11/02/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



La riforma dei codici militari: intervista al generale Fabio Mini
scritto per noi da
Sergio Lotti 
 
La revisione dei codici militari di pace e di guerra sta diffondendo un certo allarme anche nelle alte sfere militari. Nella versione già approvata in senato, infatti, traspare un certo accanimento verso chi ha funzioni di comando. Reati che per i civili sono punibili con un’ammenda, per i militari comporteranno due ordini di penalizzazioni, quelle del codice e quelle previste dalla disciplina. Chi si prenderà la responsabilità di decisioni che potrebbero essere sanzionate, oltre che da un superiore, da un magistrato militare? Tanto più che può essere sottoposto oggettivamente al giudizio del magistrato anche per un operato condiviso dal superiore. Ma era proprio necessaria questa revisione? “Un adeguamento delle norme era necessario perché è cambiato il contesto internazionale, anche dal punto di vista giuridico” risponde il generale Fabio Mini, ispettore per il reclutamento delle forze di completamento, che assunse nel 2002 il comando delle operazioni di pace in Kosovo. “Negli ultimi anni, con le spedizioni all’estero, l’intero campo della guerra è cambiato, i soldati si possono trovare davanti un nemico non palese, il terrorista, il ribelle, comunque un avversario che non ha divisa o altri segni istituzionali riconoscibili.

Cominciamo dal codice di pace, generale. Dilatando la militarizzazione dei reati si viene a punire severamente ogni forma di protesta collettiva, persino il ricorso al tribunale amministrativo.
E’ vero, ma bisogna vedere perché si fa la protesta o il ricorso. Se chiunque può mettere in discussione le decisioni della sfera di comando, l’esercito non è più affidabile, specialmente ora che è stato abolito il servizio di leva. Se prima una certa comprensione poteva essere giustificata dalla transitorietà della leva, ora con l’esercito professionale bisogna fare più attenzione a non indebolire l’azione di comando.

Resta comunque il rischio di duplicazione dei procedimenti nei casi di concorso di colpa fra civili e militari. E’ in grado la giurisdizione militare di far fronte a questo enorme aumento del carico di lavoro?
Questo è realmente uno dei nodi da sciogliere. Tenendo presente che chi ha funzioni di comando diventa responsabile di tutto di fronte alle norme militari, anche delle prese della luce, si duplicano le spese, si allungano i tempi e la magistratura militare deve crearsi un professionalità che ora è concentrata su una serie circoscritta di reati. Un procuratore militare dovrà fare indagini che prima non faceva e un giudice dovrà giudicare sulla base di prove con caratteristiche e rilevanza per lui inusuali.

Passando al codice di guerra, non vede un assottigliamento fra lo stato di pace e quello di guerra che aggira in qualche modo la nostra costituzione, rischiando di legittimare l’uso della forza?
Il fatto che i soldati inviati in missione siano sottoposti a leggi di guerra non aggira la costituzione, il parlamento non è vincolato a dichiarare o meno lo stato di guerra dall’applicazione del codice penale di guerra. E comunque è una cosa che passa sopra le nostre teste. A noi militari, sapere che siamo sottoposti al codice di guerra ci facilita, certamente ci rassicura molto più che trovarci con il fucile in mano mentre vige il codice di pace. Per un comandante è importante poter dire ai suoi soldati: partiamo per questa missione, che comporta questi rischi, quindi siamo sottoposti al codice di guerra. Se poi la missione a livello politico viene considerata di pace, perché la nostra costituzione ripudia la guerra, è un discorso che non rientra nella nostra responsabilità. Noi dobbiamo essere pronti ad ogni evenienza. Del resto in futuro probabilmente nessuno dichiarerà più lo stato di guerra, per il diritto internazionale che si sta formando a rendere legittima la guerra basta lo stato di belligeranza.

Ma non le sembra che questa nuova tendenza, oltre a facilitare il ricorso alla guerra, rischi di comprimere oltretutto la libertà di informazione e l’operato delle organizzazioni non governative, sotto la minaccia costante di incriminazione?
In qualche misura può darsi, ma non si può negare il rischio che durante queste attività di informazione e assistenza umanitaria si possa mettere in pericolo la sicurezza dei militari. Per questo alcuni paesi, come gli Stati Uniti, nei territori delle operazioni di guerra sottopongono i giornalisti alle norme militari. Ma il pericolo non viene soltanto dalla diffusione di notizie pericolose. Mentre ero in Kosovo, per farle un esempio, una donna che faceva parte di un’ organizzazione non governativa aveva schedato nel suo computer un certo numero di disoccupati, specificando i contatti che ognuno di loro aveva avuto e le possibili destinazioni. Quando il computer le fu rubato, tutte queste informazioni, che in parte riguardavano anche il corpo di spedizione, finirono in mani sconosciute. In ogni caso, non solo l’aiuto umanitario disarmato è consentito, ma il regolamento dell’Aia, tuttora in vigore, impone a chiunque eserciti il controllo disicurezza su un territorio straniero il dovere di non depauperare la popolazione e di provvedere al sostentamento dei civili. Ed è una disposizione internazionale che prevale sul nostro codice di guerra. Quindi non credo che sia così facile incriminare chi si dedica agli aiuti umanitari.

 
Categoria: Diritti, Politica
Luogo: Italia