15/12/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Da un'inchiesta del Times

Non saranno contenti i sudditi della Regina Elisabetta per quanto scoperto dal quotidiano The Times: un pò delle tasse pagate dai contribuenti britannici finiscono nelle tasche dei talebani. Oltre Manica si parla già di "Taleban Tax". In realtà, se è vero quanto scritto da Tom Coghlan, non dovrebbero essere contenti neache i cittadini italiani, francesi e statunitensi. 

Il deposito di PeshawarFinanziare i taleban. Leggendo i risultati di un'inchiesta del Times, l'Occidente starebbe finanziando indirettamente la resistenza afghana, per mezzo di un giro di soldi (moltissimi) utili a garantire il transito sicuro ai convogli che riforniscono le basi Nato in Afghanistan. Di mano, in mano questi soldi arrivano ai comandanti talebani. I contratti di rifornimento carburante, equipaggiamento e alimentare sono detenuti da multinazionali. Il più delle volte il trasporto viene subappaltato ad aziende afgane o pachistane. Il rischio quando si attraversa il passo di Khyber è troppo alto e il tratto di strada  che porta da Kabul a Kandahar è tra i più pericolosi al mondo: gli attacchi e le imboscate lungo i quasi 500 chilometri di asfalto e sterrato sono all'ordine del giorno. Diversi titolari delle aziende di trasporto confermano che la pratica di pagare le bande armate per un trasporto tranquillo sia molto diffusa: circa il 25 percento delle somme elargite alle agenzie di sicurezza afgane finiscono nelle casse della resistenza. Considerato che chi si occupa di organizzare le scorte richiede 1.000 dollari per camion e che in media ogni convoglio è composto da 40-50 fino a 100 automezzi pesanti, è facile fare i conti.

Mangal BaghIl padrino Mangal. Ogni agenzia di sicurezza ha il suo "uomo-tramite", il contatto che negozia il transito. Qualcuna, a quanto pare, non ne necessita. Forse sarà solo una voce per screditare la concorrenza, ma sono insistenti le voci che circolano su un'azienda di trasporti della Valle del Panjshir, nel nord del Paese, secondo cui, questa, si servirebbe direttamente dei talebani come scorta, senza "intermediari". Sarebbero gli insorti a sedere a fianco dell'autista del capo-convoglio ad aprire la pista agli altri e a fare da passaporto nella provincia di Ghazni. Fino a 14 mesi fa le scorte erano sufficienti e non c'era bisogno di pagare nessuno. Le cose sono cambiate quando Mangal Bagh, un capo pashtun delle aree tribali pachistane che vanta il comando su 120mila uomini armati, ha cominciato a pretendere un "diritto di transito" per attraversare il passo Khyber. Non pagare vuol dire subire grandi perdite, come quando il 24 giugno scorso, 50 camion furono distrutti e sette autisti decapitati sul ciglio della strada. 
E la Nato? A quanto pare a Bruxelles non interessa. Il portavoce dell'Alleanza, James Gater, ha chiaramento detto che non ha importanza come arrivino le merci nelle basi: "Esistono accordi per i rifornimenti con due multinazionali europee; sono loro a dover gestire la pratica come meglio credono". 

Karachi - Kabul - Kandahar. Gli approvvigionamenti per le truppe in Afghanistan arrivano, per lo più, nel porto pachistano di Karachi da qui prendono due strade: quella del passo di Khojak, tra Quetta e Chaman, oppure quella del passo di Khyber. Da quest'ultimo valico di montagna transita il 70 percento dei rifornimenti Nato, 300 camion al giorno: facili prede degli uomini di Bagh. Le dimensioni del potere di controllo esercitato dai talebani è misurabile con il costante aumento di furti e distruzione di beni destinati alla Nato: 36 cisterne di benzina a marzo, 4 motori di elicotteri ad aprile, 50 camion in giugno. Tra il 7 e l'8 dicembre scorsi 260 tra container e camion sono stati dati alle fiamme da 200 miliziani che hanno fatto irruzione nel deposito di Peshawar L'ultimo attacco, sabato 13, sempre a Peshawar: 11 camion e 13 container incendiati. Il comando Usa, che ha accusato il colpo, ha commentato la notizia dicendo che "l'attacco ha avuto un'incidenza minima sulle operazioni in Afghanistan che continueranno a pieno regime". Ma intanto il Dipartimendo della Difesa Usa sta studiando percorsi alternativi attraverso Georgia, Azerbaijan, Turkmenistan e Uzbekistan. Senza quindi chiedere aiuto alla Russia, con cui la Nato aveva aveva avviato in primavera un negoziato per aprire una nuova strada di accesso, da nord, attraverso Kazakhstan e Uzbekistan. Ma la guerra d'estate tra Georgia e Russia ha cambiato le carte in tavola.

Nicola Sessa

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