27/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il professore Montessoro ci aiuta a capire la realtà del Paese musulmano più popoloso

MilitariIl Golkar, partito dell’ex dittatore Suharto (1964-’98) ha vinto le parlamentari il 5 aprile scorso. Il suo braccio destro ed ex generale Wiranto è dato favorito alle presidenziali del 5 luglio. Si può dire che in Indonesia è in pericolo la democrazia? No. Queste elezioni, anzi, sono la dimostrazione concreta della maturità democratica del Paese. Il Golkar, inoltre, è un vincitore mancato. Rimane inchiodato alla stessa percentuale di consensi (21 per cento dei voti) delle precedenti elezioni. Questa situazione dipende dalla caduta del Partito democratico di lotta della presidente Megawati Sukarnoputri che vinse le elezioni nel ’99. Non si può affatto parlare di un pericolo per la democrazia, perché c’è una ri-distribuzione interessante del voto.

Ma nell’elettorato sembra esserci una nostalgia per un governo autoritario… E’ un’impressione imperfetta. C’è piuttosto delusione nei confronti di Megawati Sukarnoputri che doveva essere espressione di un governo democratico, ma non lo è stata.

Quali errori ha fatto Megawati? I tempi sono cambiati rispetto al ’99. Allora Megawati vinse grazie a un partito laico con una base giavanese* che ricordava l’esperienza politica negli anni ‘50 del padre Sukarno, fondatore della Repubblica Indonesiana e fautore dell’indipendenza. Ma oggi l’elettorato è deluso: considera Megawati priva di abilità politica e di carisma. Non a caso negli ultimi tempi si sono affermati personaggi più carismatici legati al passato regime. Tra questi Yudhoyono, leader del Partito democratico. Un outsider che è riuscito a raggiungere nelle parlamentari di aprile un risultato eccellente, il 7.5 per cento dei voti.

Chi è Yudhoyono? E’ un individuo navigato, ex generale che ha riformato le Forze armate in modo cauto. Con questa azione è riuscito a convogliare molti voti dei delusi di Megawati e di potenziali elettori del Golkar. E’ il tipico generale, esponente del vecchio regime andato in pensione e resosi libero per attività politiche. Il ruolo dei militari nei Paesi del Sud est Asiatico come la Thailandia è eccessivo dal punto di vista occidentale perché tende a sconfinare nell’amministrazione pubblica e negli affari economici. In Indonesia era sancito dalla “dottrina della doppia funzione”. Suharto negli anni ’60 la ridefinì per imporre il suo potere personale. Lui però non fu un dittatore come potevano esserlo Mussolini o Hitler.

Perché? Quali sono le differenze tra la dittatura asiatica di Suharto e quelle occidentali nazi-fasciste? I militari fino al ‘98 non erano un blocco di sudditi del dittatore, ma un centro di interessi complessi. E Suharto era l’uomo più prestigioso, connesso ai punti nevralgici del potere militare. Il più adatto a rappresentare un Esercito molto differenziato al suo interno. La vita politica, dunque, si incarnava nelle Forze armate che controllavano tutti gli altri apparati: amministrazione pubblica ed economia. Gli ufficiali sostituivano i burocrati e nelle zone sotto-popolate del Borneo e della Nuova Guinea, operavano società a loro legate. Un’altra differenza è che sotto Suharto continuarono ad esserci le elezioni e un sistema tripartitico, anche se il Golkar prendeva sempre i due terzi dei voti.

Dopo la caduta di Suharto nel ’98 cosa è accaduto?
Il generale Yudhoyono si è offerto per attuare una transizione in cui i militari conservano, pur cedendo alcune prerogative, un ruolo importante nella vita politica indonesiana. Di fatto gli esponenti dell’esercito rompono il patto con i musulmani ortodossi (santri) e si legano agli islamici secolarizzati (abangan)* sostenitori di Megawati. Si tratta di un compromesso: i militari, da una parte, mantengono l’ultima parola su alcuni temi - come quello dell’unità nazionale – e dall’altra si riorganizzano, separando per esempio la polizia dalle Forze armate. Cedendo 200mila uomini, hanno fatto un primo passo verso la smilitarizzazione.

Che influenza hanno oggi i militari?
Ancora oggi in Indonesia i militari non possono essere subordinati al potere politico, come nelle democrazie occidentali, ma hanno comunque meno poteri rispetto all’epoca di Suharto.

Abbiamo parlato del successo di Yudhoyono. Ma chi è il favorito alle presidenziali? Non posso fare previsioni. Il quadro attuale dei partiti è estremamente complesso. Al governo in Indonesia non c’è solo il partito di maggioranza, ma vengono rappresentati tutti i partiti. Nelle elezioni di quest’anno se ne confrontano sette. Il più importante è il Golkar. Secondo è il Partito democratico di lotta che ha perso il 15 per cento. Seguono il Ppp, il vecchio partito musulmano, quello del Mandato nazionale e due nuovi: il Partito democratico di Yudhoyono e il Partito della giustizia che hanno registrato un grande successo alle parlamentari.

Yudhoyono potrebbe diventare presidente? Sì, se riesce a creare delle alleanze.

Adesso i militari per chi votano? Sempre per il partito della Megawati.

E il generale Wiranto, il grande favorito dai sondaggi accusato dalle Nazioni Unite di crimini contro l’umanità per aver consentito l’uccisione dei manifestanti a Timor est durante la rivolta indipendentista del ’99? Non è detto che sarà il favorito. Sicuramente è una figura “appariscente”: era il braccio destro di Suharto, anche se fu proprio lui a farlo cadere. Ma il suo utilizzo dei gruppi paramilitari a Timor Est per infierire sui civili e l’accusa mossa dall’Onu potrebbero creare qualche problema. Dal punto di vista interno, non gli faranno perdere voti perché l’elettorato indonesiano non è rimasto scosso dal trattamento inflitto ai timorensi. In un certo senso è abituato ad accettare le maniere forti usate in certe situazioni di conflitto, come nella provincia settentrionale dell’Aceh*. D’altra parte, la condanna di un tribunale internazionale lo limiterebbe nello svolgimento delle sue funzioni; non potrebbe di certo prendere un aereo per andare a New York dove scatterebbe l’arresto.

Dalle sue parole si capisce che la situazione in Indonesia è molto complessa e lontana dalla concezione occidentale di democrazia… L’Indonesia è sicuramente una democrazia imperfetta. Dobbiamo, però, tenere conto che si tratta di un Paese povero che esce da decenni di autoritarismo. Riuscire a gestire a queste condizioni tre tornate elettorali – le presidenziali probabilmente si svolgeranno in due turni – è un fatto rispettabile.

Negli ultimi tempi nelle Molucche sono riesplose le tensioni tra cristiani e musulmani con 38 morti. Mentre in Aceh* continua il conflitto tra separatisti e forze governative. Stiamo assistendo a un inasprimento della violenza? La violenza ha sempre caratterizzato la realtà indonesiana. Anzi, dopo il ’98, paradossalmente è aumentata. Il regime autoritario di Suharto, infatti, conteneva la criminalità e la violenza privata. Oggi, invece, durante le elezioni si verificano scontri tra comunità che sostengono partiti diversi. Ogni partito ha le sue milizie. Ad esempio, il capo dei paramilitari al servizio della Megawati fu l’esponente più significativo dei paramilitari colpevoli dei fatti di Timor Est. Riguardo ai conflitti nelle Molucche, in Nuova Guinea e in Aceh, c’è stata sicuramente una guida esterna che ha fatto precipitare la situazione.

NOTE:
* la Sukarnoputri appartiene al gruppo maggioritario a Giava dei musulmani secolarizzati
* Abangan: musulmani secolarizzati; Santri: musulmani ortodossi
* Timor Est: nel '99 si svolge il referendum per l'indipendenza, ma subito dopo il voto le forze armate contrarie, aiutate dall'esercito indonesiano, uccidono circa mille civili in manifestazioni pubbliche. Gran parte della popolazione si rifugia in Timor Occidentale
* Aceh: una delle prime province indonesiane adessere islamizzate. Qui esiste un movimento separatista che rivendica il sultanato

Francesca Lancini

 

Categoria: Politica
Luogo: Indonesia