato sindaco di Ondarroa. Ha un corpo solido come il tronco di una quercia. Occhiali da ipermetrope, che ingrandiscono i suoi occhi e sotto il naso due simpatici baffi ormai bianchi. La mano è una tenaglia. Loren Arkotxa, da sindaco, provocò un vero e proprio esodo dalle regioni del sud della Spagna fino a questo paesino sconosciuto per molti migranti. Perché si era sparsa la notizia che chiunque volesse un permesso di soggiorno per vivere e lavorare a Ondarroa, lo avrebbe avuto senza dover rispondere a nessun altro requisito. Se vieni qui, lavori e vivi qui, sei di qui. E se impari anche il basco, sei basco. "Anche questa è partecipazione".

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Da Ondarroa, per raggiungere Hernani, si corre su una cornice a picco sul mare. Dietro una curva si apre il frastagliato panorama di montagne che si incuneano nelle onde, a perdita d'occhio. Gli alberi hanno gemmato, un verde giovane e fresco negli occhi, fino al raccordo con l'autostrada. Si attrraversano vallate e si incrociano ciminiere e tubi metallici fumanti, architetture industriali più o meno in disuso che raccontano di un passato ormai dimenticato dell'industria pesante. Prima di Hernani capannoni squadrati, cemento, zone depresse. Poi di colpo una fila di alberi apre la strada per la cittadina, feudo della sinistra indipendentista. Passato un arco murario, una piazzetta civettuola con la chiesa e il municipio, un caffè e negozi, l'imbocco delle strade del centro storico. Alle finestre e legate ai ferri delle balaustre dei balconi tante bandiere bianche con il disegno dei confini di Euskal Herria. Due frecce rosse indicano un movimento da fuori verso l'interno. "Euskal presoak, Euskal herrira". I prigionieri politici baschi torneranno nel Paese basco. È la lotta contro la dispersione carceraria, inaugurata dal governo socialista di Felipe Gonzales e mantenuta fino a oggi. Uno strumento in più della repressione, destinato a colpire i prigionieri politici e le loro famiglie, causando anche numerosi lutti per incidenti stradali di chi guida per ore, in tempi ristretti, per quindici minuti di visita.
Ane ha gli occhi verdi. Forse risaltano così tanto perché si è messa un golf verde melange. Ha le mani piccole e sempre in movimento. È una avvocatessa. Si resta drammaticamente incantati, quando si ascoltano i racconti di chi denuncia torture dopo l'arresto. Igor Portu è uno degli ultimi casi, forse quello che ha avuto più eco mediatica, perché i media hanno avuto in mano il referto di un medico che descriveva i risultati di due giorni di interrogatori della Guardia civil. Fermato con Mattin Sarasola, gennaio 2008, arrestati, condotti in montagna vicino a un fiume, sottoposti alla bañera, l'immersione della testa nell'acqua, fino quasi all'annegamento. Li tenevano per i piedi, racconta la denuncia. Poi il commissariato: botte fino a che una costola si spezza e fora un polmone. La bolsa, una guaina che viene applicata su naso e bocca fino all'asfissia. Poi il ricovero urgente, il referto, la pubblicità. Ane racconta piano. "Le denunce riguardano sempre il periodo di incomunicacion, cinque giorni in cui chi viene arrestato non ha diritto a mettersi in contatto con nessuno. Avrà solo le visite di un medico forense e di un avvocato di ufficio". Due figure che, dai racconti, escono come strettamente funzionali ai 'carnefici'. "La tortura - prosegue imperterrita Ane - ha lo scopo di indurre a firmare una dichiarazione in cui l'arrestato si fa carico di una serie di crimini, o indica come colpevoli altre persone". Le denunce contro i torturatori vengono spesso archiviate prima di arrivare al processo. Oppure "se i procedimenti vengono aperti, finiscono con lievi condanne per le forze di sicurezza, e poi l'indulto". Il dato: in trent'anni, settemila casi di denuncia per tortura, solo nei Paesi baschi.

Adesso Ane si aggira per gli uffici, parla al telefono, cerca una pratica. Si schernisce sulla vita privata: una ragazza di ventiquattro anni come tante altre, le piace il rock duro, divertirsi con gli amici. Ma cosa resta dentro di lei, dopo uno, due tre racconti di ore da incubo, che deve trascrivere parola per parola per costruire la struttura di una denuncia che sa che non andrà mai a buon fine? Quali paure nell'immaginario di chi descrive i meccanismi psicologici del terrore, dell'asfissia, delle violenze sessuali, dei bastoni infilati nell'ano, delle pistole introdotte nella vagina, del vomito fatto leccare sul pavimento, del pene tirato con una corda fino a farlo sanguinare, le finte esecuzioni.
"Abbiamo uno staff di psicologi, ci insegnano come reagire, come riuscire a far scivolare il racconto senza che si spezzi qualche cosa anche dentro di noi". I suoi genitori sono contenti di quello che fa. I suoi amici, dice, la sostengono. È per questo che ha studiato diritto, per fare l'avvocato e lavorare sui diritti umani.

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Dal 2003 la sinistra indipendentista è di fatto illegale. Dal 2007, di fatto, clandestina. Dal maggio 2007 a oggi sono più di duecento le detenzioni avvenute, con denunce di casi di tortura.
Ci sono oltre settecentocinquanta prigionieri politici fra Spagna e Francia. Decine di liste comunali messe fuori legge. Sempre a partire dall'unico peccato originale, la Ley de partidos che a detta del Decano degli avvocati del collegio di Bizkaia, Nazario Oleaga " è una legge senza basi giuridiche". Liste annullate in base, recita una sentenza del Tribunal Supremo, al principio di 'contaminazione' che evoca una lettura da apartheid. Un processo di pace fatto a pezzi. Ma c'è ancora una proposta di dialogo, politica, che rivendica soluzioni politiche, non armate. Gorka dice che andrà avanti, per ottenere il diritto a decidere del proprio futuro, per il diritto a presentare e votare la sua opzione politica . Non ha il cellulare, ha una mail più o meno coperta. E, a forza di riunioni nei caffè, beve solo decaffeinato. Sta lì, dritto. E al posto delle scarpe sembra avere nodose, e profonde, radici ben piantate.

 

Angelo Miotto

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