24/12/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Reportage d'apertura del numero di settembre della rivista di PeaceReporter

Dal nostro inviato
Enrico Piovesana


Retrovia del fronte di Mannar. Il sole alto arroventa l'aria umida, immobile sopra le risaie piatte punteggiate da rare palme spelacchiate. Le cicale cantano incuranti dei boati dell'artiglieria che bombarda senza sosta pochi chilometri più a nord, dove le forze governative cercano da mesi di sfondare le linee di difesa delle Tigri tamil in una guerra di trincea che ricorda quella del ‘15-‘18.

Anche i soldati, giovani singalesi con lo sguardo stanco, sembrano non far caso ai tuoni senza eco di questo temporale senza nuvole. Se ne stanno in piedi dietro una barriera fatta di terra, sacchi di sabbia e copertoni riempiti di cemento. Uno di loro, seduto su un minuscolo banchetto di scuola arrivato qui chissà come, tiene in una mano il suo T-56 - la versione cinese del Kalashnikov - e nell'altra una bottiglia d'acqua di plastica quasi vuota. Ci osserva senza parlare, come tutti i suoi giovani compagni d'armi. Nessuno di loro parla inglese. Ma lui si fa coraggio, si alza e ci viene incontro. È timido. Ci chiede una sigaretta portando due dita alle labbra. Delle sue parole afferriamo solo "Itàly" e "money", ma con i gesti riesce a farci capire che vorrebbe emigrare nel nostro Paese in cerca di un lavoro. Sorride imbarazzato e per chiarire che sarebbe disposto a qualsiasi occupazione, prende il suo fucile e, impugnandolo per la canna con due mani, lo dondola verso terra come fosse una scopa. Interviene un altro soldato che conosce qualche parola di inglese e ci fa da interprete. L'aspirante spazzino si chiama Pamu, ha diciannove anni, è figlio di contadini. Gli chiediamo se non è fiero di difendere la sua patria dai terroristi. Lui abbassa lo sguardo, poi spiega di essersi arruolato per la paga - duecento dollari al mese per chi accetta di venire al fronte - ma di aver poi realizzato che non vale la pena di farsi ammazzare. "Cosa ci faccio con i soldi quando sono morto!".

La paura di Pamu è fondata. In questa guerra d'altri tempi i soldati in prima linea cadono come mosche sui campi di battaglia: quasi cinquecento militari morti solo negli ultimi sei mesi. Un'ecatombe che prosegue da venticinque anni e che ogni anno spinge alla diserzione tra i quindici e i ventimila soldati. Poveri ragazzi singalesi di campagna, mandati a morire nelle risaie e nelle giungle del nord per "liberare il paese dai terroristi", cioè per uccidere ragazzi tamil poveri come loro che sono costretti a combattere per difendere la propria terra e la propria gente.
Dopo oltre due ore di attesa sotto il sole, di minuziose perquisizioni e di domande ripetute alla "Chi siete? Cosa portate? Un fiorino!", l'antipatico ufficiale al comando del checkpoint ci dice che dal quartier generale di Mannar ha avuto ordine via radio di non farci proseguire oltre: "Mi dispiace: questa è zona di operazioni e senza permesso del ministero della Difesa non si passa". Dopodiché dà un ordine a un soldato che sparisce dietro un bunker e riappare poco dopo, chissà da dove, con delle tazze di porcellana piene di tè al latte.

Una cortesia che non ci ripaga della delusione di non poter raggiungere il vicino campo profughi di Nanatan, dove si sono rifugiati centinaia di civili tamil fuggiti dal villaggio di Arippu, appena conquistato dall'esercito dopo pesanti bombardamenti aerei e battaglie campali. A Vavuniya, l'ultima grande città prima del fronte, Rohintha Priyadarshna, giovane avvocato singalese direttore della locale Commissione per i diritti umani, ci aveva mostrato la denuncia di alcuni sfollati di Arippu che raccontavano cosa era successo dopo l'arrivo dei soldati: i militari hanno appeso agli alberi e sui muri dei manifesti che invitavano tutti i giovani del villaggio che avessero ricevuto addestramento militare dalle Tigri tamil a presentarsi al comando per rispondere ad alcune domande. In molti sono andati: sono stati picchiati e torturati, e di alcuni non si sa più nulla.
L'ordine di dietrofront ci impedisce di incontrare anche il vescovo cattolico di Mannar, monsignor Joseph Rayappu. Un anziano e battagliero uomo di Chiesa che lo scorso aprile ha sfidato il governo di Colombo ordinando il trasferimento di una famosa statua della Vergine Maria in territorio ribelle, sotto protezione delle Tigri tamil, dopo che l'esercito aveva bombardato il santuario dove essa veniva venerata da oltre quattro secoli.

Torniamo quindi a Vavuniya. È abitata da popolazione tamil - in maggioranza sfollati provenienti dal nord - e di fatto occupata dall'esercito singalese. I blindati sfrecciano per le strade lasciandosi dietro nuvole nere di gas di scarico. Soldati con elmetto, mitra e giberne presidiano ogni incrocio con fortini protetti da sacchi di sabbia e filo spinato, e pattugliano le strade fermando e perquisendo senza sosta i passanti, giovani, donne, anziani. Dopo il tramonto, la città assume un'aria spettrale. Per le strade deserte, buie per la mancanza di illuminazione pubblica, rimangono solo militari, branchi di scheletrici cani randagi e qualche ubriaco inebetito dall'arrack, il rum locale ottenuto dalla linfa delle palme da cocco; gli unici suoni sono il canto dei grilli, i rombi sordi e lontani dei colpi di mortaio al fronte e i rotori degli elicotteri da combattimento che volano bassi e a luci spente verso le prime linee. Con il buio vige un coprifuoco non dichiarato ed entrano in azione i paramilitari: armi in pugno e volto coperto, fanno irruzione nelle case e rapiscono i giovani tamil sospettati di legami con le Tigri. "Succede ogni notte, qui in città e nei villaggi della zona", ci racconta Priyadarshna, il già citato direttore della Commissione diritti umani. "Le vittime di questi sequestri vengono interrogate e torturate per ottenere informazioni sui ribelli. Spesso vengono uccise o semplicemente spariscono nel nulla. Solo da questo distretto riceviamo in media una ventina di denunce di sparizione al mese, ma sicuramente sono di più: molti hanno paura di sporgere denuncia. Noi chiediamo alla polizia di indagare, ma non serve a niente perché i paramilitari sono protetti dal governo, lavorano per loro. Io stesso - ci dice il giovane direttore - sono stato minacciato di morte più di una volta. Chiunque in questo Paese osi difendere i diritti umani dei cittadini tamil rischia di fare una brutta fine, sia esso un politico, un giornalista, un avvocato, un prete".

Ne sa qualcosa l'onorevole Sivanathan Kishore, parlamentare dell'Alleanza nazionale tamil (Tna), più volte vittima di atti intimidatori e falliti attentati. Ci riceve in pareo floreale e a torso nudo nella sua casa-ufficio. E' un uomo grande e grosso, dai modi rudi ma dallo sguardo buono e intelligente. "Pochi mesi fa, di notte, i paramilitari hanno lanciato sei granate qui nel cortile d'ingresso, uccidendo una delle mie guardie. E non era la prima volta. Vogliono farmi paura, vogliono che smetta di denunciare in Parlamento le violenze, le persecuzioni e le discriminazioni che la mia gente subisce dal governo razzista e criminale di Colombo. Dovete sapere - spiega Kishore - che questa guerra, come tante altre, affonda le sue radici nel dominio coloniale britannico: gli inglesi, fedeli al principio del divide et Impera, scelsero di affidare l'amministrazione locale alla minoranza tamil piuttosto che alla maggioranza singalese. Ai tamil venne quindi insegnato l'inglese e garantito l'accesso alle università e a tutti i posti chiave nell'amministrazione pubblica, nell'esercito e nell'economia. Questo creò nei singalesi un forte risentimento, un senso di frustrazione e un desiderio di rivalsa che ebbe sfogo dopo l'indipendenza del 1948, quando i nazionalisti singalesi presero il potere e lo usarono per emarginare i tamil, epurandoli da tutti gli impieghi governativi e discriminandoli in ogni modo. Nacque così, come reazione, un sentimento nazionalista e indipendentista tra i tamil, che fu violentemente represso dagli apparati di sicurezza governativi. Il clima di scontro - spiega l'onorevole Kishore - crebbe fino a esplodere con i pogrom del ‘luglio nero' del 1983, quando folle di singalesi aizzate dal governo massacrarono in pochi giorni oltre mille tamil. Fu la scintilla della guerra civile: le Tigri per la liberazione della patria tamil (Ltte), il più forte movimento indipendentista dell'epoca, scatenò l'insurrezione armata nelle regioni tamil del nord e dell'est del Paese".

Da allora lo Sri Lanka è in guerra perenne, una guerra che ha ucciso finora oltre settantamila persone. Le speranze di pace suscitate dal cessate il fuoco del 2002 e dalla tregua ‘naturalmente' imposta nel 2004 dallo tsunami (che colpì le regioni tamil uccidendo più di trentamila persone), sono naufragate con l'avvento al potere nel 2005 del presidente nazionalista Mahinda Rajapaksa, deciso a percorrere fino in fondo la via militare rifiutando ogni dialogo con l'Ltte (Movimento di liberazione delle tigri tamil). Dal 2006 la guerra è ripresa, più feroce di prima: in meno di tre anni si contano circa quindicimila morti. Nel 2007 l'esercito ha riconquistato le regioni tamil sulla costa orientale e dall'inizio del 2008 è partita l'offensiva al nord, attualmente in corso.

Incontriamo un responsabile delle Nazioni Unite, un inglese che lavora da anni qui in Sri Lanka, soprattutto nei territori controllati dall'Ltte. Conosce a fondo la realtà di questo conflitto e accetta di parlarne. Ma, essendo un dipendente Onu, non vuole che il suo nome venga citato. "Questa è una guerra fottutamente sporca. Dal 2006 nessun giornalista straniero è riuscito a mettere piede a Vanni, la regione controllata dai ribelli. E anche per le Ong e per noi dell'Onu è sempre più difficile lavorare. Questa è l'unica zona di guerra al mondo, assieme ai Territori occupati palestinesi, dove il governo non riconosce libertà di movimento al personale delle Nazioni Unite e ci considera sostenitori dei ribelli solo perché, com'è normale, lavoriamo anche per supportare la popolazione che vive nelle zone controllate dalle Tigri. Il governo, semplicemente, non vuole testimoni dei crimini che sta commettendo contro la popolazione tamil. Mi riferisco in particolare ai bombardamenti aerei indiscriminati sui villaggi e ai sempre più frequenti e sanguinosi attentati contro i civili compiuti in territorio Ltte dalle forze speciali, delle cosiddette Unità di penetrazione profonda (Dpu): azioni terroristiche governative, di cui nessuno parla mai, a cui i ribelli rispondono puntualmente con gli attentati nel sud del Paese, che tutti invece conosciamo. Ma la cosa più grave dal punto di vista delle violazioni di tutte le convenzioni internazionali - continua il responsabile Onu - è quello che succede nei territori ribelli ‘liberati' o, sarebbe più giusto dire, occupati dall'esercito. La popolazione locale viene costretta a fuggire prima con la distruzione delle loro case, poi con i rastrellamenti e con i rapimenti, gli stupri, le torture e gli omicidi commessi dalle ‘squadre della morte', composte da ex-criminali che hanno barattato il carcere per il fronte. Si riconoscono, oltre che dalle brutte facce, perché non hanno nessun distintivo sulla mimetica e portano dei bandana in testa". A Vavuniya e a Batticaloa li avvisteremo più di una volta.

"Dopo aver cacciato la popolazione tamil - prosegue l'inglese - queste aree vengono dichiarate ‘Zone di massima sicurezza', poste sotto controllo militare e spesso ripopolate da gente singalese fatta venire dal sud e installata in insediamenti protetti da postazioni militari. Insomma, qui siamo di fronte a una politica di pulizia etnica e colonizzazione che, di nuovo, ricorda molto da vicino quel che accade in Palestina. Come se non bastasse, ultimamente gli sfollati tamil vengono rinchiusi in campi profughi governativi sorvegliati dalla polizia, i cosiddetti ‘centri di assistenza', dai quali possono muoversi solo con il permesso delle autorità". Ne avremo conferma pochi giorni dopo, riuscendo a intrufolarci nel centro di Punthoddam, fuori Vavuniya: una baraccopoli abitata da centinaia di profughi che vivono in condizioni drammatiche, senza nessuna assistenza da parte del governo, presente solo sotto forma di poliziotti armati che sorvegliano l'ingresso del campo.

"Non stupisce - osserva il britannico delle Nazioni Unite - che ormai i civili in fuga dai combattimenti preferiscano scappare a nord, all'interno del territorio controllato dall'Ltte, piuttosto che venire a sud in territorio governativo, dove sanno che verranno trattati come criminali, discriminati e perseguitati dalla polizia per il solo fatto di essere tamil provenienti dai territori ribelli".
"Ma perché - gli chiediamo - l'Onu non denuncia questa situazione, perché il Consiglio di Sicurezza non condanna il governo di Colombo?".
"Per vari motivi", risponde lui. "Innanzitutto Stati Uniti, Gran Bretagna, Europa, Israele, India, Russia, Cina sostengono il governo dello Sri Lanka nella sua ‘guerra al terrorismo' perché tutti questi Paesi fanno affari d'oro con la fornitura di armamenti all'esercito di Colombo. Poi ci sono i giacimenti petroliferi sottomarini recentemente scoperti al largo dei territori controllati dell'Ltte: un tesoro che fa gola a molti Paesi ma che non potrà essere sfruttato finché le Tigri non verranno sconfitte. Infine, unica ragione giustificabile, una condanna dell'Onu comporterebbe per rappresaglia l'immediata cessazione delle nostre attività in questo Paese, e a farne le spese sarebbe proprio la popolazione tamil. Comunque, qualcosa si sta muovendo: dopo le crescenti denunce delle organizzazioni internazionali per i diritti umani, a maggio lo Sri Lanka è stato buttato fuori dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite".

Colombo, la capitale, è una brutta e caotica metropoli sorta in epoca coloniale attorno a piantagioni di cannella. Il centro storico, dove si trovano i palazzi del governo, è un quartiere morto, deserto, militarizzato, chiuso al traffico e ai pedoni da barricate di ferro, cavalli di frisia e filo spinato sorvegliati da decine di soldati e poliziotti. Negozi e ristoranti hanno le serrande sbarrate chissà da quanti anni. Per le strade sfrecciano solo le auto blindate di qualcuno degli ottantacinque ministri del governo, scortate da jeep piene di soldati con i mitra puntati verso i marciapiedi.

"Il governo chiede sacrifici alla popolazione per sostenere lo sforzo bellico, raddoppia da un giorno all'altro i prezzi di benzina e trasporti pubblici e vieta gli scioperi accusando i sindacati di aiutare il terrorismo", ci dice Vedivel Thevaraj, direttore di Virakesari, principale giornale tamil. "Ma intanto Rajapaksa ha appena ordinato in Germania otto Mercedes blindate extralusso per quattrocento milioni di dollari! Questo è il nostro governo: massacra noi tamil, ma opprime e affama anche i singalesi, in nome della guerra". Com'è possibile che non esista un movimento per la pace, nemmeno negli ambienti religiosi buddisti? "Non esiste perché la gente è vittima della martellante propaganda governativa, che diffonde l'odio e la paura verso i tamil e infonde la falsa convinzione che il nemico sarà presto sconfitto e che quindi basta avere un po' di pazienza. I buddisti? Qui in Sri Lanka il buddismo è religione di Stato e simbolo dell'identità nazionale singalese: il clero buddista è filo-governativo, ultranazionalista e profondamente razzista. I monaci si sono sempre opposti duramente a qualsiasi trattativa con i tamil e hanno contrastato, anche con la forza, ogni timida manifestazione di pacifismo all'interno della società singalese. So che per l'idea che avete voi in Occidente del buddismo questo vi pare assurdo, ma qui le cose, purtroppo, stanno così. In questo Paese la pace non sembra avere molte speranze".

Enrico Piovesana

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