La revisione dei codici militari di pace e di guerra aggira la Costituzione. A rischio le libertà civili
scritto per noi da
Sergio Lotti
Sul fatto che fosse necessaria da tempo una riforma dei codici militari di pace
e di guerra concordano tutti i giuristi, militari e civili. La lotta al terrorismo,
infatti, il mutamento di ruolo della Nato, la stessa abolizione del servizio di
leva e più in generale il moltiplicarsi delle missioni all’estero nel continuo
mutamento degli scenari che sta mettendo in crisi larga parte del diritto internazionale,
hanno reso inadeguate norme concepite a ridosso dell’ultimo conflitto mondiale
e modellate ancora sulle esigenze dei conflitti coloniali. Ma il disegno di legge
che sta per essere varato alla camera, e già approvato al senato, più che a una
riforma farebbe pensare a una controriforma.
In primo luogo perché tende ad assottigliare la distinzione fra stato di pace
e stato di guerra e consente di applicare le leggi di guerra in modo quasi automatico,
aggirando le garanzie costituzionali. “La Costituzione prevede che sia il parlamento
a deliberare lo stato di guerra e a conferire al governo i poteri necessari” spiega
Claudio De Fiores, docente di diritto costituzionale alla seconda università di
Napoli. “Per di più si riferisce soltanto alla guerra difensiva di fronte al pericolo
di invasione di uno stato straniero nel corso di crisi internazionali. Il disegno
di legge in discussione sembra invece voler comprendere il terrorismo e la guerra
civile, con la scomparsa di ogni concreto riferimento allo stato e al suo territorio”.
Pare, insomma, che la guerra in futuro si possa fare dovunque e senza neppure
un’apposita dichiarazione del parlamento, chiamato in causa soltanto per autorizzare
le variazioni di bilancio
che una missione all’estero comporta. Già ora sussistono, per fare un esempio,
forti dubbi di costituzionalità sul nostro intervento in Iraq, che rischia ogni
giorno di trasformarsi in sostegno ad azioni di guerra senza che questa sia stata
dichiarata. La nuova legge, invece di chiarire questi dubbi, prevede l’automatica
applicazione del codice militare di guerra ai corpi di spedizione all’estero,
siano essi di peacekeeping o no, rendendo definitiva una disposizione transitoria
adottata per l’Afganistan e delegando al governo il potere di decidere. Tutto
questo rischia di tradursi in una legittimazione del ricorso all’uso della forza,
ignorando il principio costituzionale di ripudio della guerra.

Una delle prime vittime eccellenti di questa riforma potrebbe essere la libera
informazione. Se fosse già stata in vigore, per esempio, nessun giornale avrebbe
potuto pubblicare la notizia dei soldati italiani uccisi nella strage di Nassirya
senza l’autorizzazione dei comandi militari. “Il solo possesso di una velina del
comando senza un permesso ufficiale” precisa De Fiores “renderebbe il giornalista
perseguibile penalmente, indipendentemente dal fatto che abbia divulgato oppure
no la notizia. Ma anche le organizzazioni non governative correrebbero in futuro
grossi rischi, perché il codice penale militare di guerra punisce chiunque approvvigioni
il nemico. In questa ottica persino un ospedale costruito a Nassirya più diventare
un atto eversivo penalmente perseguibile”.
Grossi rischi di limitazione delle libertà e di storture giuridiche si nascondono
anche nella prospettata revisione del codice militare di pace, che prevede una
progressiva militarizzazione di reati comuni commessi da militari in servizio.
Con la conseguenza che diverrebbe reato ogni forma di protesta collettiva: non
soltanto lo sciopero, ma anche il ricorso al Tar contro un provvedimento dell’amministrazione
militare. Senza contare la duplicazione di procedimenti che si renderebbe necessaria
in caso di concorso nel reato di civili e militari, come avviene per i reati di
corruzione e concussione.
“Ci dovrebbe essere un procedimento contro il
militare-pubblico ufficiale corrotto, davanti al giudice militare, e un altro
contro il privato corruttore davanti al giudice ordinario” osserva il magistrato
romano Domenico Gallo in una relazione sul progetto di legge pubblicata dal coordinamento
nazionale dei giuristi democratici. “E se si verificasse un nuovo caso Ustica,
a un procedimento della giurisdizione ordinaria per i reati commessi dai civili
se ne dovrebbe aggiungere un altro della giurisdizione militare per quelli commessi
dai militari”.
Con il non trascurabile particolare, oltretutto, che la giurisdizione militare
non avrebbe le risorse di organico necessarie ad affrontare un processo così complesso.
E difficilmente le avrà in futuro.