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Da quattro giorni un odore acre di spazzatura annichilisce gli abitanti
della periferia di Manila. Il tanfo proveniente dalle smokey mountain,
montagne di rifiuti in mezzo a cui vivono nascoste come gatti centinaia
di persone, e dall’acqua putrida su cui galleggiano interi villaggi di
palafitte, è più forte del solito. Dopo giorni di piogge monsoniche,
l’afa ha reso l’aria ancor più irrespirabile. In queste baraccopoli, 3
milioni di abitanti campano frugando tra i rifiuti. Sono i poveri della
capitale a cui la presidente Gloria Arroyo aveva promesso nel 2001,
quando prese il posto del corrotto Estrada, di cancellare la miseria in
dieci anni . Tre anni più tardi, nel momento in cui l’Arroyo viene
rieletta presidente (20 giugno), gli emarginati delle Filippine – 40
per cento della popolazione – vivono in uno stato di attesa e
disillusione.
“Gloria ha vinto solo per un milione di voti in più rispetto al rivale
ed ex star del cinema Fernando Poe Junior”, dichiara padre Giovanni,
missionario dei Canossiani che vive a 400 metri dalla smokey mountain.
“Per strada i seguaci dell’attore, ancora fedeli all’ex dittatore
Marcos (1965-1986), hanno dato inizio ad alcuni tafferugli. Hanno
accusato l’Arroyo di brogli, ma non sono stati in grado di portare le
prove. Del resto, nelle Filippine tutti i politici sono colpevoli di
frode”. E’ il ritratto di un Paese in crisi dove “il caro vita sta
crescendo incredibilmente, si spendono – in occasione delle elezioni -
milioni di pesos per installare i computer e all’ultimo si fa saltare
tutto. Il sindaco di Manila, per esempio, non ha mai fatto nulla per
gli abitanti della smokey. I governanti sono criminali e noi preti
siamo in lotta con loro”.
Il completamento dei conteggi si è svolto al rallentatore in un clima
di incertezza e dopo settimane di tensioni politiche, con il governo
che lanciava gli allarmi di una possibile cospirazione. “Il risultato
elettorale è sintomatico di un Paese spaccato”, spiega Paolo Affatato,
giornalista tra i curatori della rivista Asia Mayor. “La presidente ha
vinto per un pugno di voti e adesso il Congresso dovrà ratificare il
dato fornito dalla commissione elettorale. Ci si aspetta un dibattito
acceso: l’opposizione vuole dare battaglia e si rischia anche un vuoto
di potere. L’Arroyo non ha ottenuto un’investitura popolare e per
questo vuole creare un governo di unità nazionale”.
“La conferma della presidente – continua Affatato - è comunque
incoraggiante perché significa una continuità sia in politica interna
che estera. L’Arroyo potrà proseguire il processo di
pacificazione con i movimenti guerriglieri e gode del sostegno degli
Stati Uniti e dell'Organizzazione della Conferenza Islamica
(OIC)”.
Resta poi la sfida della corruzione che è presente a ogni livello della
società filippina: “Una piaga endemica contro cui l’Arroyo ha lavorato
solo un poco, sostituendo alcuni ministri, ma senza far diminuire la
sfiducia della popolazione nel governo. Quello a Poe è stato un voto di
protesta. L’ex star ha raccolto i consensi delle fasce più povere,
mentre l’Arroyo - 57 anni, economista formata negli Usa e cattolica
praticante - resta la rappresentante della classe media”.
Intanto la comunità finanziaria, preoccupata da un’eventuale successo
di Poe, in quanto totalmente privo di esperienza politica, tira un
sospiro di sollievo. I mercati finanziari dovrebbero riprendersi in
fretta.
Nelle Filippine l’economia va a rotoli: i programmi di privatizzazione,
di miglioramento delle infrastrutture e di revisione del sistema
fiscale che dovrebbero avvicinare l’Arcipelago ai Paesi
neo-industrializzati dell'Asia Orientale, stridono con la diminuzione
della produzione (-2 per cento) e la contrazione degli investimenti
esteri (-37 per cento). Anche la riforma agraria, che avrebbe dovuto
abolire i latifondi, non è mai andata in porto. Un numero crescente di
filippini vive in miseria, il 23 per cento degli abitanti é denutrito e
il 30 per cento dei bambini (metà della popolazione) non ha accesso a
un’alimentazione adeguata.
“Le Filippine hanno registrato negli ultimi anni una crescita del 4 per
cento: un dato ottimo compromesso però dal pesante deficit e
dall’altissimo tasso di disoccupazione”, conclude Affatato. “ Poi c’è
la carenza degli investimenti stranieri per via dell’instabilità (i
conflitti con i gruppi indipendentisti). Tutto questo ha causato una
diaspora all’estero di 8 milioni di lavoratori. Tra l’altro, queste
sono state le prime elezioni in cui anche gli immigrati hanno potuto
votare”.