19/12/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Venezuela, il mare di petrolio nel sottosuolo del Paese rende il Paese fra i più economicamente interessanti del momento

 

L'aria abitualmente dolce del lago di Maracaibo diventa irrespirabile una volta giunti a campo El Prado a Tia Guana, importante centro industriale del settore petrolchimico del Paese. Cambia anche il panorama. Le piante tropicali, le casette dai mille colori in stile coloniale e il verde lussureggiante lasciano spazio a immense colate di cemento, piccole palazzine, enormi hangar industriali.

Maracaibo è la capitale dello stato di Zulia, il più occidentale degli stati venezuelani. La città è famosa per un noto motivetto anni sessanta che descriveva la forza del mare che la circonda. Ma a Maracaibo il mare non c'è. C'è però un immenso lago sovrastato dal più lungo ponte dell'America Latina. Lo stato di Zulia è amministrato da Manuel Rosales, considerato il vero leader dell'opposizione politica al presidente Hugo Chavez. I rapporti fra i due sono pessimi e a risentirne è evidentemente anche l'economia di Maracaibo e in generale di tutto lo stato che come racconta Rosales "Non riceve nulla di quello che produce. Tutto viene mandato a Caracas e là viene gestito. A noi non arrivano nemmeno i finanziamenti per il sostentamento delle strutture della regione. Credo che sia una questione politica". Un cenno con la mano e una pacca sulla spalla indicano che è arrivato il nostro momento: un balzo sulla barca, la numero 0647, e via a curiosare fra i pozzi di petrolio, vere e proprie miniere d'oro.

Le onde causate dalle imbarcazioni di passaggio nel lago sbattono violentemente contro la chiglia della lancia messa a disposizione da Pdvsa (Petroleo de Venezuela, la compagnia petrolifera statale) per visitare i pozzi di petrolio che si trovano a centinaia nel lago. Le acque sono inquinate: vicino ai pozzi che pompano greggio e gas naturale assumono un colore innaturale tendente al verde e rilasciano un cattivo odore oltre che una strana alga, simile alla mucillaggine. Lo sanno bene anche i pescatori che vivono da queste parti: "La pescosità del lago è andata via via diminuendo nel corso degli anni. Il lago sta morendo è sotto gli occhi di tutti. Non ci sono più tanti pesci e il nostro lavoro e di conseguenza il nostro sostentamento è seriamente pregiudicato", raccontano dai banchi ormai semivuoti del mercato ittico di Maracaibo.

L'aria emana una forte puzza, mai sentita prima. La prima impressione è quella di respirare qualcosa di chimico, di cancerogeno che nulla ha a che fare con la purezza dei luoghi intorno a Tia Guana. E' l'odore del petrolio. Difficile abituarsi. L'odore del greggio avvolge tutto e tutti: gli abiti si impregnano e l'aria sembra non contenere ossigeno. Gli occhi si arrossano e diventano gonfi. Si fatica a respirare. La sensazione è strana e un senso di vertigine prende possesso del corpo. Bisogna anche fare molta attenzione: i pozzi, i bilancini e la gran parte di quello che serve per l'estrazione del greggio si trova in mezzo al lago. L'unico modo di raggiungerli è un'imbarcazione. Le piattaforme non sono state costruite a pelo d'acqua ma hanno un'altezza di qualche metro in modo da evitare che la furia delle acque in tempesta le possa sommergere. Ma campo El Prado è uno dei complessi petroliferi più importanti del Venezuela. "Quest'area industriale è molto grande. In acqua si estende su un'area di ventitré miglia marittime per cinquantaquattro" raccontano gli impiegati di Pdvsa. "Qui siamo in grado di produrre 420 mila barili di greggio al giorno e in pratica generare in un anno poco meno del 15 percento dell'economia nazionale. In questo campo si lavora ventiquattro ore su ventiquattro, con turni di otto ore e vi sono impiegate almeno mille seicento persone". "Si stima che nel Lago di Maracaibo ci possano essere riserve petrolifere per i prossimi settanta-cento anni - dicono i tecnici della compagnia statale- Ma le perforazioni e le installazioni sono in continuo aumento".

Ovunque macchie nere di petrolio: sulle scale che portano in cima ai pozzi e sulle piattaforme. Gli operai che hanno appena terminato il turno di notte sbarcano dalle lance che li riportano a terra dopo una notte di lavoro all'interno dei pozzi. I loro volti sono visibilmente affaticati. Le divise color arancio (tutte uguali per ingegneri, operai e tecnici) sono sporche all'inverosimile di petrolio e le scarpe antinfortunistiche, una volta di colore chiaro, lasciano orme nere come la pece nei camminamenti della zona di sbarco. Tutti i dipendenti, non appena messo piede a terra si tolgono dal capo il caschetto di plastica d'ordinanza che accumula un calore spaventoso, insopportabile se non si è abituati. Ognuno di loro ha comunque un sorriso soddisfatto sul viso: un po' perché hanno finito la loro giornata lavorativa, un po' perché sanno di lavorare per il bene del paese. L'importanza economica del settore industriale petrolifero venezuelano ha una eco internazionale. Dal sindaco di Londra, Ken Livingstone (conosciuto come Ken il rosso) alla Cina del miracolo economico fino ad arrivare all'Iran del discusso Ahmadinejad, tutti fanno a gara per diventare partners di Chavez. Anche rischiando critiche durissime provenienti del mondo politico internazionale. Su tutti gli Usa che pur essendo i primi compratori del petrolio di Chavez criticano chiunque gli si avvicini.

Negli ultimi mesi, infatti, Pdvsa e il governo venezuelano hanno firmato accordi di fornitura di greggio con tutti questi paesi. Un milione di barili al giorno verso la Cina entro il 2011:questo l'ambizioso progetto venezuelano. A tutt'oggi il greggio del paese sudamericano, considerato di primissima qualità, stipato in circa 200 mila barili arriva nei mercati asiatici tutti i giorni. L'accordo stipulato a Caracas alla presenza dei vertici politici venezuelani e del viceministro della Sviluppo e della Riforma cinese Zhang Xiaoqiang, è da considerarsi a tutti gli effetti uno dei più importanti mai stipulati da quando l'ex colonnello Chavez è salito al potere. Ma la collaborazione fra Pechino e Caracas non è certo storia attuale. Da diverso tempo, infatti, Chinaoil, China National Petroleum Company e altre aziende del settore energetico lavorano su territorio venezuelano su importantissimi progetti bilaterali nella Faja del Orinoco, dove si stima esista la più grande riserva petrolifera del pianeta. Ad accompagnarci nella visita ai pozzi nel lago Arnoldo Valbuena, responsabile delle attività di comunicazione di Pdvsa, la compagnia petrolifera venezuelana. Arnoldo ha mal di schiena per via dei continui spostamenti in barca all'interno del bacino: se a terra l'umidità è altissima, all'interno del lago lo è ancora di più. Facile immaginare che non solo lui sia soggetto a frequenti dolori dovuti all'artrite. "Gli operai, per la maggior parte giovani, lavorano sulle piattaforme muniti di sofisticatissimi computer che controllano che tutto vada per il verso giusto. Ormai le tecniche di estrazione e controllo sono quasi tutte automatizzate". La tecnologia ha fatto passi da gigante. Eppure, raccontano gli operai che in equilibrio precario lavorano sulla piattaforma "è molto pericoloso lavorare in queste installazioni. Per una piccola distrazione si rischia di cadere in acqua". Per questo è obbligatorio allacciarsi in vita un giubbotto salvagente.

Le piattaforme petrolifere hanno diverse dimensioni ma in generale non sono più grandi di 30 metri quadrati. Esattamente al centro c'è un bilancino che pompa greggio in continuazione dalle viscere della terra. Sono costruzioni incredibili le piattaforme che si innalzano nel lago di Maracaibo, come se fossero grattacieli nel deserto. Le onde del lago che si infrangono sui piloni di cemento che le sostengono non sembrano scalfire le imponenti costruzioni. Quella su cui saliamo è di acciaio inossidabile ma non si direbbe. E' completamente ricoperta di petrolio e assume un colore decisamente diverso da quello dell'acciaio. Oltre ai pozzi di greggio qui si estrae gas. Per mezzo di una fitta rete di condutture, il gas viene lavorato e destinato all'industria petrolchimica. Un cenno di Arnoldo al pilota della barca indica che è arrivato il momento di tornare a terra. "Adesso andremo a vedere le diverse fasi di lavorazione del petrolio". A dieci minuti di distanza da campo El Prado c'è l'installazione dove converge tutto il greggio estratto nel lago. Enormi taniche da 150 mila barili di portata sono piene di "oro nero".

Una fittissima rete di condutture fa confluire il gas e il petrolio in questa installazione industriale d'ultima generazione. Enormi vasche interrate lasciano intravedere il petrolio e la sensazione è davvero impressionante. Un rubinetto piccolissimo allacciato ad una specie di tanica una volta aperto lascia fuoriuscire il petrolio: nero, nerissimo. Corposo, oleoso. La curiosità di toccarlo e sentirne l'essenza è enorme. La mano piano piano si bagna dell'oro nero tanto desiderato al mondo. E' unto, puzza e sembra essere frizzante per via delle bollicine che lo animano fino quasi a renderlo vivo. Difficile riuscire a pulirsi. Nemmeno strofinando forte la mano sulla terra secca presente nell'area. Le unghie delle mani ormai hanno bisogno di un ‘trattamento particolare' così come gli abiti. E pensare che al mondo si fanno guerre per questo liquido antichissimo che in alcune zone di questo splendido paese fuoriesce dal terreno in maniera del tutto spontanea. Dalla cima di un albero all'interno dell'area industriale un paio di enormi volatili, forse cormorani, sospettosi e curiosi sembrano salutarci con i loro versi come se stessero controllando quello che accade.

 

Alessandro Grandi

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