scritto per noi da
Sergio Lotti

La
revisione dei codici militari di pace e di guerra sta diffondendo un
certo allarme anche nelle alte sfere militari. Nella versione già
approvata in senato, infatti, traspare un certo accanimento verso chi
ha funzioni di comando. Reati che per i civili sono punibili con
un’ammenda, per i militari comporteranno due ordini di
penalizzazioni, quelle del codice e quelle previste dalla disciplina.
Chi si prenderà la responsabilità di decisioni che
potrebbero essere sanzionate, oltre che da un superiore, da un
magistrato militare? Tanto più che può essere
sottoposto oggettivamente al giudizio del magistrato anche per un
operato condiviso dal superiore. Ma era proprio necessaria questa
revisione? “Un adeguamento delle norme era necessario perché
è cambiato il contesto internazionale, anche dal punto di
vista giuridico” risponde il generale Fabio Mini, ispettore per il
reclutamento delle forze di completamento, che assunse nel 2002 il
comando delle operazioni di pace in Kosovo. “Negli ultimi anni, con
le spedizioni all’estero, l’intero campo della guerra è
cambiato, i soldati si possono trovare davanti un nemico non palese,
il terrorista, il ribelle, comunque un avversario che non ha divisa o
altri segni istituzionali riconoscibili.
Cominciamo
dal codice di pace, generale. Dilatando la militarizzazione dei reati
si viene a punire severamente ogni forma di protesta collettiva,
persino il ricorso al tribunale amministrativo.
E’
vero, ma bisogna vedere perché si fa la protesta o il ricorso.
Se chiunque può mettere in discussione le decisioni della
sfera di comando, l’esercito non è più affidabile,
specialmente ora che è stato abolito il servizio di leva. Se
prima una certa comprensione poteva essere giustificata dalla
transitorietà della leva, ora con l’esercito professionale
bisogna fare più attenzione a non indebolire l’azione di
comando.
Resta
comunque il rischio di duplicazione dei procedimenti nei casi di
concorso di colpa fra civili e militari. E’ in grado la
giurisdizione militare di far fronte a questo enorme aumento del
carico di lavoro?
Questo
è realmente uno dei nodi da sciogliere. Tenendo presente che
chi ha funzioni di comando diventa responsabile di tutto di fronte
alle norme militari, anche delle prese della luce, si duplicano le
spese, si allungano i tempi e la magistratura militare deve crearsi
un professionalità che ora è concentrata su una serie
circoscritta di reati. Un procuratore militare dovrà fare
indagini che prima non faceva e un giudice dovrà giudicare
sulla base di prove con caratteristiche e rilevanza per lui inusuali.
Passando
al codice di guerra, non vede un assottigliamento fra lo stato di
pace e quello di guerra che aggira in qualche modo la nostra
costituzione, rischiando di legittimare l’uso della forza?
Il
fatto che i soldati inviati in missione siano sottoposti a leggi di
guerra non aggira la costituzione, il parlamento non è
vincolato a dichiarare o meno lo stato di guerra dall’applicazione
del codice penale di guerra. E comunque è una cosa che passa
sopra le nostre teste. A noi militari, sapere che siamo sottoposti al
codice di guerra ci facilita, certamente ci rassicura molto più
che trovarci con il fucile in mano mentre vige il codice di pace. Per
un comandante è importante poter dire ai suoi soldati:
partiamo per questa missione, che comporta questi rischi, quindi
siamo sottoposti al codice di guerra. Se poi la missione a livello
politico viene considerata di pace, perché la nostra
costituzione ripudia la guerra, è un discorso che non rientra
nella nostra responsabilità. Noi dobbiamo essere pronti ad
ogni evenienza. Del resto in futuro probabilmente nessuno dichiarerà
più lo stato di guerra, per il diritto internazionale che si
sta formando a rendere legittima la guerra basta lo stato di
belligeranza.
Ma
non le sembra che questa nuova tendenza, oltre a facilitare il
ricorso alla guerra, rischi di comprimere oltretutto la libertà
di informazione e l’operato delle organizzazioni non governative,
sotto la minaccia costante di incriminazione?
In
qualche misura può darsi, ma non si può negare il
rischio che durante queste attività di informazione e
assistenza umanitaria si possa mettere in pericolo la sicurezza dei
militari. Per questo alcuni paesi, come gli Stati Uniti, nei
territori delle operazioni di guerra sottopongono i giornalisti alle
norme militari. Ma il pericolo non viene soltanto dalla diffusione di
notizie pericolose. Mentre ero in Kosovo, per farle un esempio, una
donna che faceva parte di un’ organizzazione non governativa aveva
schedato nel suo computer un certo numero di disoccupati,
specificando i contatti che ognuno di loro aveva avuto e le possibili
destinazioni. Quando il computer le fu rubato, tutte queste
informazioni, che in parte riguardavano anche il corpo di spedizione,
finirono in mani sconosciute. In ogni caso, non solo l’aiuto
umanitario disarmato è consentito, ma il regolamento dell’Aia,
tuttora in vigore, impone a chiunque eserciti il controllo disicurezza su un territorio
straniero il dovere
di non depauperare la popolazione e di provvedere al sostentamento
dei civili. Ed è una disposizione internazionale che prevale
sul nostro codice di guerra. Quindi non credo che sia così
facile incriminare chi si dedica agli aiuti umanitari.