10/05/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il rapporto di un missionario che vive tra le case di spazzatura di Manila

Baracche“Il 60 per cento dei filippini è malnutrito. Più della metà dei bambini con meno di cinque anni muore. Spesso chi ha bisogno di un ricovero, deve pagare una somma all’ospedale. Se non può, viene invitato a tornare a casa e a morire in pace”. Sono parole dure e piene di tristezza quelle che padre Giovanni, missionario dell’ordine dei Canossiani nei sobborghi di Manila, ha usato per stendere un lungo rapporto sulle Filippine, in occasione delle elezioni previste per oggi, 10 maggio. Povertà e corruzione sono tra le piaghe principali che affliggono il Paese. I numeri di Giovanni sono molto più gravi di quelli delle statistiche ufficiali. Il prete li ha calcolati giorno per giorno, stando accanto agli ultimi della terra che vivono sotto i ponti come “uomini pipistrello” o accampati sulle rotaie di una stazione abbandonata. O addirittura arrampicati sopra montagne di rifiuti, le cosiddette “smokey mountain”.

La democrazia nelle Filippine è arrivata tardi, nel 1986, dopo 26 anni di dittatura. Le elezioni continuano a scatenare tensioni e violenze: almeno 24 candidati politici sono stati uccisi da rivali e gruppi armati. Secondo la polizia nazionale, dal dicembre scorso sarebbero morte più di cento persone. L’acquisto di voti, poi, è una pratica endemica in tutte le isole dell’arcipelago. “In questi ultimi 20 anni i governanti hanno rubato al Paese 48 miliardi di dollari americani”, scrive il missionario riportando i dati della Banca Mondiale. “La Morgan Stanley Research – prosegue – ha stimato, invece, che tra il ’65 e il 2001 ne sono volati via ben 204”. Secondo la Corte Suprema delle Filippine, tra il ’65 e l’86, l’ex dittatore Marcos da solo avrebbe nascosto 684 milioni di dollari nelle banche svizzere. L’ex presidente Estrada, predecessore dell’attuale capo di Stato, Gloria Arroyo, è stato costretto alle dimissioni con l’accusa di aver rubato alle casse statali. Estrada è ancora in prigione, “una prigione dorata” – come si dice qui – in attesa di essere giudicato. Per i crimini commessi, potrebbe essere condannato a morte. Tuttavia, secondo un sondaggio, il 64 per cento della popolazione è favorevole all’amnistia.

Gloria Arroyo La Bbc ha scritto che i candidati alla presidenza sembrano “i protagonisti di uno spettacolo bizzarro”. Uno, Fernando Poe jr, principale rivale dell’Arroyo, è un’ex stella del cinema locale. Un altro, Panfilo Lacson, è un ex capo della polizia accusato dell’esecuzione sommaria di 11 persone. “I filippini – dichiara il missionario – non hanno capito la lezione impartita da Estrada, anche lui con un passato da attore. Soprattutto i più poveri daranno il loro voto a Poe, grande amico - tra l’altro - del presidente in carcere”. Anche i sondaggi vanno in questa direzione: gli ultimi exit poll assegnano a Gloria il 37 per cento dei voti e a Poe il 31. Quaranta milioni di filippini sono chiamati a votare presidente, vicepresidente, senatori, deputati e oltre 17mila amministratori locali, tra governatori provinciali e consiglieri di villaggio. L’Arroyo, 56 anni, economista formata negli Usa e cattolica praticante, è data per vincitrice, anche se avrebbe perso gran parte della sua popolarità.

Nonostante la promessa della presidente di “cancellare 40 anni di povertà in dieci anni (2001- 2011)”, un numero crescente di filippini vive in miseria. E l’esperienza di Giovanni, che nelle baraccopoli di Manila ha fondato una clinica per i più poveri e fa studiare tanti bambini attraverso un progetto di adozioni a distanza, ne offre una testimonianza. “Dieci milioni e 700mila filippini sono senza lavoro. Anche i disoccupati sono vittime del taglieggio: per ottenere un impiego, devono pagare una quota. Un impiegato guadagna sette euro al giorno. Così, milioni di filippini, in maggioranza donne, finiscono in vari Paesi del Primo Mondo a fare i lavori più umili. Tantissimi sono medici, infermieri o insegnanti”. La popolazione, intanto, cresce a vista d’occhio. “Alla fine del 2004 – dice Giovanni – potrebbe aumentare di quattro milioni. I giovani sotto i 25 anni sono circa il 60 per cento”.

L’economia va a rotoli. La riforma agraria che avrebbe dovuto abolire i latifondi, grandi appezzamenti terrieri nelle mani di pochi, non è mai andata in porto. I ricchi, alcuni feudatari, sono il 20 per cento di una popolazione affamata. Nelle baracche di lamiera sul porto di Manila o nei villaggi sperduti del nord e del sud, insanguinati dalla guerriglia separatista, mangiano solo riso e pesce secco. I bambini giocano sulle palafitte portuali, bevono acqua putrida e respirano aria inquinata. Le Filippine sono un Paese spogliato di quasi tutte le risorse naturali. Il grigio della terra erosa e del cemento ha sostituito il verde smeraldo delle antiche foreste subtropicali. “L’80 per cento della barriera corallina – si legge nel rapporto - è danneggiata, 421 fiumi sono morti, ovvero prosciugati. Moltissimi laghi sono sotto il livello naturale. L’inquinamento atmosferico nelle maggiori città (Manila, Cebu, Cgayan De Oro e Davao) è tra i più alti al mondo. Per combatterlo servirebbero opere di risanamento per 21 miliardi e mezzo di dollari. Poi c’è la crisi del riso, alimento base per i filippini. I tifoni, le alluvioni alternate a periodi di siccità, ne distruggono le coltivazioni. Perciò è necessario un vasto programma di importazione, soprattutto dalla Thailandia e dal Vietnam. Molte fabbriche hanno chiuso in questi ultimi anni, da quando sono cresciute le importazioni dei beni di consumo. E’ vero che la globalizzazione offre più affari agli imprenditori, ma i prodotti diventano più costosi per i consumatori”.

Le elezioni dovrebbero essere una grande opportunità per risollevare le sorti morali, politiche ed economiche del Paese, ma di fatto nelle Filippine la democrazia è ancora lontana. E remote sembrano le speranze che nel 1986 diedero vita al movimento pacifico e dirompente che fece crollare la dittatura di Marcos, il People Power. “Oggi – aggiunge padre Giovanni - molti politici propongono cambiamenti alla Costituzione democratica dell’87. La giudicano troppo statica per amministrare il Paese. Vorrebbero prolungare a sei anni la durata della presidenza e soprattutto avviare riforme economiche. La rivoluzione del People Power è stata un esempio per tutto il mondo di come si possa abbattere una dittatura. Ma qualcuno nega ancora il suo valore. Un ministro di Singapore, Lee Kuan Yew, ha detto che fu solo una manifestazione di piazza”.

Le altre grandi questioni aperte sono quelle della guerriglia e del terrorismo. Miseria e disperazione continuano a tener vive, dagli anni ’70, due rivolte armate nelle aree più degradate del Paese. Nell’isola meridionale di Mindanao, dove è concentrata la minoranza musulmana (5 per cento di una popolazione in gran parte cristiana), combattono i guerriglieri del Fronte islamico di liberazione moro (Mnlf). Mentre nel nord montuoso e arretrato, è attiva la guerriglia maoista del Nuovo esercito popolare (Npa). Dal 1991, il gruppo terrorista islamico, Abu Sayyaf, compie attentati e rapimenti con l’obiettivo di instaurare uno Stato islamico: da due anni centinaia di marine Usa combattono a fianco dei soldati filippini per sradicare il terrorismo.

La violenza di frequente colpisce i civili. Per le strade delle città continuerebbero a girare veri e propri squadroni della morte, milizie private al soldo dei potenti. I rapimenti, a danno dei cittadini più ricchi, sono all’ordine del giorno. Nel 2003 sono stati più di cento. E’ in questo quadro che l’Arroyo ha voluto reintrodurre la pena di morte, incontrando il favore di gran parte dell’opinione pubblica. Tra il ’99 e il 2000 sette persone sono state uccise con iniezione letale. “Le ho viste morire tutte. Sono stato l’ultima persona che hanno potuto guardare e con cui hanno parlato. L’ultima con cui sono venuti in contatto. Quando morirò saranno i primi che rivedrò”, racconta Robert Olaguer, il cappellano dal penitenziario di Mantilupa, Manila.

L'associazione "Una mano aiuta l'altra", che collabora con padre Giovanni, si occupa di dare un futuro ai piccoli di Manila grazie a un programma di adozioni a distanza. “Circa 10 milioni di ragazzini filippini– denuncia il prete - non vanno a scuola. Su 100 che iniziano le elementari, solo 67 arrivano alla fine del sesto anno. Eppure le Filippine sono il Paese asiatico dove c’è la più alta percentuale di studenti”. Nonostante le terribili condizioni del sistema di istruzione, “le classi hanno dai cinquanta alunni in su. I maestri devono inventarsi il materiale didattico. Le scuole private, tenute da cattolici e protestanti, sono tante, ma possono accedervi solo i benestanti”.

Secondo il religioso, il Paese detiene anche, un altro triste primato: il più alto numero di prostitute del Sud Est Asiatico Ancora una volta sono bambini e donne a pagare il prezzo più alto.

Francesca Lancini


 

Categoria: Elezioni
Luogo: Filippine