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Il Golkar, partito dell’ex dittatore Suharto (1964-’98) ha vinto le
parlamentari il 5 aprile scorso. Il suo braccio destro ed ex generale
Wiranto è dato favorito alle presidenziali del 5 luglio. Si può dire
che in Indonesia è in pericolo la democrazia? No. Queste elezioni,
anzi, sono la dimostrazione concreta della maturità democratica del
Paese. Il Golkar, inoltre, è un vincitore mancato. Rimane inchiodato
alla stessa percentuale di consensi (21 per cento dei voti) delle
precedenti elezioni. Questa situazione dipende dalla caduta del Partito
democratico di lotta della presidente Megawati Sukarnoputri che vinse
le elezioni nel ’99. Non si può affatto parlare di un pericolo per la
democrazia, perché c’è una ri-distribuzione interessante del voto.
Ma nell’elettorato sembra esserci una nostalgia per un governo
autoritario… E’ un’impressione imperfetta. C’è piuttosto delusione nei
confronti di Megawati Sukarnoputri che doveva essere espressione di un
governo democratico, ma non lo è stata.
Quali errori ha fatto Megawati? I tempi sono cambiati rispetto al ’99.
Allora Megawati vinse grazie a un partito laico con una base giavanese*
che ricordava l’esperienza politica negli anni ‘50 del padre Sukarno,
fondatore della Repubblica Indonesiana e fautore dell’indipendenza. Ma
oggi l’elettorato è deluso: considera Megawati priva di abilità
politica e di carisma. Non a caso negli ultimi tempi si sono affermati
personaggi più carismatici legati al passato regime. Tra questi
Yudhoyono, leader del Partito democratico. Un outsider che è riuscito a
raggiungere nelle parlamentari di aprile un risultato eccellente, il
7.5 per cento dei voti.
Chi è Yudhoyono? E’ un individuo navigato, ex generale che ha riformato
le Forze armate in modo cauto. Con questa azione è riuscito a
convogliare molti voti dei delusi di Megawati e di potenziali elettori
del Golkar. E’ il tipico generale, esponente del vecchio regime andato
in pensione e resosi libero per attività politiche. Il ruolo dei
militari nei Paesi del Sud est Asiatico come la Thailandia è eccessivo
dal punto di vista occidentale perché tende a sconfinare
nell’amministrazione pubblica e negli affari economici. In Indonesia
era sancito dalla “dottrina della doppia funzione”. Suharto negli anni
’60 la ridefinì per imporre il suo potere personale. Lui però non fu un
dittatore come potevano esserlo Mussolini o Hitler.
Perché? Quali sono le differenze tra la dittatura asiatica di Suharto e
quelle occidentali nazi-fasciste? I militari fino al ‘98 non erano un
blocco di sudditi del dittatore, ma un centro di interessi complessi. E
Suharto era l’uomo più prestigioso, connesso ai punti nevralgici del
potere militare. Il più adatto a rappresentare un Esercito molto
differenziato al suo interno. La vita politica, dunque, si incarnava
nelle Forze armate che controllavano tutti gli altri apparati:
amministrazione pubblica ed economia. Gli ufficiali sostituivano i
burocrati e nelle zone sotto-popolate del Borneo e della Nuova Guinea,
operavano società a loro legate. Un’altra differenza è che sotto
Suharto continuarono ad esserci le elezioni e un sistema tripartitico,
anche se il Golkar prendeva sempre i due terzi dei voti.
Dopo la caduta di Suharto nel ’98 cosa è accaduto? Il generale
Yudhoyono si è offerto per attuare una transizione in cui i militari
conservano, pur cedendo alcune prerogative, un ruolo importante nella
vita politica indonesiana. Di fatto gli esponenti dell’esercito rompono
il patto con i musulmani ortodossi (santri) e si legano agli islamici
secolarizzati (abangan)* sostenitori di Megawati. Si tratta di un
compromesso: i militari, da una parte, mantengono l’ultima parola su
alcuni temi - come quello dell’unità nazionale – e dall’altra si
riorganizzano, separando per esempio la polizia dalle Forze armate.
Cedendo 200mila uomini, hanno fatto un primo passo verso la
smilitarizzazione.
Che influenza hanno oggi i militari? Ancora oggi in Indonesia i
militari non possono essere subordinati al potere politico, come nelle
democrazie occidentali, ma hanno comunque meno poteri rispetto
all’epoca di Suharto.
Abbiamo parlato del successo di Yudhoyono. Ma chi è il favorito alle
presidenziali? Non posso fare previsioni. Il quadro attuale dei partiti
è estremamente complesso. Al governo in Indonesia non c’è solo il
partito di maggioranza, ma vengono rappresentati tutti i partiti. Nelle
elezioni di quest’anno se ne confrontano sette. Il più importante è il
Golkar. Secondo è il Partito democratico di lotta che ha perso il 15
per cento. Seguono il Ppp, il vecchio partito musulmano, quello del
Mandato nazionale e due nuovi: il Partito democratico di Yudhoyono e il
Partito della giustizia che hanno registrato un grande successo alle
parlamentari.
Yudhoyono potrebbe diventare presidente? Sì, se riesce a creare delle alleanze.
Adesso i militari per chi votano? Sempre per il partito della Megawati.
E il generale Wiranto, il grande favorito dai sondaggi accusato dalle
Nazioni Unite di crimini contro l’umanità per aver consentito
l’uccisione dei manifestanti a Timor est durante la rivolta
indipendentista del ’99? Non è detto che sarà il favorito. Sicuramente
è una figura “appariscente”: era il braccio destro di Suharto, anche se
fu proprio lui a farlo cadere. Ma il suo utilizzo dei gruppi
paramilitari a Timor Est per infierire sui civili e l’accusa mossa
dall’Onu potrebbero creare qualche problema. Dal punto di vista
interno, non gli faranno perdere voti perché l’elettorato indonesiano
non è rimasto scosso dal trattamento inflitto ai timorensi. In un certo
senso è abituato ad accettare le maniere forti usate in certe
situazioni di conflitto, come nella provincia settentrionale
dell’Aceh*. D’altra parte, la condanna di un tribunale internazionale
lo limiterebbe nello svolgimento delle sue funzioni; non potrebbe di
certo prendere un aereo per andare a New York dove scatterebbe
l’arresto.
Dalle sue parole si capisce che la situazione in Indonesia è molto
complessa e lontana dalla concezione occidentale di democrazia…
L’Indonesia è sicuramente una democrazia imperfetta. Dobbiamo, però,
tenere conto che si tratta di un Paese povero che esce da decenni di
autoritarismo. Riuscire a gestire a queste condizioni tre tornate
elettorali – le presidenziali probabilmente si svolgeranno in due turni
– è un fatto rispettabile.
Negli ultimi tempi nelle Molucche sono riesplose le tensioni tra
cristiani e musulmani con 38 morti. Mentre in Aceh* continua il
conflitto tra separatisti e forze governative. Stiamo assistendo a un
inasprimento della violenza? La violenza ha sempre caratterizzato la
realtà indonesiana. Anzi, dopo il ’98, paradossalmente è aumentata. Il
regime autoritario di Suharto, infatti, conteneva la criminalità e la
violenza privata. Oggi, invece, durante le elezioni si verificano
scontri tra comunità che sostengono partiti diversi. Ogni partito ha le
sue milizie. Ad esempio, il capo dei paramilitari al servizio della
Megawati fu l’esponente più significativo dei paramilitari colpevoli
dei fatti di Timor Est. Riguardo ai conflitti nelle Molucche, in Nuova
Guinea e in Aceh, c’è stata sicuramente una guida esterna che ha fatto
precipitare la situazione.
NOTE:
* la Sukarnoputri appartiene al gruppo maggioritario a Giava dei musulmani secolarizzati
* Abangan: musulmani secolarizzati; Santri: musulmani ortodossi
* Timor Est: nel '99 si svolge il referendum per l'indipendenza, ma
subito dopo il voto le forze armate contrarie, aiutate dall'esercito
indonesiano, uccidono circa mille civili in manifestazioni
pubbliche. Gran parte della popolazione si rifugia in Timor Occidentale
* Aceh: una delle prime province indonesiane adessere
islamizzate. Qui esiste un movimento separatista che rivendica il
sultanato
Francesca Lancini