19/12/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Allievi picchiati a morte, droga, incontri truccati. Il declino di uno sport non più 'sacro'

La recente condanna di tre lottatori di sumo, responsabili della morte di un giovane allievo diciassettenne a colpi di bottigliate e mazze da baseball, ha riaperto in Giappone il dibattito sulla violenza, la corruzione, il doping e i legami con la criminalità organizzata nello sport più sacro e rispettato del Paese.

Il sumo non è infatti, in Giappone, solo una pratica sportiva, ma un motivo di vanto e onore per un Paese da sempre diviso tra modernità e tradizione. Rituale sacro che gli occidentali spesso faticano a comprendere, la lotta a mani nude tra due individui in mutande rappresenta un'affascinante miscela di strategia, stile e spiritualità. Per 2 mila anni il sumo ha incarnato i valori di onore, modestia, coraggio personale, dignità. Oggi, il sumo è scosso dallo scandalo.

L'episodio di Takashi Saito, deceduto nel giugno 2007, aprì una crisi improvvisa e acuta non solo nella Federazione nazionale, la cui intoccabilità venne scalfita dalle parole del Premier Fukuda, che esortò "a fare pulizia al suo interno senza indugi", ma provocò la delusione di migliaia di fan che vedevano nei loro campioni modelli di vita da imitare, oltre che da adorare. Al centro delle polemiche, in quel frangente, le durissime pratiche di allenamento che spesso sfociano in nonnismo. I responsabili della morte del diciassettenne, tutti tra i 23 e i 26 anni, sono stati condannati fino a tre anni di carcere, ma se la caveranno con la condizionale perchè 'hanno obbedito agli ordini' del loro allenatore, secondo quanto stabilito dalla Corte. Nei centri di allenamento, sottoposti a indagine da parte della Federazione, furono trovate mazze da baseball e altri strumenti atti a 'punire' chi sgarra o a verificare le capacità di resistenza al dolore degli allievi.

Ma oltre alla spartana disciplina e alle pratiche violente, attorno al sumo ruota un mondo di droga, incontri truccati, mafia. Fu un libro uscito nel 1996 che squarciò il velo di omertà e segreto entro il quale l'attività dei lottatori era stata sempre celata. Onaruto Oyakata, l'autore del libro, era un lottatore in pensione. Seichiro Hashimoto il vice-presidente di un famoso fan-club, da sempre critico della Federazione. Entrambi morirono nello stesso ospedale, secondo i medici a causa di una polmonite. Tre giorni prima del decesso, Onaruto avrebbe dovuto presentare in conferenza stampa il libro 'Incontri truccati', nel quale prometteva di descrivere i lucrosi legami tra i membri della Federazione e la yakuza, la mafia giapponese. Prima della conferenza Onaruto denunciò un piano per avvelenarlo, per 'tappargli la bocca'. Se ciò avvenne, parlò per lui il suo libro, che uscì postumo. In esso si parla di campioni che truccavano gli incontri, eludevano le tasse, fumavano marjiuana, pagavano i mafiosi per procurargli prostitute e incassavano parte dei proventi di un ampio giro di scommesse clandestine. Le scommesse sul sumo in Giappone sono illegali. Per questo i lottatori affidavano alla yakuza il controllo. Onaruto sosteneva che il crimine organizzato è il principale sponsor del sumo, e che, all'epoca, 29 dei 40 più famosi lottatori accettavano un compenso per far vincere i loro avversari.

Dopo il libro, acquistato da centinaia di migliaia di fan, molti giapponesi dettero sfogo a tutta la loro delusione cominciando ad allontanarsi dagli incontri, e le famiglie divennero sempre più riluttanti a mandare i propri figli nelle palestre. Nonostante il sumo sia ancora considerato lo sport nazionale, i veri padroni della disciplina sono diventati negli ultimi anni lottatori 'gaijin', stranieri. I padroni della disciplina sono oggi mongoli, gli unici due 'yokozuna', grandi campioni, al vertice della gerarchia.

Luca Galassi

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