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Il presidente degli Stati Uniti ha rilasciato la sua bozza per il bilancio fiscale
del 2006. L’asse centrale della sua politica economica è stato un profondo taglio
alle tasse dei più abbienti nel 2001, il favoritismo nei confronti delle industrie
oligopolistiche e del capitale amico, la guerra al terrorismo come business infinito.
Il drastico taglio delle tasse, in congiunzione con la recessione e gli aumenti
di spesa in seguito alle molteplici voci della guerra al terrorismo, ha portato
a un crescente deficit pubblico.
Ingerenza politica. Del budget per la cooperazione, allegato a quello del dipartimento di Stato,
una buona parte va a coprire progetti di ‘trasformazione democratica’ e ‘diplomazia
trasformativa’; ovvero progetti di ingerenza politica. L’assistenza internazionale,
a 18 miliardi e mezzo di dollari, per lo più non finirà a promuovere lo sviluppo
economico o a finanziare l’iniziativa contro l’Aids. Infatti ben 4,59 miliardi
di questi finiranno a dare assistenza finanziaria a eserciti stranieri (per lo
più paesi sviluppati tra i quali l’Italia). Israele, Egitto, Afghanistan, Pakistan
e Colombia sono in prima fila per l’assistenza. Tutto ciò che ha a che fare con
l’Iraq è al di fuori del bilancio. Sull’Iraq si è mentito da subito sui costi,
su chi faceva cosa, su chi ha lucrato. La strategia è la seguente: tenere i costi
della guerra in disparte, chiedere un finanziamento supplementare quando il Congresso
è meno indisposto, magari quando muoiono un po’ di marines in una settimana. Nessuno vuole essere antipatriottico.
I tagli agli sfruttati. Ma dinanzi al crescere dell’apparato imperiale e dei suoi costi, Bush fa fronte
con la scure, tagliando i sussidi al programma di assistenza medica per i poveri,
riducendo drasticamente i fondi per il dipartimento che si occupa delle Case Pubbliche
e dell’Assistenza allo sviluppo urbano, prevedibilmente riduce il budget dell’agenzia
dell’Ambiente, quello del ministero del Lavoro, quello della Pubblica Istruzione,
e per darci dentro, riduce anche i fondi del dipartimento della Salute e dei Servizi
Sociali; nella mischia finiscono anche dei programmi di assistenza medica e di
formazione per i veterani. Ed è qui tutta la cattiveria eppure l’ingegnosità di
questa politica economica: essa rivela fino in fondo l’economia politica (ovvero
la struttura profonda) del Paese. Coloro che si arruolano nell’esercito provengono
per lo più dalle classi povere della popolazione, quelle che verranno colpite
più duramente dalla politica di tagli dell’amministrazione. Nei quartieri in sfacelo
e tra le fattorie sperdute e le zone di declino industriale, si trova la nuova
generazione di arruolati. In cambio di un sussidio per andare all’università,
o in cambio di un lavoro, di una occupazione in uniforme, milioni di americani
si metteranno a rischio di morte, ed alcuni di loro moriranno, e si macchieranno
del sangue di persone lontane e sconosciute. Lo stato deprime le opportunità dei
meno abbienti, e lo fa intenzionalmente. Li vede utili solo come carne da cannone,
da ammaliare con qualche canzone patriottica, da istruire con l’odio per il ‘malvagio’,
perpetuandone l’indigenza, usando come incentivo l’accesso a quello che dovrebbe
essere un diritto: l’istruzione, il lavoro, la dignità civile e l’onore.