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Alla 15esima Conferenza Internazionale sull'Aids, un gruppo di esperti
italiani ieri ha fatto il punto sull'epidemia che ha colpito finora 60
milioni di persone. Qualche ora più tardi il commovente intervento del
leader sudafricano Nelson Mandela che ha esortato a lottare contro la
tubercolosi (TB), insieme ad aids e malaria una delle malattie più
letali al mondo. Mandela, che ha recentemente annunciato di volersi
ritirare dalla vita pubblica, ha parlato della sua esperienza personale
con la malattia, avendo contratto la TB nei suoi anni di prigionia a
Robben Island. "Il mondo ha stabilito come priorità la sconfitta
dell'Aids che sarebbe un dono dal cielo. Ma la TB resta ignorata", ha
detto Mandela. La combinazione di tubercolosi e Aids è la prima causa
di morte per le persone con l'HIV.
Visto dal Sud del mondo il problema dell’Aids risulta più complesso. E'
iniziata con una nota negativa ieri la riunione di esperti italiani a
Bangkok, nel quarto giorno della 15esima Conferenza Internazionale
sull’Aids (IAC, 11-16 luglio 2004). Collegati in videoconferenza con
l’Italia, medici ed esponenti delle principali organizzazioni che si
occupano del flagello HIV-Aids hanno fatto il punto sulla gravità del
problema: il quadro emerso durante la IAC, la seconda nel Sud del
Pianeta e la prima in Asia, è preoccupante. “La IAC di Durban (Sud
Africa - 2000), che inaugurò il ciclo di conferenze nei Paesi in via di
sviluppo, fu un vero successo, perché ruppe il silenzio sul problema
Aids”, esordisce Stefano Vella dell’International Aids Society (IAS).
“Quattro anni più tardi in Thailandia, prendiamo coscienza di un dato
negativo: nel frattempo c’è stata la IAC di Barcellona (2002) e da
allora nel mondo sono morte 6 milioni di persone. Ci sono due problemi:
rimane difficile portare le terapie adeguate nelle aree più colpite
(oltre la metà degli infetti sono nell’Africa Sub-sahariana) e i
donatori continuano a non lavorare insieme, ma fanno accordi bilaterali
con i Paesi in difficoltà”. Per questo a Bangkok è stato presentato il
“Leadership Program”, con l’obiettivo di riunire capi di governo,
istituzioni, industrie e ong intenzionati a riconoscere pubblicamente
l’importanza di una guida unitaria nella lotta all’Aids.
A Bangkok non sono mancate le contestazioni, la maggior parte delle
quali rivolte al presidente Usa Bush. Sono proprio gli Stati Uniti,
maggiori donatori del Global Fund (“Fondo Globale per combattere Aids,
Tubercolosi e Malaria”, le tre malattie più devastanti del mondo), a
sostenere la politica degli accordi bilaterali. E non solo: all’interno
del Fondo Globale, sono anche i promotori dell’ABC, il programma che
stabilisce tre sistemi di prevenzione dall’Aids in ordine decrescente
di priorità: “Astinenza, Fedeltà e – solo da ultimo – Condom
(preservativo)”. “Siamo in un momento di reflusso”, commenta Giampiero
Carosi, Direttore della Clinica di malattie infettive e tropicali di
Brescia. “L’ABC si scontra con la realtà dei Paesi del Sud del Mondo.
Qui, per esempio in tema di prevenzione non ci sono ancora campagne di
informazione su quanto è rischioso lo scambio della siringa e il
metadone, per esempio, non viene utilizzato. L’utilizzo del condom poi
è importante, ma bisogna andare avanti nella ricerca di altri mezzi di
prevenzione, trattamenti e farmaci”. La scienza si sta concentrando, in
particolare, sullo sviluppo di vaccini e microbicidi vaginali,
espressamente pensati per dare alle donne metodi di auto-protezione dal
virus.
Mentre nei primi anni l’Aids colpiva soprattutto gli uomini, oggi le
donne rappresentano la metà dei 40milioni di sieropositivi al mondo e,
in alcuni Paesi africani, addirittura il 60 per cento degli infetti. E
se attualmente la principale via di trasmissione dell’HIV è dall’uomo
alla partner, entro pochi anni sarà dalla madre al figlio. Ogni anno si
registrano 14mila nuove infezioni e oltre un terzo di queste colpiscono
giovani sotto i 25 anni. L’incidenza delle trasmissioni madre-bambino
potrebbero diminuire ricorrendo a farmaci antiretrovirali, ma bisogna
prima abbattere le barriere di accesso ai trattamenti. Nei Paesi poveri
il personale medico è insufficiente, il sistema sanitario debole e il
prezzo delle terapie insostenibile per gran parte della popolazione.
“Gli orfani di genitori morti di Aids sono 15milioni di bambini e
ragazzi con meno di sedici anni”, spiega Carlo Giaquinto, pediatra del
Pediatric European Network Treatment Aids. “Le donne dell’Emisfero sud
– continua Giaquinto - anche quando possono fare il test dell’HIV e
accedere agli antiretrovirali, spesso li rifiutano. Temono lo stigma:
le loro comunità discriminano fortemente le persone con l’HIV. I
bambini, invece , restano i più vulnerabili. In genere non vengono
curati e la scienza non dedica loro sufficienti studi. Spesso la
famiglia li trascura e hanno problemi a crescere. Arrivati
all’adolescenza soffrono un grave disagio psicologico nell’affrontare
la loro sessualità”.
Ma il problema di accesso ai farmaci non è estraneo all’Occidente: in
Italia solo 45mila malati sono in terapia su 90-120mila persone che
hanno contratto il virus. Inoltre, non è possibile fare previsioni su
quando saranno disponibili vaccini e microbicidi. “Siamo molto lontani
dalla soluzione della piaga Aids”, dichiara il professor Galli,
epidemiologo del Sacco. “I governi devono prendersi carico del problema
e muovere le risorse necessarie. Stiamo sviluppando 80 antiretrovirali,
ma ci vogliono milioni di dollari per trasformarli in farmaco”.
Il quadro emerso a Bangkok è inquietante: 40 milioni di infetti, donne
e bambini tra i più colpiti, insufficienza dei fondi e inaccessibilità
delle cure. Peacereporter chiede quindi al gruppo di esperti: con quali
speranze si guarda al futuro? Il Sud del Pianeta è abbandonato a sé
stesso? Risponde Carosi: “Il Fondo Globale non ha raggiunto tutti gli
obiettivi che si era proposto. Molte sue azioni sono state contestate,
ma non dobbiamo essere così pessimisti. E’ importante continuare a
porsi obiettivi irraggiungibili come 3 milioni di persone assistite
entro il 2005”. Poi interviene Galli a ricordare che “il peso della
sfida Aids è enorme quanto quello del degrado ambientale. I rapporti
bilaterali creano contraddizioni e conflitti. Si fa ancora troppa
politica di controllo, ma la lotta all’Aids si può vincere solo a
livello globale”.