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“Il 60 per cento dei filippini è malnutrito. Più della metà dei bambini
con meno di cinque anni muore. Spesso chi ha bisogno di un ricovero,
deve pagare una somma all’ospedale. Se non può, viene invitato a
tornare a casa e a morire in pace”. Sono parole dure e piene di
tristezza quelle che padre Giovanni, missionario dell’ordine dei
Canossiani nei sobborghi di Manila, ha usato per stendere un lungo
rapporto sulle Filippine, in occasione delle elezioni previste
per oggi, 10 maggio. Povertà e corruzione sono tra le piaghe principali
che affliggono il Paese. I numeri di Giovanni sono molto più gravi di
quelli delle statistiche ufficiali. Il prete li ha calcolati giorno per
giorno, stando accanto agli ultimi della terra che vivono sotto i ponti
come “uomini pipistrello” o accampati sulle rotaie di una stazione
abbandonata. O addirittura arrampicati sopra montagne di rifiuti, le
cosiddette “smokey mountain”.
La democrazia nelle Filippine è arrivata tardi, nel 1986, dopo 26 anni
di dittatura. Le elezioni continuano a scatenare tensioni e violenze:
almeno 24 candidati politici sono stati uccisi da rivali e gruppi
armati. Secondo la polizia nazionale, dal dicembre scorso sarebbero
morte più di cento persone. L’acquisto di voti, poi, è una pratica
endemica in tutte le isole dell’arcipelago. “In questi ultimi 20 anni i
governanti hanno rubato al Paese 48 miliardi di dollari americani”,
scrive il missionario riportando i dati della Banca Mondiale. “La
Morgan Stanley Research – prosegue – ha stimato, invece, che tra il ’65
e il 2001 ne sono volati via ben 204”. Secondo la Corte Suprema delle
Filippine, tra il ’65 e l’86, l’ex dittatore Marcos da solo avrebbe
nascosto 684 milioni di dollari nelle banche svizzere. L’ex presidente
Estrada, predecessore dell’attuale capo di Stato, Gloria Arroyo, è
stato costretto alle dimissioni con l’accusa di aver rubato alle casse
statali. Estrada è ancora in prigione, “una prigione dorata” – come si
dice qui – in attesa di essere giudicato. Per i crimini commessi,
potrebbe essere condannato a morte. Tuttavia, secondo un sondaggio, il
64 per cento della popolazione è favorevole all’amnistia.
La Bbc ha scritto che i candidati alla presidenza sembrano “i
protagonisti di uno spettacolo bizzarro”. Uno, Fernando Poe jr,
principale rivale dell’Arroyo, è un’ex stella del cinema locale. Un
altro, Panfilo Lacson, è un ex capo della polizia accusato
dell’esecuzione sommaria di 11 persone. “I filippini – dichiara il
missionario – non hanno capito la lezione impartita da Estrada, anche
lui con un passato da attore. Soprattutto i più poveri daranno il loro
voto a Poe, grande amico - tra l’altro - del presidente in carcere”.
Anche i sondaggi vanno in questa direzione: gli ultimi exit poll
assegnano a Gloria il 37 per cento dei voti e a Poe il 31. Quaranta
milioni di filippini sono chiamati a votare presidente, vicepresidente,
senatori, deputati e oltre 17mila amministratori locali, tra
governatori provinciali e consiglieri di villaggio. L’Arroyo, 56 anni,
economista formata negli Usa e cattolica praticante, è data per
vincitrice, anche se avrebbe perso gran parte della sua popolarità.
Nonostante la promessa della presidente di “cancellare 40 anni di
povertà in dieci anni (2001- 2011)”, un numero crescente di filippini
vive in miseria. E l’esperienza di Giovanni, che nelle baraccopoli di
Manila ha fondato una clinica per i più poveri e fa studiare tanti
bambini attraverso un progetto di adozioni a distanza, ne offre una
testimonianza. “Dieci milioni e 700mila filippini sono senza lavoro.
Anche i disoccupati sono vittime del taglieggio: per ottenere un
impiego, devono pagare una quota. Un impiegato guadagna sette euro al
giorno. Così, milioni di filippini, in maggioranza donne, finiscono in
vari Paesi del Primo Mondo a fare i lavori più umili. Tantissimi sono
medici, infermieri o insegnanti”. La popolazione, intanto, cresce a
vista d’occhio. “Alla fine del 2004 – dice Giovanni – potrebbe
aumentare di quattro milioni. I giovani sotto i 25 anni sono circa il
60 per cento”.
L’economia va a rotoli. La riforma agraria che avrebbe dovuto abolire i
latifondi, grandi appezzamenti terrieri nelle mani di pochi, non è mai
andata in porto. I ricchi, alcuni feudatari, sono il 20 per cento di
una popolazione affamata. Nelle baracche di lamiera sul porto di Manila
o nei villaggi sperduti del nord e del sud, insanguinati dalla
guerriglia separatista, mangiano solo riso e pesce secco. I bambini
giocano sulle palafitte portuali, bevono acqua putrida e respirano aria
inquinata. Le Filippine sono un Paese spogliato di quasi tutte le
risorse naturali. Il grigio della terra erosa e del cemento ha
sostituito il verde smeraldo delle antiche foreste subtropicali. “L’80
per cento della barriera corallina – si legge nel rapporto - è
danneggiata, 421 fiumi sono morti, ovvero prosciugati. Moltissimi laghi
sono sotto il livello naturale. L’inquinamento atmosferico nelle
maggiori città (Manila, Cebu, Cgayan De Oro e Davao) è tra i più alti
al mondo. Per combatterlo servirebbero opere di risanamento per 21
miliardi e mezzo di dollari. Poi c’è la crisi del riso, alimento base
per i filippini. I tifoni, le alluvioni alternate a periodi di siccità,
ne distruggono le coltivazioni. Perciò è necessario un vasto programma
di importazione, soprattutto dalla Thailandia e dal Vietnam. Molte
fabbriche hanno chiuso in questi ultimi anni, da quando sono cresciute
le importazioni dei beni di consumo. E’ vero che la globalizzazione
offre più affari agli imprenditori, ma i prodotti diventano più costosi
per i consumatori”.
Le elezioni dovrebbero essere una grande opportunità per risollevare le
sorti morali, politiche ed economiche del Paese, ma di fatto nelle
Filippine la democrazia è ancora lontana. E remote sembrano le speranze
che nel 1986 diedero vita al movimento pacifico e dirompente che fece
crollare la dittatura di Marcos, il People Power. “Oggi – aggiunge
padre Giovanni - molti politici propongono cambiamenti alla
Costituzione democratica dell’87. La giudicano troppo statica per
amministrare il Paese. Vorrebbero prolungare a sei anni la durata della
presidenza e soprattutto avviare riforme economiche. La rivoluzione del
People Power è stata un esempio per tutto il mondo di come si possa
abbattere una dittatura. Ma qualcuno nega ancora il suo valore. Un
ministro di Singapore, Lee Kuan Yew, ha detto che fu solo una
manifestazione di piazza”.
Le altre grandi questioni aperte sono quelle della guerriglia e del
terrorismo. Miseria e disperazione continuano a tener vive, dagli anni
’70, due rivolte armate nelle aree più degradate del Paese. Nell’isola
meridionale di Mindanao, dove è concentrata la minoranza musulmana (5
per cento di una popolazione in gran parte cristiana), combattono i
guerriglieri del Fronte islamico di liberazione moro (Mnlf). Mentre nel
nord montuoso e arretrato, è attiva la guerriglia maoista del Nuovo
esercito popolare (Npa). Dal 1991, il gruppo terrorista islamico, Abu
Sayyaf, compie attentati e rapimenti con l’obiettivo di instaurare uno
Stato islamico: da due anni centinaia di marine Usa combattono a fianco
dei soldati filippini per sradicare il terrorismo.
La violenza di frequente colpisce i civili. Per le strade delle città
continuerebbero a girare veri e propri squadroni della morte, milizie
private al soldo dei potenti. I rapimenti, a danno dei cittadini più
ricchi, sono all’ordine del giorno. Nel 2003 sono stati più di cento.
E’ in questo quadro che l’Arroyo ha voluto reintrodurre la pena di
morte, incontrando il favore di gran parte dell’opinione pubblica. Tra
il ’99 e il 2000 sette persone sono state uccise con iniezione letale.
“Le ho viste morire tutte. Sono stato l’ultima persona che hanno potuto
guardare e con cui hanno parlato. L’ultima con cui sono venuti in
contatto. Quando morirò saranno i primi che rivedrò”, racconta Robert
Olaguer, il cappellano dal penitenziario di Mantilupa, Manila.
L'associazione "Una mano aiuta l'altra", che collabora con padre
Giovanni, si occupa di dare un futuro ai piccoli di Manila grazie a un
programma di adozioni a distanza. “Circa 10 milioni di ragazzini
filippini– denuncia il prete - non vanno a scuola. Su 100 che iniziano
le elementari, solo 67 arrivano alla fine del sesto anno. Eppure le
Filippine sono il Paese asiatico dove c’è la più alta percentuale di
studenti”. Nonostante le terribili condizioni del sistema di
istruzione, “le classi hanno dai cinquanta alunni in su. I maestri
devono inventarsi il materiale didattico. Le scuole private, tenute da
cattolici e protestanti, sono tante, ma possono accedervi solo i
benestanti”.
Secondo il religioso, il Paese detiene anche, un altro triste primato:
il più alto numero di prostitute del Sud Est Asiatico Ancora una volta
sono bambini e donne a pagare il prezzo più alto.