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Di Wei Jingsheng, 54 anni, colpisce subito il grande sorriso. Non si
direbbe che ha vissuto sulla propria pelle i capitoli più bui
dell’ultimo mezzo secolo cinese. A soli 16 anni, in piena Rivoluzione
Culturale, è tra i fondatori del primo movimento democratico e finisce
in campagna per un corso di “rieducazione”. Qui scopre la povertà
estrema delle zone rurali e gli orrori causati dal regime. Dieci anni
più tardi affigge a Pechino, sul cosiddetto “Muro della democrazia”,
dei pannelli che contestano il governo, e nel ’78 pubblica una rivista
di opposizione, “Esplorazioni”. E’ la fine della sua vita da uomo
libero.
“Proprio i giovani - dice Wei - sono le principali vittime della
repressione cinese. La cosa più grave della Rivoluzione Culturale è che
usava i giovani cinesi per i suoi scopi e in seguito ‘li gettava dietro
di sè’. Ricordo la ‘signora Mao’, come veniva chiamata la moglie di
Zedong. Era una donna terribile. Disse di essere vicina ai giovani, ma
una settimana dopo inviò la polizia ad arrestare alcuni ragazzi. Le
forze dell’ordine li misero in prigione e in seguito li inviarono nei
campi di lavoro. Tutto quello che riguardava Mao era una menzogna. Il 4
giugno dell’89 a piazza Tienanmen fu come rivedere gli episodi della
Rivoluzione Culturale. I giovani non devono farsi usare dalla
politica”.
Wei guarda con rammarico alla gioventù cinese di oggi: “Purtroppo
questi ragazzi non sanno nulla della nostra storia. Avrebbero delle
potenzialità perchè sono intelligenti e pieni di voglia di fare, ma non
hanno la consapevolezza. Non sanno, cioè, come sono arrivati fin qui,
attraverso diverse generazioni, e come si sono perduti. A loro vorrei
consigliare di studiare la storia, per crearsi una coscienza e capire
il presente, cosa hanno lasciato e cosa hanno guadagnato”.
Wei è stato tra i fondatori del movimento democratico cinese quando
aveva solo 16 anni. Se gli chiediamo come ha trovato a quell’età il
coraggio di ribellarsi e di rischiare la vita, risponde con ironia:
“Non so. Forse 'Dio' mi ha scelto!”. In realtà il segreto delle grandi
azioni di quest’uomo, come rivela lui stesso subito dopo, è nell’avere
al contempo “un senso di leggerezza e di responsabilità.”
“Sono sopravvissuto a 18 anni di prigione cercando di restare leggero,
ovvero di fare in modo che la mia anima non si appesantisse”, spiega.
“Se quando hai paura fai continuamente autocritica e pensi ogni giorno
a come salvarti, la vita si complica. I poliziotti più anziani della
prigione mi dicevano che ero strano – aggiunge con un sorriso - mi
chiedevano perché in quelle condizioni apparivo comunque contento. E mi
dicevano che loro si sentivano ‘appesantiti’ nell’anima. Il segreto sta
nell’essere coscienti e nell’accontentarsi di aver agito bene, di aver
fatto del proprio meglio”.
“Quando sei giovane – continua - hai una responsabilità verso la
società. Se una cosa ti piomba sulle spalle, la devi sostenere.
Altrimenti perdi l’occasione di migliorare la tua vita e quella della
società e sei perduto. Questo vale per i giovani di tutto il mondo”.
Secondo Wei, si deve agire in questo modo anche a rischio di perdere
tutto quello che si ha, “di vivere in esilio, nel dolore e in un mondo
sconosciuto. E pensando ogni giorno al proprio Paese”.