29/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La triste storia dei Rohingya, minoranza perseguitata dalla giunta birmana

Bambini RohingyaNel mondo ci sono diverse popolazioni a rischio di estinzione, per fame, malattia (l’Aids per esempio) o perché vittime di una pulizia etnica. Nella Birmania (oggi Myanmar) occidentale resta aperta la questione dei Rohingya, minoranza musulmana in un Paese buddista di circa – secondo l’ Arakan Rohingya National Organisation – 3 milioni e mezzo di persone. Sono solo una tra le centinaia di popolazioni che la giunta birmana perseguita, impedendo loro di lavorare, studiare, coltivare la terra, pregare. Così, da più di trent’anni i Rohingya, originari dell’Arakan, regione costiera affacciata sul Golfo del Bengala, fuggono a piedi attraverso la foresta e con imbarcazioni di fortuna lungo il fiume Naff nel vicino Bangladesh. Un flusso continuo di donne con l’hijab (velo islamico), uomini dalle lunghe barbe e bambini. Tutti immigrati illegali perché il Bangladesh, stremato dalla povertà, ha da tempo smesso di accoglierli, ordinando una serie di rimpatri forzati. Eppure, secondo i dati forniti dalla Rohingya Refugee Repatriation Commission (RRRC), i Rohingya “nascosti” oltre confine potrebbero essere addirittura 200mila.

Daily Star, quotidiano bengalese, rompe il silenzio sulle condizioni dei profughi, visitando i luoghi in cui sono accampati: “Vivono in baracche galleggianti nel distretto di Cox ‘s Bazar e sulle colline circostanti. Ma anche a Chittagong”, la prima grande città bengalese che si incontra venendo dall’ex Birmania. Senza contare quelli rimasti nei campi profughi, quasi 20mila. “Dal 1992 il Bangladesh ne ha rimpatriati altre 200mila, ma altri continuano ad arrivare. Scappano dalla repressione del governo birmano”. “Quando i Rohingya lasciano la Birmania, il Nasaka (guardie di confine) non li ferma”, dichiara con tono polemico al Daily Star un uomo della sicurezza bengalese. E se in futuro volessero rientrare, “non permetterà loro di tornare a casa”.

Nessuno sembra volersi occupare di queste persone senza terra e identità. Da una parte l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) sceglie il silenzio; dall’altra le autorità bengalesi usano le maniere forti. “Il governo deve prendere delle decisioni specifiche in merito”, dice un alto ufficiale locale. “Non possiamo respingerli a forza. E non riusciamo a bloccarne le infiltrazioni, data la scarsa sorveglianza al confine birmano”.

Per sopravvivere in Bangladesh, molti Rohingya si sono quasi mimetizzati con la popolazione autoctona. Simili nei tratti somatici ai bengalesi, ne hanno imparato alla perfezione la lingua e persino il dialetto. Di lavoro, fanno i guidatori di risciò, i taglialegna, i pescatori. Nei distretti di Teknaf e Ukhia, visitati dal Daily Star, migliaia di famiglie vivono in condizioni disumane. Anche se avessero il denaro per affittare una casa, l’amministrazione locale glielo impedirebbe.

I Rohingya non hanno diritti né dentro né fuori confine. In Birmania il governo li espropria della terra o aumenta le tasse sui prodotti agricoli. Moltissime di loro, perciò, si impoveriscono e soffrono la fame. Non hanno libertà di movimento e dal 1970 non possono essere assunti in impieghi pubblici. A partire dal 1962 il regime militare ha progressivamente ridimensionato lo status politico della minoranza; fino a promulgare (1982) una legge sulla cittadinanza che li dichiarò estranei alla Nazione. Da allora l’esercito continua a praticare torture, stupri, esecuzioni ed arresti sommari. Distrugge le moschee e impedisce alle coppie di sposarsi e avere figli. E’ a rischio la sopravvivenza di una popolazione che è simbolo del mescolamento fra culture diverse: i Rohingya hanno per antenati gli arabi, i mori, i moghul, gli indo-mongoli e anche – ironia della sorte - i bengalesi. Privati delle loro radici, oggi, molti si sono trasferiti fino in Pakistan e in Arabia Saudita.

Francesca Lancini 
Categoria: Diritti, Popoli
Luogo: Myanmar