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Nel mondo ci sono diverse popolazioni a rischio di estinzione, per
fame, malattia (l’Aids per esempio) o perché vittime di una pulizia
etnica. Nella Birmania (oggi Myanmar) occidentale resta aperta la
questione dei Rohingya, minoranza musulmana in un Paese buddista di
circa – secondo l’ Arakan Rohingya National Organisation – 3 milioni e
mezzo di persone. Sono solo una tra le centinaia di popolazioni che la
giunta birmana perseguita, impedendo loro di lavorare, studiare,
coltivare la terra, pregare. Così, da più di trent’anni i Rohingya,
originari dell’Arakan, regione costiera affacciata sul Golfo del
Bengala, fuggono a piedi attraverso la foresta e con imbarcazioni di
fortuna lungo il fiume Naff nel vicino Bangladesh. Un flusso continuo
di donne con l’hijab (velo islamico), uomini dalle lunghe barbe e
bambini. Tutti immigrati illegali perché il Bangladesh, stremato dalla
povertà, ha da tempo smesso di accoglierli, ordinando una serie di
rimpatri forzati. Eppure, secondo i dati forniti dalla Rohingya Refugee
Repatriation Commission (RRRC), i Rohingya “nascosti” oltre confine
potrebbero essere addirittura 200mila.
Daily Star, quotidiano bengalese, rompe il silenzio sulle condizioni
dei profughi, visitando i luoghi in cui sono accampati: “Vivono in
baracche galleggianti nel distretto di Cox ‘s Bazar e sulle colline
circostanti. Ma anche a Chittagong”, la prima grande città bengalese
che si incontra venendo dall’ex Birmania. Senza contare quelli rimasti
nei campi profughi, quasi 20mila. “Dal 1992 il Bangladesh ne ha
rimpatriati altre 200mila, ma altri continuano ad arrivare. Scappano
dalla repressione del governo birmano”. “Quando i Rohingya lasciano la
Birmania, il Nasaka (guardie di confine) non li ferma”, dichiara con
tono polemico al Daily Star un uomo della sicurezza bengalese. E se in
futuro volessero rientrare, “non permetterà loro di tornare a casa”.
Nessuno sembra volersi occupare di queste persone senza terra e
identità. Da una parte l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle
Nazioni Unite (UNHCR) sceglie il silenzio; dall’altra le autorità
bengalesi usano le maniere forti. “Il governo deve prendere delle
decisioni specifiche in merito”, dice un alto ufficiale locale. “Non
possiamo respingerli a forza. E non riusciamo a bloccarne le
infiltrazioni, data la scarsa sorveglianza al confine birmano”.
Per sopravvivere in Bangladesh, molti Rohingya si sono quasi
mimetizzati con la popolazione autoctona. Simili nei tratti somatici ai
bengalesi, ne hanno imparato alla perfezione la lingua e persino il
dialetto. Di lavoro, fanno i guidatori di risciò, i taglialegna, i
pescatori. Nei distretti di Teknaf e Ukhia, visitati dal Daily Star,
migliaia di famiglie vivono in condizioni disumane. Anche se avessero
il denaro per affittare una casa, l’amministrazione locale glielo
impedirebbe.
I Rohingya non hanno diritti né dentro né fuori confine. In Birmania il
governo li espropria della terra o aumenta le tasse sui prodotti
agricoli. Moltissime di loro, perciò, si impoveriscono e soffrono la
fame. Non hanno libertà di movimento e dal 1970 non possono essere
assunti in impieghi pubblici. A partire dal 1962 il regime militare ha
progressivamente ridimensionato lo status politico della minoranza;
fino a promulgare (1982) una legge sulla cittadinanza che li dichiarò
estranei alla Nazione. Da allora l’esercito continua a praticare
torture, stupri, esecuzioni ed arresti sommari. Distrugge le moschee e
impedisce alle coppie di sposarsi e avere figli. E’ a rischio
la sopravvivenza di una popolazione che è simbolo del mescolamento fra
culture diverse: i Rohingya hanno per antenati gli arabi, i mori, i
moghul, gli indo-mongoli e anche – ironia della sorte - i bengalesi.
Privati delle loro radici, oggi, molti si sono trasferiti fino in
Pakistan e in Arabia Saudita.