L’Arabia Saudita, una monarchia assoluta basata sulla tradizione islamica, è
impegnata per la prima volta in 40 anni, nella celebrazione del rito pagano delle
elezioni democratiche. Si tratta di una consultazione amministrativa che il Principe
Abdullah ha concesso, nonostante la resistenza del clero ultraconservatore, alle
pressioni liberali interne e degli alleati stranieri.
8 milioni di aventi diritto. Secondo la legge elettorale saudita tutti i cittadini avrebbero il diritto di
partecipare al voto, ma alle donne tale diritto è stato negato proprio a causa
delle pressioni di clero e conservatori. Le autorità si sono trincerate dietro
il pretesto di “difficoltà tecniche”, intendendo con ciò che nel Paese ci sono
troppe donne ancora sprovviste di fototessere. In concreto, ci sono otto milioni
di donne che sono state private di un loro diritto e compensate solo con vaghe
promesse per il futuro.
Le donne in Arabia Saudita sono sistematicamente discriminate dalle istituzioni
che non riconoscono loro uno status di entità indipendenti e le considerano piuttosto
delle estensioni dei mariti. L’esclusione delle donne in queste amministrative
è stata criticata per mesi senza risultato. Il Saudi Institute, con sede negli
Stati Uniti, aveva lanciato una campagna per rimandare la consultazione di sei
mesi se non fosse stato concesso il suffragio femminile e Aisha Cain, analista
per i diritti umani dell’istituto, aveva scritto alle Nazioni Unite per protestare
contro il supporto elettorale fornito al governo saudita. Un sostegno, secondo
la Cain, che legittima indirettamente delle elezioni tenute in violazione della
Convenzione per l’Eliminazione di ogni forma di Discriminazione contro le Donne
(CEDAW), ratificata dal paese arabo nel 2000.
Voti a perdere.
Le perplessità su queste elezioni non riguardano solo l’esclusione
delle donne dal voto e dalle candidature: si tratta di una
consultazione solo parzialmente democratica perché solo il 50% dei
seggi è disponibile al pubblico –il resto verrà assegnato d’ufficio ai
quadri dell’oligarchia raccolta intorno alla famiglia reale. Inoltre,
una volta eletti i consigli municipali non avranno alcun potere
politico e si occuperanno soltanto di questioni pratiche, come la
manutenzione di strade e fognature.
Altre situazioni insolite sono invece conseguenze dell’assenza di partiti politici:
molti candidati indipendenti –capi tribali, imprenditori, militari e accademici
- hanno speso patrimoni per farsi pubblicità su giornali e manifesti, mentre nel
frattempo per le strade di Riyadh molti elettori si organizzavano come “Brokers”,
scambiando promesse di voti in cambio di danaro.

Nonostante le numerose candidature le previsioni di affluenza al voto sono scarse:
nel distretto della capitale ad esempio si dovranno eleggere 127 rappresentanti
tra 1800 candidati, mentre da parte dei votanti si sono registrati soltanto 150
mila uomini, un quarto degli aventi diritto. Forse dipende dal fatto che la democrazia
viene vista da molti come anti islamica, di certo lo scenario non è quello che
ci si aspetterebbe da un evento epocale come la prima consultazione elettorale
in quarant’anni.
Tuttavia secondo Abdulrahman al Habeeb, un accademico riformista saudita, pur
con tutti i limiti, queste elezioni “rappresentano una transizione fondamentale
e storica per noi perché, che il governo sia serio o meno, ha messo in moto un
processo che non sarà in grado di invertire”.
Ieri sul sito internet ufficiale del comitato elettorale saudita è comparso un
annuncio a sorpresa che diceva: “Donne e bambini potranno votare online”; un’epifania!
Peccato che aprendo l’articolo vi si legga: “Il risultato di tale voto non ha
alcuna relazione o effetto sull’elezione attuale, serve solo per raccogliere indicazioni
sulle loro preferenze e allo stesso tempo offrire alle donne la possibilità di
fare pratica con i loro diritti”.