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scritto per noi da
Matteo Fagotto
E' una fumata più nera che grigia, quella arrivata ieri dal summit dei ministri degli Esteri dell'Unione Europea riguardo alla possibilità di inviare una forza militare di intervento rapido in Kivu, la regione orientale congolese teatro di una guerra che, dallo scorso 28 agosto, ha provocato un numero imprecisato di morti e più di 250.000 sfollati. Nessuno dei 27 stati membri, a parte il Belgio, avrebbe infatti intenzione di impiegare i propri uomini in una missione che, se approvata, dovrebbe fungere da ponte in attesa dell'arrivo in Congo di 3.000 caschi blu dell'Onu, che andranno ad integrare i 17.000 già presenti e agli ordini della Monuc.
Ma più che di un fallimento, i ministri dell'Unione Europea e Javier Solana, il capo della diplomazia europea, hanno preferito parlare di una "prima discussione" tra gli stati membri, che difficilmente avrebbe potuto portare a qualcosa di concreto. Il problema però sembra essere più complesso: la resistenza degli stati, Gran Bretagna e Germania in primis, rende praticamente impossibile l'invio di una forza militare entro fine anno. Cosa ancora più grave, Londra e Berlino comandano gli unici due battaglioni di intervento rapido a disposizione attualmente dell'Unione Europea. Un loro rifiuto, in pratica, significherebbe l'abbandono del progetto, nonostante gli accorati appelli in senso contrario del Segretario Generale dell'Onu, Ban Ki-moon.
A frenare i Paesi europei è anche il fatto che i due battaglioni di intervento rapido non siano mai stati testati prima d'ora. A Bruxelles stanno così studiando altre possibilità, come quella dell'invio di una forza di interposizione simile a quella presente attualmente ai confini di Ciad, Sudan e Repubblica Centrafricana. In questo caso, però, i tempi si allungherebbero mentre, secondo quanto denunciato dalle associazioni dei diritti umani, i civili congolesi avrebbero bisogno di un'assistenza immediata. Proprio nei giorni scorsi, Human Rights Watch aveva denunciato le responsabilità dei ribelli capeggiati da Laurent Nkunda, che al momento controllano buona parte del Kivu, nel massacro di Kiwanja, un centro abitato in cui lo scorso mese 150 civili sarebbero stati uccisi all'indomani di scontri tra i ribelli e le milizie Mayi-Mayi, alleate del governo.
Almeno per il momento, quindi, i civili congolesi dovranno arrangiarsi, barcamenandosi tra le violenze perpetrate da esercito e ribelli e la latitanza della Monuc, che non riesce a pattugliare efficacemente un territorio così vasto come quello del Kivu. L'unica speranza è che i colloqui di pace, avviati questa settimana a Nairobi, portino a qualche risultato concreto. Il primo obiettivo è il raggiungimento di una tregua permanente tra esercito e ribelli (ma, in questo caso, non è chiaro se gli altri gruppi armati presenti nella regione sarebbero inclusi), che possa permettere di intavolare nuove discussioni in vista dell'ennesimo accordo di pace. Quelli siglati in passato, infatti, non sono mai stati rispettati.
Matteo Fagotto